Mercoledì, 16 Gennaio 2019 | 00 :25:16

Fiom: l’evoluzione della specie

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Inchiesta composizione direttivo 

Il gruppo dirigente territoriale della Fiom è l'insieme dei componenti – uomini e donne – di tutti i direttivi territoriali della categoria.

Sono in larga parte delegati e delegate, Rls ma anche funzionari o semplici iscritti, perlopiù operai ma anche impiegati e, soprattutto, sono coloro che discutono e fanno vivere, nei territori e nei luoghi di lavoro, la politica e le scelte di tutta l'organizzazione.

Senza di loro non ci sarebbe la Fiom, come nessuna altra categoria della Cgil.

Domandarsi chi è il gruppo dirigente, come è composto, come funziona e cosa pensa è un modo di guardare al proprio interno e interrogarsi, in una fase non facile per nessuno, sui propri punti di forza e di debolezza, non senza una qualche dose di autocritica.

 

Per questo, qualche mese fa, la Fiom ha deciso di distribuire dei questionari anonimi a tutto il suo gruppo dirigente territoriale, cioè appunto a tutti i componenti e le componenti dei direttivi territoriali della Fiom. I 3.146 questionari raccolti tra nord, centro e sud sono un numero decisamente importante che ne garantisce la rappresentatività statistica.

Quella che ne emerge è una fotografia di quello che abbiamo chiamato «pianeta Fiom» e che, con i suoi pregi e i suoi difetti, è – con le lavoratrici e i lavoratori – la base della nostra organizzazione.

Poche donne e migranti, età media 47 anni

Il primo elemento che salta agli occhi è che nel gruppo dirigente territoriale della Fiom sono poche le donne (soltanto il 15%, molto meno di quanto prescrive la norma antidiscriminatoria della Cgil) e pochissimi i migranti (appena il 5%, anche al nord dove si concentra la loro presenza nelle fabbriche), nonostante emerga dai dati sul titolo di studio che proprio queste componenti sono anche quelle in proporzione più istruite.

Inchiesta anzianita iscrizione

Pochi anche i giovani e molto alta l'età media: 47 anni con una quantità inspiegabile di persone che preferiscono non rispondere alla domanda (oltre 400 non risposte, pari a più del 13% del totale, molto più che qualsiasi altra domanda). È un fatto difficilmente comprensibile dal punto di vista della metodologia della ricerca, perché normalmente «quanti anni hai?» non è considerata una domanda scomoda o imbarazzante.

Se l'età media è molto alta e quelli con meno di 35 anni una rarità, non è affatto precluso un elevato ricambio all'interno dei direttivi. Gli «storici» (cioè quelli che sono nel direttivo da sempre) sono – a dispetto dell'età – una minoranza. Un terzo dei componenti dei direttivi è, infatti, iscritto alla Fiom da meno di dieci anni, il 35% è delegato da meno di cinque, circa il 60% è entrato nel direttivo dopo il Congresso del 2010. Va ricordato quando, nelle nostre discussioni interne, si dà per scontato che tutti conoscano i passaggi della nostra storia più o meno recente.

In ogni modo, come si è detto, il ricambio interno non si traduce in un abbassamento dell'età media, che anche tra chi fa il delegato da meno anni supera abbondantemente i 40. Insomma, il ricambio c'è, eccome, ma è tutt'altro che generazionale. E, se tra i quarantenni di oggi soltanto una minoranza (22%) ha iniziato quando ne aveva meno di 30, vuol dire che questa dinamica si trascina da almeno una generazione. Il forte ricambio dei gruppi dirigenti ha forse un riscontro anche nel fatto che la maggioranza sarebbe disposta a cambiare i meccanismi tradizionali di funzionamento dei direttivi e, per esempio, trovare un modo diverso di eleggere i segretari generali, allargando la platea degli interessati.

Inchiesta anzianita direttivo

La mancanza di giovani si misura invece nella esperienza diretta della precarietà: soltanto l'11% degli intervistati ha avuto contratti precari per più di un anno prima di essere assunto (a ben guardare comunque quasi il doppio tra le donne). Una percentuale che non rispecchia di sicuro le trasformazioni che hanno attraversato il mercato del lavoro negli ultimi decenni, anche se non significa certo che chi non ha avuto esperienza nella precarietà sulla propria pelle non ne capisca il senso e la portata.

