Domenica, 20 Gennaio 2019 | 08 :22:24

Da migranti a metalmeccanici a delegati Fiom: un'integrazione difficile, anche nel sindacato

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Il coordinamento migranti della Fiom ha promosso un'inchiesta sui nostri delegati migranti, ascoltando 34 di loro attraverso interviste in profondità, quasi storie di vita, sulla loro esperienza sindacale, dalla fabbrica al direttivo. L'inchiesta – che ora viene raccolta in un e-book, «Scopri la differenza» pubblicato da Meta Edizioni (www.edizionimeta.it) - ha preso le mosse dal problema della scarsa presenza dei migranti negli organismi decisionali ed esecutivi, ma le sue conclusioni mettono di fronte a una realtà ben più complessa, che coinvolge l'intero percorso sindacale dei delegati migranti, a partire dalla decisione di candidarsi come delegato, passando dal rapporto con i colleghi, con le aziende e con il sindacato stesso. Ne sono emersi tanti ostacoli, sia organizzativi che culturali, sia dentro la fabbrica che dentro il sindacato.

 

I brani delle interviste sono riportati in forma integrale, per lasciar parlare in prima persona gli intervistati. Il valore di queste interviste non è statistico, valgono per se stesse. Ma vanno lette con molta attenzione, perchè quello che ne esce sono opinioni e storie raccontate in un modo inedito, che raramente emerge con altrettanta schiettezza nelle nostre riunioni e nei nostri direttivi. Quello che raccontano i delegati migranti non è sempre quello che vorremmo, perchè emergono anche tanti ostacoli e ritardi, anche da parte del sindacato. Conoscerli, però, è il presupposto per affrontare i problemi e provare a risolverli. E in questo caso, sarà bene cominciare il prima possibile.

Risalendo a ritroso, siamo partiti dal primo degli ostacoli, cioè dal momento stesso in cui si prende la decisione di candidarsi. Una scelta già di per sé difficile, che non a caso avviene con l'appoggio di qualcuno alle spalle, quasi sempre i propri colleghi, italiani o stranieri, più raramente il funzionario o il segretario: i miei compagni mi hanno spinto; abbiamo deciso di scegliere uno di noi; prova tu così diventi il primo delegato extra-comunitario in questa fabbrica. Quasi tutti, fin dall'inizio, si descrivono giustamente come i delegati di tutti, italiani e stranieri: sono sempre stato il delegato di tutti; il mio rapporto è uguale con tutti i lavoratori; bisogna far capire ai colleghi che tu non fai il delegato degli extra-comunitari. Spesso, però, sono gli stessi colleghi stranieri a considerarli i loro delegati, per tutto, anche per il permesso di soggiorno e anche se non lavorano nella stessa fabbrica: gli stranieri tendono a cercarla da me la risposta piuttosto che da altri italiani; mi chiedono come far venire la moglie o i ragazzi; non c'è lo sportello migranti nel mio paese e allora vengono tutti da me.

Questo accade perchè i lavoratori stranieri si fidano di più e si sentono più a loro agio con un delegato straniero (anche perchè spesso loro stessi ricoprono ruoli di primo piano nelle associazioni dei migranti sul territorio e quindi spesso sono riconosciuti anche per questo), ma anche perchè tanti pensano che i delegati italiani non saprebbero rispondere: mi dicono che sono uno di loro; il lavoratore straniero sa che parliamo la stessa lingua e pensa che io quindi lo aiuterò e se non lo farò è solo perchè non ho potuto; sanno che magari gli italiani non conoscono le leggi sull'immigrazione; è successo che uno l'ha chiesto a un italiano e questo non lo sapeva quindi lo ha passato direttamente a me; a volte chiedono a un italiano ma quando non riescono a capire niente comunque tornano da me.

D'altra parte, quando nelle interviste si parla di formazione dei sindacalisti italiani sui temi dell'immigrazione, tutti dicono – senza eccezioni – la stessa cosa: non ne sanno niente. Nel rapporto con i lavoratori italiani, rispetto a tanti che per fortuna non hanno mai avuto nessun problema, ad altrettanti purtroppo è capitato di affrontare pregiudizi e diffidenza, soprattutto all'inizio: il rapporto con i lavoratori italiani a volte non è facile perchè ti guardano in una maniera...; c'è qualcuno degli italiani che ti tratta male; quando ero in distacco e entravano in ufficio anche se ero lì dicevano che non c'era nessuno; mi facevano delle domande anche se sapevano la risposta soltanto per vedere se io sapevo rispondere o meno; gli italiani all'inizio non credevano che io potessi risolvergli i problemi ma adesso vengono tutti. Capita anche ai delegati italiani di fare fatica a farsi accettare all'inizio ma a un italiano nessuno dice di tornarsene a casa, come invece è accaduto ad alcuni dei delegati intervistati: mi è capitato spesso di sentire che gli italiani dicono ai colleghi stranieri avete votato un marocchino ora chiedete a lui; ti dicono ma proprio uno straniero ci deve stare nella Rsu? Alle diffidenze di alcuni colleghi italiani, si aggiunge il problema della maggiore ricattabilità nei confronti dell'azienda. Anche in questo caso, non è che gli italiani ne siano immuni, ma per i migranti questa condizione è più grave, perchè i permessi di soggiorno sono legati al lavoro e a volte, come dicono loro stessi, un delegato migrante deve avere davvero un grande coraggio per sopportare soprusi e minacce: l'atteggiamento dell'azienda era come se io non capissi niente; l'azienda quando parla guarda gli altri delegati, per farli rivolgere verso me devo essere più bravo io; mi hanno detto stai alla larga dal sindacato che ti abbiamo trattato bene fino adesso.

