Mercoledì, 28 Giugno 2017 | 22 :48:02

La precarietà fatta persona

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L’obiettivo conclamato del Jobs Act è sempre stato quello di liberare il mercato del lavoro da quelle rigidità che, secondo la teoria economica neoclassica, impedirebbero lo sviluppo del massimo potenziale produttivo nelle economie. In realtà, guardando al contratto a tutele crescenti, alla riforma dei contratti a termine e all’estensione dei massimali per i voucher sembra che il governo abbia voluto semplicemente istituzionalizzare le forme contrattuali precarie. Eccone una sintesi di alcuni provvedimenti chiave.

 

 

TUTELE CRESCENTI

Il contratto a tutele crescenti, lanciato in pompa magna dal governo Renzi come panacea dei mali che affliggono il mondo del lavoro italiano, dal 7 marzo 2015 è ufficialmente il contratto di riferimento per le assunzioni a tempo indeterminato. Sancisce un regime di tutele ridotto rispetto al vecchio contratto a tempo indeterminato. Si opera la monetarizzazione del diritto al lavoro e l’entità dell’indennizzo dipende dagli anni di lavoro, pari a due mensilità per ogni anno lavorato, con un minimo di quattro e un massimo di ventiquattro, ma non soggetto a contribuzione previdenziale. Nei casi di licenziamento economico illegittimo per motivo soggettivo (disciplinare), diminuisce anche l’indennizzo minimo al lavoratore che si riduce a due mensilità per ogni anno lavorato. Non soltanto, il lavoratore una volta licenziato potrà essere riassunto con qualsiasi altra forma contrattuale, o in extrema ratio potrà lavorare de-contrattualizzato e retribuito attraverso i voucher. Non è difficile intuire che al datore di lavoro converrà non soltanto giustificare i licenziamenti con motivazioni di carattere economico, ma potrà fare leva anche su motivazioni disciplinari. Per superare la mediazione giudiziaria e sfavorire l’intervento sindacale, la nuova legge prevede la possibilità per il datore di lavoro di proporre al lavoratore una «conciliazione» offrendogli direttamente – con assegno circolare – un indennizzo pari a una mensilità per anno lavorato, per un minimo di due mensilità e un massimo di diciotto, esentasse e non assoggettato alla contribuzione previdenziale.

L’istituto della conciliazione introduce un’ulteriore discriminazione tra lavoratori: un lavoratore che non abbia risorse economiche da investire nella vertenza e da usare come fonte di reddito per il periodo del cont enz ioso, sarà scoraggiato dai tempi della giustizia a procedere al contenzioso, preferendo l'indennizzo subito.

 

TEMPO DETERMINATO

Il Jobs Act si limita a ratificare il decreto Poletti il quale estende, riprendendo la riforma Fornero, la possibilità di proroga di questo tipo di contratti per tre anni escludendo però la clausola che richiedeva una causa oggettiva che giustificasse la scelta di un contratto a termine piuttosto che di uno a tempo indeterminato. Il governo pare avere come obiettivo quello di permettere alle imprese di disporre, anche per svolgere il lavoro ordinario, di un serbatoio di manodopera ulteriormente ricattabile. La durata massima del contratto a tempo determinato viene confermata a 36 mesi, che diventano 48 nel caso di proroga stipulata presso la Direzione territoriale del lavoro tra i soggetti interessati (senza condizioni sull’intervento di rappresentanze sindacali); non c'è alcun obbligo di giustificare il termine apposto al contratto con ragioni organizzative, tecniche o produttive; si conferma il limite massimo di 5 proroghe (entro i 36 mesi) e il cosiddetto «stacco contrattuale» di 10 giorni per i contratti inferiori ai 6 mesi o di 20 giorni per quelli di durata superiore, prima di poter assumere, con un nuovo contratto, lo stesso lavoratore; per quanto riguarda il limite del 20% di contratti a tempo determinato (rispetto ai lavoratori a tempo indeterminato in forza al 1°gennaio), lo sforamento comporta una sanzione amministrativa a carico del datore di lavoro e non più un indennizzo ai lavoratori, mentre viene eliminato anche il diritto all’assunzione a tempo indeterminato in caso di superamento del limite del 20% (che quindi viene abolito nella sostanza).

 

APPRENDISTATO

Con l’introduzione dell’apprendistato per la qualifica, il diploma e la specializzazione professionale, che estende la platea dei destinatari a giovani dai 15 ai 25 anni, si innesta un processo di riduzione dei livelli di istruzione dei giovani. La soglia di ingresso a 15 anni rompe il sistema duale formazione/lavoro, spostando sull’asse lavoro il campo di applicazione del contratto di apprendistato. L’apprendista smetterà all’età di 15 anni di essere studente, per diventare un lavoratore a tutti gli effetti con una giornata lavorativa di 8 ore e secondo le indicazioni del Contratto nazionale di lavoro di riferimento. La formazione interna, a cura dell’azienda, verrà retribuita soltanto per il 10% della paga oraria, contro il 35% previsto dalla vecchia normativa. La risposta alla dispersione scolastica e alla disoccupazione giovanile avverrà quindi incentivando il lavoro «minorile» e riducendo l’accesso alla formazione trasversale e all’istruzione scolastica. La riforma dell’apprendistato non si limita a offrire all’impresa mano d’opera dequalificata e a ridurre l’investimento nella formazione, ma consentirà al datore di lavoro di disfarsi dell’apprendista con più facilità rispetto al passato. Questo avviene con la modifica della norma che fissava al 50% il tetto minimo di apprendisti da confermare, per le imprese con più di 50 dipendenti che intendano assumere un nuovo apprendista. La soglia si abbassa al 20 %, mentre le aziende con meno di 50 dipendenti non sono tenute a rispettare alcun obbligo sulla riconferma degli apprendisti in organico nel caso di nuove assunzioni.

 

VOUCHER

I voucher nati nel 2003 per favorire l’emersione del «sommerso» – soprattutto per le piccole prestazioni domestiche o agricole – sono stati estesi a tutti i settori con la riforma Fornero. Il Jobs Act, mantiene questa liberalizzazione e stimola l'uso dei voucher alzando il tetto massimo di retribuzione annuale dai 5.000€ a 7.000€. Il voucher può essere utilizzato per prestazioni lavorative nell’ambito dell’anno solare e il suo valore nominale e orario (10 euro) è comprensivo di contribuzione previdenziale presso la gestione separata Inps (13%) e assicurazione Inail. Un’ulteriore novità introdotta dal decreto attuativo riguarda l’utilizzo del lavoro accessorio nel caso di soggetti in stato di disabilità, detenzione, tossicodipendenza o che percepiscono ammortizzatori e sono inseriti in progetti promossi dalle amministrazioni pubbliche. L'insieme di queste misure ha fatto esplodere l'uso del voucher: nel 2015 sono stati utilizzati per pagare 1.392.906 lavoratori (erano 24.437 nel 2008) e l’importo medio percepito nell’anno dai voucheristi più giovani è stato di 554 euro mensili.

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