Lunedì, 23 Ottobre 2017 | 15 :35:54

Libertà di licenziamento dalla Fornero a Renzi: tre casi emblematici

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LICENZIATO DAL JOBS ACT
«Ho 22 anni, sono nato in Moldavia, ma ormai sono italiano e vivo qui da parecchi anni. Il mio nome non ve lo dico, è meglio così. Nel 2014 ho iniziato a lavorare in una piccola fabbrica di Castelfranco Emilia associata a Confindustria con un contratto a tempo determinato. Nel dicembre del 2015 questo contratto è stato trasformato in un'assunzione a tempo indeterminato, un contratto a tutele crescenti. Ma è durata poco, solo due mesi: il 18 gennaio 2016 sono stato licenziato per ristrutturazione aziendale, la motivazione parla di «un calo delle esigenze produttive». Per andarmene senza far storie mi hanno offerto 3.100 euro, già nella lettera di licenziamento, così prevede la legge;
due mesi di stipendio. Questo è quanto vale il mio posto di lavoro, meno di quanto prevedeva la tutela del licenziamento nella piccola impresa (da due mensilità e mezzo a sei, ndr). Non avendo nessuna possibilità di essere reintegrato, ho accettato l'offerta evitando la causa, che mi avrebbe solo provocato delle rogne e magari gettato addosso la fama del piantagrane. Con il rischio di non trovare più lavoro in zona. Io i princìpi della solidarietà li condivido, ma con queste leggi meglio prendere i soldi e andarsene senza fare causa. Anche perché, con il Jobs Act, se vinco la causa non vengo reintegrato e prendo qualche soldo; ma se la perdo mi costa tanto, dovrei pagare i danni di un procedimento civile. Due giorni dopo il mio licenziamento l'azienda ha aperto una procedura di crisi per la cassa integrazione speciale. Ma questo riguarda gli altri, quelli che non può licenziare su due piedi perché hanno i vecchi diritti, che per noi non sono mai esititi. Il mondo del lavoro va avanti così, anche dopo il Jobs Act: a doppio regime.»

 

 

REINTEGRATO DAGLI SCIOPERI

«Mi chiamo Cristiano, lavoro alla Gibentech di Bologna, ho iniziato come operaio e sono arrivato a essere un settimo livello, responsabile di pianificazione, produzione e della certificazione di qualità. Dopo 26 anni di lavoro, lo scorso 4 marzo, mi hanno detto che non gli servivo più e licenziato. In realtà si è trattato di mobbing da parte di un capo officina despota, che – per dire – per consegnarti le buste paga te le tira a terra e che mi ha aggredito fisicamente dopo una discussione di lavoro. Ho chiesto un chiarimento al padrone, ma lui non mi ha nemmeno risposto, ha chiuso i rapporti con me. A quel punto ho mandato una diffida al capo officina, perché non lo facesse più.

Dopo tre mesi – passati i termini per un'eventuale denuncia penale – sono stato chiamato in direzione e mi hanno licenziato in base alla legge Fornero, per “crisi” e perché la mia mansione sarebbe stata soppressa.

Dicendomi che dovevo uscire subito dall'azienda, fare la scatola con le mie cose e andarmene senza toccare il computer. Ma l'azienda non è in crisi, anzi, e qualche giorno dopo il mio licenziamento hanno fatto un paio di assunzioni. Mi hanno cacciato per dimostrare chi comanda: il capo.

In attesa della seduta di conciliazione al Dipartimento territoriale del lavoro, i miei compagni hanno iniziato a scioperare: 4 ore di fermata ogni giorno per un'intera settimana e poi un'ora di sciopero al giorno:  per solidarietà con me e per farsi forza di fronte alla paura di nuove prepotenze. Così il 22 marzo l'azienda ha ceduto, ha revocato il licenziamento e mi ha reintegrato. Hanno voluto dare una prova di forza, invece l'hanno ricevuta.

