Mercoledì, 27 Marco 2019 | 00 :05:30

Fiom Act. Le nostre proposte

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Con la sua «retorica del fare» Matteo Renzi pensa di poter superare ogni ostacolo, travolgere tutti e ogni cosa. In realtà è costretto ad annunciare, decretare, esortare e agitarsi per poter stare in piedi, è continuamente in movimento perché «chi si ferma è perduto » o più semplicemente per non cadere dalla bicicletta. Nella sua spericolata corsa, oltre a dover promettere molto – sapendo che parecchio si perde strada facendo – il presidente del consiglio ha bisogno di poter contare su qualche saldo punto d’appoggio per mettere i piedi al suolo almeno il tempo necessario a spiccare il balzo successivo. Come in un videogame, come SuperMario.

È andata proprio così sul Jobs Act. Annunciato in un modo e concluso in un altro. SuperMatteo Renzi è partito dalle tutele crescenti per «superare un mercato del lavoro discriminatorio» per poi atterrare su una nuova divisione tra «vecchi» e «nuovi» assunti; prima ha dichiarato che l’articolo 18 «non è il problema per chi deve assumere», poi ha cancellato lo Statuto dei lavoratori e legiferato sulla libertà di licenziare; inizialmente ha affermato il diritto al lavoro, alla fine ha deciso che può essere scambiato per un pugno di euro. A ogni suo balzo ha trovato sicuro appoggio in imprese diventate tappe del tour «creatore di lavoro» e in Confindustria, da cui ha tratto ispirazione ed energia.

Come facciamo nelle pagine che seguono, basta confrontare il Jobs Act con il programma varato la scorsa primavera dell’associazione degli industriali italiani per trovarsi di fronte – in alcuni passaggi – a un vero e proprio copia-incolla. E lo schema rischia di ripetersi nuovamente al prossimo balzo, quello che riguarda il riordino degli assetti contrattuali, riducendo a nulla il contratto nazionale, oltre la conferma delle deroghe previste dall’articolo 8 (legge 148 del 2011) decretando la variabilità aziendale di redditi e diritti.

Tra un salto e l’altro, il presidente del consiglio e chi gli sta accanto intonano l’imperativo categorico della necessità storica che bussa alla porta della patria in pericolo: «Noi facciamo cose concrete, non c’è alternativa e nessuno propone niente di diverso dalla conservazione».

Non serve far notare che le loro ricette sono tutt’altro che nuove e nulla più che conservative dell’attuale disastro o che l’aumento delle disuguaglianze non corrisponde ad alcun stato di natura bensì a un comodo uso dei profitti. Non a loro, semmai a noi, vale in vece la pena rammentare che alternative ce ne sono, che proposte ne sono state fatte e sono ancora in campo. Per affrontare le emergenze sociali e occupazionali, per dividere in maniera meno iniqua il costo della crisi, per dare una prospettiva diversa al domani.

Alcune le riassumiamo qui, dopo parecchie ore di sciopero dei metalmeccanici e a pochi giorni dallo sciopero generale di tutte le categorie. Perché in queste lotte sono nate e perché possono aiutare in una battaglia che non si conclude con un voto di fiducia. Almeno non potranno rimproverarci per non averglielo detto.

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