Landini: «La democrazia è da ricostruire. Nessuno si senta escluso»

Categoria: Redazione
Creato Martedì, 19 Marzo 2013 11:52
Pubblicato Venerdì, 19 Aprile 2013 11:52
Scritto da Gabriele Polo
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I metalmeccanici bocciano con il voto l’intesa separata che cancella il contratto nazionale. È una richiesta di partecipazione per una via d’uscita democratica dalla crisi economica e politica.

«Di fronte a una crisi globale - politica che mina la democrazia, economica che rovina milioni di persone – sarebbe follia restare fermi sperando che passi la nottata, senza affrontare i nodi dei problemi. Bisogna rimettere tutto e tutti in discussione».

Maurizio Landini non usa mezzi termini per analizzare l’Italia di oggi.

Iniziamo dalla politica. C’è stato un voto che sembra buttare tutti all’aria. Sorpreso?

Non molto. Questo è un voto che cambia completamente il quadro politico, basta pensare che il 25% non ha votato e un altro quarto dell’elettorato ha scelto i 5 stelle cioè ha votato «contro» l’esistente. Lo spostamento di milioni di voti - persi da tutti i partiti tradizionali - evidenzia la crisi di rappresentanza politico-istituzionale, confermata anche dalle analisi sociali del voto: moltissimi operai e lavoratori precari hanno votato per Grillo, cioè hanno chiesto un cambiamento. Tutto questo non è liquidabile come antipolitica, segnala anzi una domanda di partecipazione.

Quanto hanno inciso la crisi economica e le scelte del governo Monti?

Moltissimo. Monti è il vero sconfitto di queste elezioni. E’ stato un voto contro le politiche d’austerità europee e tutti i partiti che le hanno sostenute, compreso il Pd. Le persone si sono sentite poche rappresentate e quindi nel messaggio grillino del «mandiamoli tutti a casa» si sono ritrovati l’operaio che perde il posto di lavoro con l’imprenditore che chiude l’azienda. Dall’innalzamento dell’età pensionabile alla crescente disoccupazione alle rigidità di bilancio, si è creata una miscela che ha acceso il voto grillino raccogliendo consensi politicamente e socialmente trasversali.

Il voto però chiama in causa pesantemente anche il sindacato, mette in discussione tutti gli organi di rappresentanza intermedia, quindi anche la Fiom.

Assolutamente. Tutta la rappresentanza è in crisi, quella politica e quella sociale. Il voto segnala una distanza tra
i sindacati e le persone che noi dovremmo rappresentare. Non c’è solo il vuoto del lavoro precario che nessuno rappresenta e che non ha tutele o ammortizzatori, c’è una crescente lontananza tra il sindacato e i settori del lavoro che ne hanno fatto la storia. Ma, almeno, nelle elezioni politiche, si è potuto esprimere un dissenso esplicito che chiede un cambiamento, mentre nelle fabbriche non si può nemmeno votare, anche quando cancellano il contratto nazionale o ci sono accordi separati. E non è solo il caso dei metalmeccanici: l’ultima riforma delle pensioni - un tema prettamente  indacale visto che prevede l’innalzamento dell’età pensionabile – non è stata votata come accadeva in passato ed è passata sulla testa delle persone. Questa rottura drammatica è il punto da cui bisognerebbe ripartire per invertire
una pratica sempre meno democratica, mentre il silenzio sindacale dopo il risultato elettorale segnala una difficoltà a capire ciò che sta succedendo. Invece serve un cambiamento di metodo e di merito, dal  diritto di voto alle politiche contrattali.

Basta chiedere il diritto di voto ai lavoratori per essere rappresentativi e non essere bollati come casta?

Di certo è la condizione necessaria per la partecipazione dei lavoratori e la loro possibilità di coalizzarsi in sindacato. Oggi la distanza deriva dal fatto che il sindacato fa delle cose per i lavoratori ma i lavoratori non hanno mai la possibilità di decidere se quelle cose siano giuste o meno. Questa rottura democratica provoca nei sindacati una mutazione genetica e favorisce
la pretesa delle imprese di imporsi come una comunità in cui tutti si riconoscono annullando le diversità sociali e materiali. Così per sopravvivere i  sindacati cercano il riconoscimento nella controparteche cancella ogni soggettività del lavoro. Il rischio che vedo è che di fronte alla profonda crisi della rappresentanza che investe i corpi intermedi come partiti
e sindacati, la risposta non sia un rinnovamento di forme, contenuti e pratiche, ma un riflesso di chiusura corporativa in cui le rappresentanze istituzionalizzate si riconoscono reciprocamente per sopravvivere. Per la Fiom e per la Cgil ciò richiederebbe una discussione strategica straordinaria per democratizzarsi di fronte ai cambiamenti che in Italia e in Europa ne mettono in discussione l’esistenza e il ruolo. Questo dovrebbe essere il congresso della Cgil, offrendo la possibilità a iscritte e iscritti di decidere su tutto in modo trasparente e aperto.

