Lunedì, 27 Marco 2017 | 14 :30:51

Un anno di Jobs Act: pochi occupati, tanti precari

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Secondo il governo Renzi il Jobs Act e gli incentivi forniti alle imprese avrebbero dovuto essere la soluzione contro la disoccupazione e la precarietà. I dati disponibili dicono che non è andata così: la riduzione delle tutele e l’ulteriore flessibilità introdotta nel sistema stanno accentuando le debolezze della nostra struttura produttiva e occupazionale, aumentando la precarietà. Nel 2015, l’occupazione è aumentata complessivamente di 184 mila unità, i disoccupati sono 2.943.000, a cui vanno aggiunti gli inattivi (circa 3 milioni), cioè coloro che non sono occupati e non cercano lavoro (perché scoraggiati, per motivi familiari ecc.).

 

L’incremento occupazionale osservato, in particolar modo quello a tempo indeterminato, sembra legato a fenomeni transitori, in particolare alla decontribuzione destinata a scendere fino a somparire. È una ripresa occupazionale effimera quella che ci lascia in dote l’anno «degli incentivi e del Jobs Act». Effimera in termini sia quantitativi sia qualitativi e, soprattutto, inadeguata se commisurata all’ammontare di risorse pubbliche dedicate alla decontribuzione, mentre nessuno dei problemi strutturali del mercato del lavoro italiano – il divario Nord-Sud, la dualità di genere e anagrafica – è stato risolto.

Per quel che riguarda la qualità del lavoro, l’incremento occupazionale è stato caratterizzato in larga parte dall’aumento dei rapporti di lavoro part time. Questi ultimi sono in crescita sia per il lavoro «permanente » che per quello a termine (+2,8% e +5,4%), a fronte di un aumento ben più contenuto del lavoro a tempo pieno per entrambe le tipologie contrattuali. Le donne rappresentano solo il 4% dei nuovi occupati e in nessun caso fanno parte dei nuovi occupati con contratti «stabilmente precari», quelli a tempo indeterminato. Le donne tornano a rifugiarsi nell’inattività, determinando l’aumento annuale del numero di inattivi.

Dal punto di vista anagrafico, si conferma la tendenza di un aumento dell’occupazione degli over 50 – per l'aumento dell'età pensionabile – con un aumento annuale di 238 mila lavoratori, a fronte di una riduzione degli occupati tra i 35 e i 49 anni (-84 mila). Sempre nel 2015, la ripartizione dell’occupazione tra settori produttivi chiarisce la debolezza della ripresa in atto mettendo altresì in luce come l’ulteriore flessibilità introdotta con il Jobs Act non stia in alcun modo favorendo una transizione dell’occupazione verso settori ad alto valore aggiunto e ad alta tecnologia. Nel settore manifatturiero sono andati distrutti 40 mila posti di lavoro dipendente e 6 mila di lavoro indipendente, mentre aumentano i lavoratori dipendenti nei servizi (+268 mila).

Quanto alla precarietà, gli occupati in Italia con un contratto a tempo determinato nel 2015 sono il 14% del lavoro dipendente, ovvero di tutti coloro che fra i 15 e i 64 anni lavorano regolarmente con un contratto di lavoro di tipo subordinato; un terzo (23%) dei lavoratori dipendenti fra i 15 ed i 39 anni e circa il 40% di coloro fra i 15 e i 29 anni. Il precariato – definito sulla base della natura del contratto – esiste e rappresenta una parte rilevante dell’occupazione, soprattutto di quella giovanile. In dettaglio, il numero degli occupati a tempo determinato in Italia è aumentato in totale di 275.718 unità fra il I e il IV trimestre del 2015. Inoltre, il 59,3% dei nuovi occupati a tempo determinato hanno fra i 15 ed i 39 anni e oltre il 42% sono nuovi occupati a tempo determinato in cosiddette «professioni non qualificate». In definitiva, gli occupati a tempo determinato non sembrano essere diminuiti nell’ultimo anno, al contrario sono aumentati in particolare al Sud e fra i cosiddetti «giovani». Il 64% dei nuovi occupati a tempo determinato ha un contratto fra i 4 e i 6 mesi, e ben il 38% un contratto fra 1 e 3 mesi. Solo il 4% dei nuovi occupati a tempo determinato del 2015 ha un contratto superiore a 36 mesi.

Non sorprendentemente la quota di contratti a tempo determinato di durata inferiore all’anno riguarda il 73% dei nuovi occupati con età inferiore ai 39 anni. In definitiva, quel che è certo è che nel 2015 il precariato definito in termini di contratto a tempo determinato non si è ridotto, anzi rimane rilevante soprattutto per chi ha meno di 40 anni. Non soltanto la precarietà in Italia non è diminuita dopo gli ultimi interventi legislativi, ma ha assunto forme sempre più radicali. Basta pensare all’esplosione dei voucher: uno strumento di pagamento delle prestazioni lavorative accessorie che elude la forma contrattuale. Nel 2015 sono stati venduti 114.921.574 buoni lavoro, che coinvolgono 1.392.906 lavoratori.

Nel 2008, anno di introduzione dei voucher per alcune attività legate al settore dell’agricoltura, i lavoratori a voucher erano 24.437. L’importo medio percepito nell’anno dai voucheristi più giovani è di 554 euro contro i 700 degli over 65, che rappresentano solo il 3,9 percento dei percettori. La progressiva liberalizzazione dei voucher, avvenuta con la riforma Fornero, e successivamente incentivata dal Jobs Act, per mezzo dell’aumento delle soglie massime di reddito percepibile a voucher, non avrebbe potuto generare epilogo diverso.

La questione non riguarda tanto il lavoro nero quanto piuttosto la destrutturazione dei rapporti di lavoro e la riduzione di fatto dei minimi salariali nonché la capacità contributiva dei lavoratori.

Oggi sappiamo ad esempio che, nel 2015, il 10% dei percettori di voucher lavoravano con un contratto dipendente o cocopro durante i sei mesi precedenti la prestazione occasionale: in particolare, si parla concretamente di oltre 100 mila lavoratori. Inoltre, in base ai dati del 2014, il 40% dei voucheristi non percepiscono altri redditi da lavoro o prestazioni sociali: parliamo di circa 400 mila lavoratori. In questo modo il mercato del lavoro si indirizza verso forme sempre più precarie, dove il rischio di povertà lavorativa è una certezza e quella sui diritti, tra cui la pensione, una promessa.

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