Bisogno di formazione

Il più evidente tra i punti di debolezza è la poca formazione sindacale, soprattutto per i tanti che sono da meno tempo nella Fiom. Quasi tutti ammettono, infatti, che c'è bisogno di più formazione (95%) e tantissimi dichiarano di non aver mai partecipato ad alcun corso, salvo quelli obbligatori per chi è anche Rls (43% in generale, ma addirittura 65% tra chi è delegato da meno di cinque anni) o comunque di averne fatti uno o al massimo due. A conferma di ciò, un numero significativo di intervistati dichiara che quello che sa sul sindacato lo ha imparato in modo più o meno casuale e sporadico, detto in altro modo «arrangiandosi».

Inchiesta formazione

A giudicare dalle risposte, quella della formazione è una pratica che è diminuita negli anni e manca soprattutto a chi ha la storia sindacale più recente: tra chi è entrato nel direttivo prima del 2006 la percentuale di chi ha ricevuto una formazione sindacale strutturata tramite i normali corsi di formazione è doppia rispetto a chi vi è entrato nell'ultimo congresso (40% contro il 22%).

Inchiesta formazione2

D'altro canto, le mancanze sulla formazione emergono con grande chiarezza dai bisogni formativi stessi. Quello che manca e su cui si chiede di aver più formazione non sono temi più o meno accessori, al limite rinviabili, ma è l'Abc stesso del sindacato, cioè la contrattazione, che è indicata come priorità nella metà delle risposte possibili. Questo dato, ancora più degli altri, segnala che quello della formazione è un tema non più rinviabile e sul quale è necessario che venga data quanto prima una risposta.

L'iscrizione si complica

Rispetto alle difficoltà nel fare nuovi iscritti, il dato generale – in effetti prevedibile – è che quasi nessuno pensa di non averne alcuna. Per il resto, le risposte che si sentono più spesso dare dai loro colleghi che non vogliono iscriversi sono soprattutto che «la tessera costa» e «l'iscrizione non serve». I due temi sono tra loro collegati, perchè in fondo, pur in un periodo di crisi economica, se si considerasse utile essere iscritti non si riterrebbe la tessera una spesa insostenibile.

 Inchiesta iscrizione

D'altro canto, la terza tra le risposte più ricorrenti è «non sono interessato». Significativa anche la risposta di chi teme ritorsioni da parte dell'azienda, soprattutto al sud dove è indicata come la principale delle giustificazioni. Fa riflettere, in effetti, che al nord prevalga il tema del costo della tessera e al sud quello delle possibili ritorsioni.

In tutto questo, è un buon segno che non sia maggioritaria – seppur da tenere in grande considerazione – quella parte di risposte che tira direttamente in causa la linea sindacale, che sia la critica alla Cgil, l'accusa al sindacato di fare politica ma anche, seppur in minima parte, la poca soddisfazione nei confronti delle strutture di servizio della Cgil o il fatto che la Fiom segua poco o male la singola realtà aziendale.

Contrattazione aziendale per pochi

Il quadro tracciato dall'inchiesta affronta anche le difficoltà legate alla contrattazione in azienda. Va premesso che la maggior parte del gruppo dirigente territoriale lavora in aziende di dimensioni medie e medio-grandi e la stragrande maggioranza rappresenta lavoratori di aziende che applicano il contratto nazionale di Federmeccanica (poco meno del 90%). Tolti quelli a cui viene applicato soltanto il contratto di secondo livello (5%, prevalentemente Fca), sono pochissimi – e pressoché tutti tra Emilia Romagna e Lombardia – quelli che appartengono a aziende di Unionmeccanica o Confimi (6,5%). Ancora meno i componenti dei direttivi che lavorano in una cooperativa o in aziende orafe o artigiane (34 casi).

Inchiesta contattazione

Il bilancio sulla contrattazione aziendale non è sempre positivo. In media, soltanto un delegato su due può dire di essere riuscito in questi ultimi tre anni a portare avanti la contrattazione di secondo livello nell'azienda in cui lavora (in particolare al nord e nelle aziende di dimensioni medio grandi); molti, l'altra metà appunto, non ci sono riusciti, perchè non ci sono state le condizioni, perchè un contratto non c'è mai stato o, peggio, perché l'azienda lo ha disdettato unilateralmente.

