Mercoledì, 23 Agosto 2017 | 10 :04:49

Uno stimolo al declino

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La crisi esplosa nel 2008 ha colpito la nostra economia in modo molto duro; tra il 2008 e il 2013 ha perso circa il 20% della propria capacità produttiva con pesanti ripercussioni sull’occupazione. Il prezzo maggiore lo hanno pagato i lavoratori giovani (nel 2015 la disoccupazione giovanile in Italia ha superato il 43% contro una media europea pari a poco meno della metà) e, in particolare, quelli con qualifiche medio-alte (nel periodo 2008-2014 l’occupazione dei lavoratori dipendenti nelle categorie a qualifica media e alta si è ridotta rispettivamente del 18% e del 13%).

 

I lavoratori più qualificati così come molti neolaureati, inoltre, scelgono sempre più la via dell’emigrazione portando altrove le competenze accumulate negli ancora eccellenti atenei italiani (i laureati e i lavoratori ad alta qualifica emigrati dall’Italia nell’anno 2014 sono stati 101.207). Le deboli performance dell’economia italiana derivano dalla peculiare tendenza al «declino» della sua struttura produttiva. Un declino che ha avuto inizio nella prima metà degli anni novanta del secolo scorso.

Ancora nella seconda metà di quel decennio il pil pro capite italiano era superiore a quello dei paesi che poi entreranno nell’Area Euro. Dal 1997 il divario è diventato negativo ed è cresciuto progressivamente: nel 2014 il pil pro capite medio della Zona Euro ha superato quello italiano del 15,6%. L’Italia perde posizioni e arretra nelle produzioni dove una volta competeva ai massimi livelli internazionali. Nel 2014 la spesa privata e pubblica in Ricerca e Sviluppo è stata, in Italia, pari all’1,29% del pil. Le radici strutturali delle nostre difficoltà sono note da tempo: una struttura produttiva fatta prevalentemente di piccole aziende con limitata disponibilità di capitali e problemi di finanziamento; la bassa propensione a investimenti innovativi; la specializzazione produttiva sempre più sbilanciata verso settori «maturi» e ad alta intensità di lavoro non specializzato; il disimpegno dello Stato nel guidare lo sviluppo dei settori strategici e ad alta tecnologia e un pressoché completo abbandono della politica industriale.

Questo quadro avrebbe dovuto indurre cambiamenti nel nostro sistema produttivo tesi a valorizzare l’innovazione e la qualità. Si è invece scelto di «lasciar fare al mercato» continuando a incentivare la via della competitività di prezzo. Si è cioè introdotta una sempre maggiore flessibilità del lavoro indicando alle imprese che la strada per competere sarebbe dovuta passare per il contenimento dei salari e per un più intenso sfruttamento della manodopera. Il Jobs Act non ha invertito questa tendenza. Le cosiddette riforme strutturali continuano a essere guidate dall’obiettivo di ridurre il costo del lavoro e aumentarne la flessibilità. Istruzione e ricerca continuano a essere penalizzate da interventi tesi solo a migliorare gli equilibri finanziari.

Più in generale, le istituzioni del welfare continuano a essere considerate voci di costo e non d’investimento e, dunque, diventano oggetto di spending review. In un contesto di grave crisi come quello in cui versa l’economia italiana sarebbe necessario un profondo sforzo pubblico di recupero e riorientamento della struttura produttiva ma, soprattutto, di valorizzazione del capitale umano. Al contrario, il governo ha scelto di introdurre nuova flessibilità con il Jobs Act indebolendo il potere contrattuale dei lavoratori ed eliminando qualunque protezione contro il licenziamento. Andando così a deprimere il potere d’acquisto dei lavoratori e la domanda interna, accentuando, in questo modo, i fattori di fragilità e instabilità della nostra economia.

Per stimolare il recupero dell’economia italiana e della sua struttura produttiva bisognerebbe favorire la competitività tecnologica, la diffusione dell’innovazione e l’investimento in un’occupazione di qualità. Per farlo è necessario mantenere una solida base manifatturiera, volano per il dinamismo tecnologico dell’intero sistema economico. Una base manifatturiera, quella italiana, che sta invece restringendo la sua dimensione in modo preoccupante senza lasciare il posto a servizi ad alta tecnologia, mentre invece si diffondono servizi a scarso contenuto tecnologico come la ristorazione o la vendita al dettaglio. Esattamente quei settori nei quali il ricorso al contenimento del costo del lavoro e all’elevato sfruttamento dei lavoratori – proprio ciò che si garantisce con il Jobs Act – rappresentano una primaria strategia competitiva. Inoltre il governo – d’intesa con Confindustria – intende modificare il modello delle relazioni industriali, spostando il baricentro della contrattazione dalla sfera nazionale a quella aziendale; dove, tra l’altro, dovrebbe svilupparsi anche il welfare integrativo privato, sostitutivo di fatto rispetto a quello pubblico che è meno costoso, più equo ed efficiente. Il decentramento contrattuale, legando i salari alla produttività aziendale, dovrebbe incentivare quest’ultima e migliorare la nostra competitività. In realtà, questa visione economica è analiticamente deficitaria e la proposta specifica è controproducente ai fini della crescita e degli equilibri sociali. E, nel quadro generale appena delineato, costituisce un’ulteriore spinta alla competitività di prezzo e al contenimento del costo del lavoro.

Aumentare il decentramento contrattuale fa perdere di vista che la produttività riguarda l’intero sistema produttivo e dipende molto dalla sua capacità innovativa che è generata molto più dagli investimenti in qualità e tecnologia che non dall’uso più intenso e flessibile di lavoro poco qualificato e malpagato. Il decentramento salariale avrebbe inoltre la controindicazione di generare disomogeneità salariali che non solo sarebbero ingiustificate, ma peggiorerebbero la coesione dei lavoratori e i più complessivi equilibri sociali. Il Jobs Act e l’insieme di misure di politica economica rivolte al mercato del lavoro quali la decontribuzione, la liberalizzazione di strumenti di lavoro precario come il tempo determinato e i voucher o l’incentivazione della contrattazione decentrata non sono la ricetta giusta per affrontare il declino italiano. Al contrario, il combinato disposto di politiche come il Jobs Act e la perdurante assenza di investimenti pubblici e privati in istruzione, ricerca e innovazione tecnologica rischiano di accentuare pericolosamente lo stesso declino.

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