La mia vittoria è stata la vittoria di tutti, ottenuta grazie al sindacato e solo grazie allo sciopero, perché non possiamo più contare, come prima, sulle leggi che dobbiamo riconquistare per ribaltare il brutto clima che si è creato, quella prepotenza insopportabile che si respira in fabbrica. Per questo per me il reintegro era fondamentale, per sconfiggere chi pensa di poter comandare quel che vuole, che usa la paura per governare il mondo».

 

VITTIMA DELLA MANOVRA FORNERO

«Alla Tecnogear di Reggio Emilia ci hanno licenziati in tre. Io mi chiamo Fulvio, ho 42 anni, lavoravo lì dal '97, al controllo qualità e rifinitura.

Da qualche anno sono delegato Fiom. La fabbrica ha 82 dipendenti, produciamo ingranaggi di precisione. Fino al 2008 c'era un proprietario in carne e ossa, poi siamo finiti nelle mani di un fondo bancario della Credem. Nel 2014 l'amministratore delegato ha iniziato a dire che bisognava tagliare i costi. Negli ultimi mesi del 2015 è tornato alla carica chiedendo di modificare il contratto aziendale, annunciando che avrebbe «comandato» la trasformazione in lavoro di una mezz'ora di pausa. Si è aperto un confronto, la trattativa doveva partire il 16 febbraio. Il 10 febbraio, alle 10,30 del mattino, mentre ero al lavoro, mi consegnano la lettera di licenziamento, dicendomi di lasciare immediatamente l'azienda: «non servivo più». Dovevo svuotare l'armadietto e andarmene subito, insieme agli altri due licenziati. La motivazione ufficiale, «riassetto organizzativo», utilizzando la legge Fornero che ha iniziato a smantellare l'articolo 18. Abbiamo scioperato per nove giorni di fila, con un presidio che ha bloccato tutto. Ciascun lavoratore sapeva di essere a rischio – “oggi a loro, domani a noi” si diceva ai cancelli –, perché si trattava di un messaggio di potere mandato ai lavoratori e al sindacato, sul rinnovo del contratto aziendale, per dire che in fabbrica decidono loro e fanno ciò che vogliono. Il “riassetto aziendale” non c'entrava nulla, si sarebbero potute trovare altre soluzioni senza cacciarci, visto che l'azienda andava bene. È stato un licenziamento politico, un atto per dimostrare chi comanda.

Lo sciopero è andato bene, all'inizio. Poi, dopo qualche giorno, sono iniziati i problemi e le divisioni tra noi. Abbiamo dovuto sospendere la lotta a oltranza, l'azienda non ha voluto accettare nemmeno la mediazione del prefetto. Oggi in fabbrica c'è paura; da quando la proprietà è del fondo bancario la pressione sui lavoratori è aumentata, il dialogo con la direzione è diventato sempre più difficile, anche perché abbiamo a che fare con dirigenti che di produzione non sanno nulla, che ragionano solo con i numeri dei bilanci. Oggi, dopo i licenziamenti, chiunque può pensare che la prossima volta toccherà a lui anche perché l'articolo 18 è stato violato dalla legge Fornero: ora l'onere della prova è a carico del lavoratore, non è più l'azienda che deve dimostrare che licenzia perché è in crisi o perché la tua mansione non c'è più; per riavere il tuo posto di lavoro sei tu che devi dimostrare che non è vero, altrimenti ci sono solo quattro soldi di risarcimento. È umiliante.

Ora sono disoccupato, in attesa della causa legale per dimostrare che non c'è motivo di licenziamento economico: l'azienda fa utili che poi accantona per ammortare l'investimento. Mi tormento di giorno e non dormo la notte. Mi hanno offerto dodici mensilità per dimettermi, ma non ho accettato. Per dignità. Ho iniziato a cercare un nuovo lavoro, come ho fatto quando sono arrivato qui da ragazzo, dal mio paese del sud; ma allora era più facile, oggi c'è troppa fame di lavoro, alla mia età poi è più difficile, non te lo danno.»

 

 

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