Il punto non è poi soltanto se si è fatta contrattazione, ma anche se essa ha determinato o meno migliori condizioni, cosa tutt'altro che scontata visto che nel 23% dei casi sono persino peggiorate (non soltanto per effetto di accordi separati, visto che dai dati del questionario risulta che questi rappresentano soltanto il 12% dei rinnovi di questi anni).

Inchiesta contatto

Insomma, sommando il dato tra quanti non hanno rinnovato il contratto e quanti pur rinnovandolo non sono riusciti a migliorare le condizioni di lavoro, il quadro che ne esce non è certo entusiasmante e la dice lunga sulla pretesa di Federmeccanica di svuotare quel che resta del contratto nazionale per demandare alla contrattazione di secondo livello il salario e i diritti!

I dati del questionario mostrano inequivocabilmente che a questo livello, già in questi anni, troppe volte la contrattazione o non è stata possibile o molto spesso è stata di ricatto e restituzione dei diritti. Tanto più che quelle prese in considerazione non sono tutte le aziende metalmeccaniche italiane, ma soltanto quelle in cui lavora il gruppo dirigente della Fiom, quindi quelle in cui comunque c'è stata maggiore forza e capacità contrattuale.

Anche per questa ragione, forse, quando si chiede agli intervistati di esprimersi sull'utilità di un possibile contratto unico dell'industria, quasi il 90% si dica d'accordo.

Questo quadro difficile ha condizionato anche la richiesta della carta rivendicativa, con la quale la Fiom ha provato a riconquistare in azienda le condizioni perse con l'accordo separato di Fim e Uilm del 2012. La carta rivendicativa è stata presentata in una azienda ogni due, ottenendo i risultati auspicati nel 12% dei casi. Va segnalato, inoltre, che il 37% delle aziende ha dovuto continuare ad applicare il vecchio contratto del 2008.

L'enigma del web

Un altro dei temi sondati dal questionario è stato l'utilizzo degli strumenti di comunicazione e di informazione messi a disposizione dalla Fiom, in particolare il sito nazionale e iMec. In entrambi i casi, colpisce che a un giudizio mediamente molto positivo non corrisponda un utilizzo altrettanto assiduo. Se meno del 12% degli intervistati critica il sito, la stragrande maggioranza lo usa poco (44%) o mai (oltre il 30%, considerando anche quelli che dicono di non conoscerlo affatto).

Inchiesta utenti web

Altrettanto vale per iMec. Sono soltanto il 10% quelli che dichiarano di utilizzarlo spesso e invece ben il 32% (quasi un intervistato su 3) quelli che non lo conoscono nemmeno. In entrambi i casi, a utilizzare meno questi strumenti sono proprio i delegati e le delegate, anche se è bene sapere che iMec è usato poco anche dai funzionari (meno del 30% lo utilizza spesso), mediamente più assidui invece sul sito (circa il 60%). È comunque vero che una parte delle informazioni arrivano attraverso i social network. Se si somma chi utilizza regolarmente il sito (lo abbiamo chiamato tipo A) a chi pur non visitando il sito utilizza regolarmente facebook o twitter per l'attività sindacale (tipo B), sale a circa il 50% la percentuale di quanti sono comunque raggiunti dalle informazioni della Fiom nazionale.

Inchiesta diritti

Resta da considerare come coinvolgere il cosiddetto tipo C, cioè quelli che usano i social network ma soltanto per uso privato e non per l'attività sindacale (e sono, di nuovo, soprattutto i delegati e in particolare quelli che hanno una toria più recente nella Fiom) e ovviamente non dimenticarsi che esiste anche il tipo D, almeno uno su quattro dell'intero campione, che non usa né il sito né i social network.

Insomma, non si può dare per scontato che le informazioni «istituzionali» siano lette da tutto il gruppo dirigente. Figuriamoci dai lavoratori e dalle lavoratrici! Se, però, è chiaro che si deve investire maggiore attenzione nella diffusione di questi mezzi di comunicazione, d'altro canto non si corra l'errore di trascurare quelli tradizionali, perchè, piaccia o meno, per tanti l'informazione sindacale avviene ancora esclusivamente attraverso il buon vecchio volantino.