Tornando alla crisi, quali proposte fa la Fiom su occupazione e reddito?

Riforma degli ammortizzatori sociali estendendo la Cig anche a chi non ce l’ha; reddito di cittadinanza a carico della fiscalità generale per chi ha perso il lavoro, non l’ha mai avuto, per chi studia e per chi esaurisce la cassa integrazione (se l’azienda non ha più prospettive di riapertura, interviene il sostegno dello stato); riduzione dell’orario per ridistribuire il lavoro che c’è;
investimenti per la manutenzione del territorio, dei servizi scolastici e sanitari, la salvaguardia dell’ambiente. Ma per costruire un futuro serve una nuova  idea di politica industriale, un nuovo modello di sviluppo  in cui il pubblico ha un ruolo decisivo. Per affrontare la recessione e uscire dal declino, serve un piano di investimenti – pubblici e privati – sulla mobilità, le energie rinnovabili, la banda larga, la siderurgia. Settori strategici che sono a rischio anche per l’inadeguatezza di tante nostre produzioni.

Per fare tutto questo servono soldi e dicono che non ce ne sono...

Rimanendo dentro i vincoli di bilancio imposti dall’Ue e ratificati dal governo Monti, non se ne esce. Dobbiamo impegnare l’Italia in una battaglia europea per superare i vincoli imposti, perché quest’Unione fondata solo sulla moneta rischia di implodere con le ricette inefficaci, dal taglio dei bilanci pubblici ai licenziamenti facili fino alla cancellazione dei contratti.

A proposito di contratti, qual è il bilancio della mobilitazione sulla vostra Carta rivendicativa?

Dove riusciamo a votare l’intesa imposta da Federmeccanica viene bocciata: i lavoratori ci rimettono e la considerano una vera cancellazione del contratto nazionale. Entro il mese concluderemo la consultazione – che è certificata, bene ricordarlo – ma possiamo già dire che la maggioranza dei metalmeccanici non accetta quell’intesa e ci chiede di impedire la realizzazione delle norme peggiorative. Federmeccanica e Confindustria vogliono approfittare della crisi, delle divisioni sindacali e anche del vuoto politico, per incassare il più possibile e tentano di impedire che il voto dei lavoratori pesi, si trasformi in accordi dimostrando che è possibile una via alternativa al modello-Fiat. Nel frattenpo c’è da sottolineare postivamente che con Confapi, artigiani e cooperative il confronto contrattuale resta aperto perché queste organizzazioni non hanno seguito Federmeccanica nella sua pratica di escusione della Fiom dalle trattative. Se esistesse una legge sulla rappresentanza e fosse possibile per i lavoratori certificare il loro assenso o dissenso alle intese, l’accordo separato non sarebbe mai nato. Su questo apriremo vertenze ovunque, nelle aziende e nei territori, è pronto un pacchetto di ore di sciopero e organizzeremo una manifestazione nazionale a maggio - non solo dei metalmeccanici ma con le altre categorie, i precari gli studenti - per dire che chi attacca i diritti del lavoro vuole usare la crisi per impedire la nascita di un nuovo modello sociale e di sviluppo. Questa è una questione politica generale e per questo noi scriveremo a tutti i gruppi parlamentari neo-eletti e a ciascun singolo parlamentare per segnalare ciò che - secondo noi e secondo i metalmeccanici che rappresentiamo - bisognerebbe fare: cambiare le leggi su pensioni e lavoro prodotte da Berlusconi e Monti, varo di nuove leggi su rappresentanza e reddito di cittadinanza, nuove politiche sociali, una politica industriale pubblica. Per costruire una via d’uscita democratica dalla crisi che eviti la chiusura coorporativa e per rispondere alla domanda di cambiamento che tira in causa tutti, anche la classe imprenditoriale e le sue scelte... non sempre di qualità, come hanno dimostrato la famiglia Riva a Taranto o il Monte dei Paschi di Siena, per fare solo due esempi.

Se affossano per sempre il contratto nazionale ci si rifugia nel salario minimo?

Varare un salario minimo per legge serve proprio a difendere il contratto nazionale. Che oggi, nei fatti, non c’è più: se i minimi sono derogabili, se in azienda si fanno accordi in deroga pure alle leggi, se le imprese spingono per fare tanti contratti aziendali sostitutivi del livello nazionale, vuol dire che si sta praticando la cancellazione del contratto nazionale. Oggi abbiamo ben 250 contratti nazionali eppure non bastano a tutelare tutte le forme del lavoro. Non ha senso.