Martedì, 11 Dicembre 2018 | 10 :30:20

Piombino, aggrappati all’acciaio

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«Piombino non deve chiudere». Era questo lo striscione che apriva il corteo di migliaia di metalmeccanici arrivati a Firenze, per protestare contro l'ennesimo accordo separato sul contratto. Nello sciopero della Fiom in Toscana non c'era infatti solo la contestazione a Federmeccanica e alla sua politica che estende a macchia d'olio il «modello Fiat». C'era anche la denuncia di quanto sta accadendo al secondo polo siderurgico nazionale. Quello di Piombino, dove alla Magona di proprietà di Arcelor-Mittal si lavora con mezzo stabilimento fermo e con contratti di solidarietà o la cig per i 550 addetti, a causa di quelle che i vertici europei della multinazionale chiamano «difficili condizioni di mercato». Qui si aspetta con le dita incrociate il decreto energia del governo che dovrebbe abbassare i costi di produzione, per una pur piccola ripresa dell'attività. Assai più drammatica la realtà delle Acciaierie Lucchini, i cui duemila lavoratori (il doppio con l'indotto) si stanno battendo da mesi, con al fianco l'intera città, perché sia mantenuto il ciclo integrale con l'area a caldo. Il rischio di uno smantellamento c'è. Oggi le Acciaierie sono in mano a un pool di banche che stanno cercando un acquirente. Gli impianti lavorano la metà di quanto potrebbero (circa 2 milioni di tonnellate di acciaio l'anno), le perdite sono sui 10 milioni al mese, l'altoforno sarà spento «per manutenzione» dall'11 dicembre all'11 gennaio.

piombino

 All'advisor Rothschild è arrivata una sola offerta, quella del Fondo svizzero di investimenti Klesch (lo stesso del caso Alcoa), che vorrebbe chiudere l'area a caldo e conservare i soli treni di laminazione. Quanto alle necessarie bonifiche della gigantesca cittadella dell'acciaio, sarebbero attuate solo in cambio del via libera a un'imponente piano di edilizia residenziale.

La risposta dei sindacati e degli enti locali, dal Comune di Piombino alla Regione Toscana: rinunciare al ciclo integrale significherebbe avviare lo stabilimento alla chiusura e cancellare migliaia di posti di lavoro. La proposta è invece quella di un intervento di politica industriale del governo, per realizzare sinergie fra le fabbriche di Piombino e anche con gli altri poli italiani dell'acciaio di Taranto, Genova e Trieste. Quanto alle banche, che vorrebbero giocare le loro carte con il fondo Klesch, è intervenuto perfino Pierluigi Bersani: «Il governo deve intervenire e commissariare la Lucchini. L'unico passo da fare è una gestione commissariale sulla base della legge Marzano». Per il commissariamento è obbligatoria la richiesta della proprietà. Di qui il tentativo del sottosegretario allo sviluppo economico De Vincenti di chiamare ad un unico tavolo il pool delle banche, per spingerle verso questa direzione. Un primo incontro al ministero è saltato, perché il fronte degli istituti di credito (Mps, Unicredit, Intesa San Paolo e altri ancora) non si sarebbe presentato compatto all'appuntamento. E’ stato fissato un nuovo summit, sempre al Mise, dove potrebbe essere data una risposta al fondo Klesch, che mette sul piatto solo 200 milioni e che non troverà alcuna sponda a Piombino, sia sulle strategie industriali che sullo scambio fra bonifiche e nuovi insediamenti residenziali. Invece l'annuncio dell'apertura in tempi brevi di un tavolo nazionale per la siderurgia, con in parallelo il commissariamento della Lucchini e un rinnovato impulso alla discussione sul destino del polo toscano, porterebbe un minimo di serenità alle cinquemila famiglie che, fra addetti diretti e dell'indotto, con l'acciaio ci vivono.

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