Politica sempre più distante

Sulla politica le opinioni sono molto nette: unanime il giudizio negativo sul governo (meno del 3% gli concede la sufficienza) e largamente condiviso il fatto che, se negli anni il lavoro ha perso diritti salario e pensioni, la colpa è principalmente della mancanza di rappresentanza politica del mondo del lavoro. Tanto che appena il 23% dichiara di sentirsi rappresentato da qualche partito o movimento politico e soltanto l'11% è iscritto o impegnato come militante.

giudizio governo

La disaffezione alla politica ha due dimensioni: quella di chi l'ha abbandonata, soprattutto i delegati «storici» (18%) e i funzionari (35%) e quella di chi non se ne è mai interessato, soprattutto i più giovani e in genere a quelli che hanno la storia sindacale più recente.

Inchiesta militante

In ogni modo, per tutti, quando si chiede a quale partito si sentano più legati, la risposta più diffusa è «nessuno». Le risposte che danno indicazioni sui singoli partiti sono quindi troppo poche (meno di 500) per poter essere considerate rappresentative e commentate seriamente. Resta il fatto, che, anche tra quelli relativamente più citati (Sel, M5s, Prc piuttosto che L'altra Europa) nessun partito può vantare di raggiungere un consenso superiore al 4% dell'intero campione.

Inchiesta rappresentato

Bassa è la partecipazione ad attività sociali e di volontariato, che interessa un intervistato su quattro (26%), soprattutto al centro-nord, tra gli under 30 o over 55 (oltre il 30%) e, anche in questo caso, tra gli «storici» (40% di chi è nel direttivo da prima del 2006) e i funzionari (oltre il 50%).

Inchiesta voto

Attenzione però: se la più diffusa tra le associazioni cui sono iscritti i componenti del gruppo dirigente della Fiom è l'Anpi (citata nelle risposte circa 200 volte), la seconda è l'Avis (circa 100 risposte), un impegno importante e di altissimo valore sociale ma non necessariamente legato all'identità politica. Emergency, Libera o altre associazioni simili interessano poco più che qualche decina di persone. D'altra parte, se la partecipazione politica e sociale è molto bassa, altissimo invece è il tasso di partecipazione al voto e l'astensionismo (10%) non è nemmeno lontanamente paragonabile al dato medio nazionale. La maggior parte dei dirigenti della Fiom, insomma, non si sente rappresentato politicamente da nessuno e, a parte l'impegno sindacale, partecipa poco alla vita sociale e pochissimo a quella politica – in molti perchè la hanno abbandonata ritenendola responsabile della perdita di diritti del mondo del lavoro – ma quasi tutti vanno a votare.

Alcune conclusioni

In definitiva, i dati che emergono ci dicono che per tanti dirigenti della Fiom la politica è ancora importante – non hanno smesso di andare a votare – ma di fatto l'unica attività di partecipazione vera è proprio attraverso il sindacato. Se questo vuol dire che la Fiom sostituisce in parte la crisi di rappresentanza politica che affligge il paese, d'altro canto significa anche che il gruppo dirigente – di per sé poco formato e in gran parte con una storia sindacale piuttosto recente – non ha altri canali di formazione sociale e politica al di fuori del nostro e quindi – soprattutto in prospettiva – ha bisogno di forti motivazioni e di adeguati strumenti culturali per misurarsi con un quadro così difficile e impegnativo.

Avere ben chiara questa situazione impone, come detto all'inizio, una buona capacità di autocritica, elemento sempre positivo se è in grado di tradursi in risposte organizzative altrettanto chiare, sugli aspetti più immediati in prima battuta (la scarsa presenza di donne e migranti e la poca attrattività nei confronti dei giovani), ma in prospettiva anche su quelli più strutturali e di lungo periodo, come la necessità di promuovere una comunicazione più diffusa tanto con i canali nuovi che con quelli tradizionali, e soprattutto l'urgenza di fare più formazione sindacale e politica per mettere in condizione di affrontare i problemi con un respiro più ampio e una maggiore consapevolezza da parte di tutto il gruppo dirigente, sulle questioni di carattere generale, certo, ma anche e soprattutto sul terreno accidentato della contrattazione sul posto di lavoro.

Inchiesta provvedimenti

 

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