Amianto, una storia operaia

Categoria: Libreria
Creato Martedì, 05 Febbraio 2013 16:11
Pubblicato Martedì, 05 Febbraio 2013 16:11
Scritto da Giuseppe Bonanni
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È il 1969, un anno importante: rivolte studentesche, manifestazioni sindacali, scioperi, cortei, scontri e altro ancora. Il mondo si sta scrollando di dosso vecchi ordini, catene  rrugginite. ada Malanima, in arte semplicemente Nada, nel 1969, ha 16 anni. Debutta al Festival di Sanremo con «Ma che freddo fa». Pochi giorni ed è in testa alle hit parade.

La storia operaia di Renato Prunetti, classe 1945, inizia da una fotografia. In un locale di Castiglioncello, Nada ha appena finito di cantare. Un paparazzo la immortala in mezzo ad ammiratori e camerieri. Nella foto, quello a destra, alto e magro, è il cameriere Renato Prunetti, di giorno operaio alla Solvay, futuro operaio specializzato.

di Alberto Prunetti

editore: Agenzia X [www.agenziax.it]

È il padre di Alberto, autore di Amianto. Una storia operaia. Inizia così la storia dell'operaio specializzato Prunetti, tubista e saldatore, un trasfertista che va a lavorare in tante fabbriche italiane: Montecatini, acciaierie di Piombino e di Taranto, Busalla, Casale Monferrato, Amiata. I nomi: Gargano, Solmine, Solvay, Eni, Italsider, Maura, Iplom, Ilva. Acciaierie,  petrolchimici, miniere: salda, aggiusta, ripara, monta e smonta, usa il fuoco vicino a depositi di petrolio, materiale infiammabile, si copre letteralmente con fogli di amianto per sicurezza: una scintilla potrebbe far saltare tutto. Ma mentre si protegge si espone quotidianamente all'amianto e a mille altri elementi tossici.

Viaggi, trasferte, notti passate in treno, un salario più alto, un membro della cosiddetta aristocrazia operaia, orgoglioso del proprio saper fare, una manualità artigiana più che industriale. Privilegi, chiamiamoli così, pagati a un prezzo altissimo: un tumore ai polmoni da esposizione all'amianto, la morte a soli 59 anni. Con l'impunità delle imprese che hanno usato le sue capacità e consumato la sua salute.

In realtà, questo libro è qualcosa di più della biografia di un operaio toscano, meglio livornese, cresciuto nel dopoguerra, negli anni del boom economico, negli anni 70 tra speranze e crisi, per arrivare fino a ieri, alla crisi degli anni 80, con l'industria che perde di peso, le fabbriche che chiudono. È una storia doppia. Il figlio racconta con dolore, amore e ironia la storia del padre e insieme si racconta come bambino, adolescente e uomo. In un flusso di memorie, ricordi, fatti, aneddoti riesce a tratteggiare un mondo proletario che conservava ancora una identità forte. Un senso di appartenenza che ti faceva sentire membro di una comunità oltre che di una famiglia. L'operaio e il figlio passano insieme 30 anni e insieme attraversano la storia d'Italia. Mentre l'uno gira di fabbrica in fabbrica, l'altro, spinto dal padre - «Non lavorare. Studia, mi diceva» -, si iscrive all'università, lavora e diventa un proletario della conoscenza, un narratore di storie e traduttore, anche lui in bilico tra orgoglio di mestiere, il saper scrivere, e precarietà economica.

Ma allora, è una storia senza lieto fine? senza riscatto? È una storia drammatica, difficile come sono le vite delle persone vere che vanno avanti, operai o precari, a «fronte alta, malgrado tutto» come scrive Valerio Evangelisti nella prefazione.

La sfida, allora, è anche questa: raccontare bene la storia di un operaio (o di un minatore, di un precario o di un programmatore), la storia delle persone e non del capitale, come fa questo libro. Viene in mente un vecchio film degli anni 70 di Wim Wenders (Im Lauf der Zeit - Nel corso del tempo). Al compagno di viaggio, caricato in autostrada, che gli chiede: chi sei?, Bruno, che gira la Germania Ovest riparando proiettori cinematografici, risponde «Io sono la mia storia» e inizia a raccontare la propria vita.