Un altro degli ostacoli nel decidere di candidarsi è la scarsa fiducia che gli stessi stranieri hanno sulla possibilità di essere eletti, spesso perchè pensano – a torto o a ragione – che non saranno votati dagli italiani, soprattutto quando non si sentono più che sicuri di saper parlare correttamente l'italiano. Quello della lingua, di fatto, è stato per tanti uno dei principali ostacoli. Anche se quasi tutti gli intervistati parlano correttamente l'italiano, non è comunque la loro lingua madre e, soprattutto all'inizio della loro attività sindacale, raccontano che è stato un problema, sia con i lavoratori che con l'azienda e persino nel sindacato: tante volte non capisci, devi chiedere, devi trovare qualcuno che ti traduce e allora non è facile; a volte è un problema, soprattutto per scrivere, perchè vorresti esprimerti meglio e non ci riesci; in questi anni sono intervenuto poco al direttivo per questioni di lingua, se a parlare sbagliano gli italiani è un conto, se sbagliamo noi è un altro; tu non sai una parola sbagliata quali conseguenze può avere; quando devo parlare faccio fatica, non so in quale lingua penso.

Soltanto in pochi ci hanno detto di non considerare la lingua un ostacolo, ricordandoci – giustamente – che ci si fa capire lo stesso e che contano più i fatti che le parole: ho visto gente che nel momento della rabbia esplode e anche se non parla bene l'italiano ti fa capire bene certe cose; la lingua non è un problema, in fondo anche i sordomuti riescono a farsi capire; il problema non è l'ortografia, sono le idee.

Se questi sono gli ostacoli dentro le fabbriche, dopo iniziano quelli dentro il sindacato, a cominciare dalla formazione che è – a detta di tutti – poca o pochissima, sia quella generale rivolta a loro stessi (problema comune a italiani e migranti), sia quella specifica che dovrebbero avere ma non hanno i sindacalisti italiani.

In alcuni casi, anche chi fa il delegato da oltre 10 anni reclama di aver fatto se va bene un corso di formazione, poi basta e la formazione è lasciata al caso, arrangiandosi, facendo esperienza sul campo o sperando nell'aiuto del funzionario e di un altro delegato. Pochissima a detta di tutti anche la formazione ai funzionari sindacali italiani in tema di immigrazione.

Non ne sanno niente è più o meno il giudizio unanime di tutti gli intervistati. C'è chi riconosce delle attenuanti: sei uno e hai troppe cose da fare; non posso pretendere da tutti che sappiano cosa serve per il permesso di soggiorno; sanno che a uno straniero ci pensa l'Inca. Per qualcuno invece il problema è a monte: certi funzionari – non tutti ovviamente – non sanno niente di immigrazione, non le conoscono e magari non le vogliono neanche conoscere; tra il funzionario italiano e il lavoratore straniero capita spesso che non si capiscano.

Magari il lavoratore sta dicendo una cosa che non riesce a spiegare bene, il funzionario è già ignorante in materia e anche volendo dare una risposta, non si arriva a un risultato, né per il lavoratore né per il funzionario; uno straniero durante l'anno lavorativo perde tanti di quei permessi prima di farsi capire. (...) Magari sei venuto a fare una vertenza, ma ti mandano subito all'ufficio stranieri.

Anche il ruolo dei servizi non esce immune da critiche, perchè senza niente togliere al loro prezioso lavoro, alcuni degli intervistati raccontano che a volte capita che in alcuni territori gli stranieri, pur riconoscendo la Cgil e la Fiom sul posto di lavoro, si rivolgano ad altri per sbrigare le pratiche amministrative.

C'è poi il tema della composizione dei gruppi dirigenti, che qualcuno non esita a definire senza mezzi termini: è una vergogna; è un peccato che chi può dare qualcosa, non trovi dall'altra parte chi lo sta a sentire; secondo me per loro gli iscritti stranieri non valgono! Peraltro salvo poche positive eccezioni, raramente nei direttivi si parla di immigrazione e se accade che se ne parli, è perchè sono gli stessi migranti a sollevare il tema: i delegati italiani non sono interessati al 100%; non hanno la stessa sensibilità che abbiamo noi sui temi degli stranieri; la maggior parte dei delegati italiani non gliene frega niente; per loro è una cosa in più, un disturbo, una cosa che magari riguarda altri.

Qualcuno riconosce che sarebbe anche giusto che di immigrazione non si parlasse in modo specifico, perchè i lavoratori stranieri hanno gli stessi problemi di quelli italiani. Ma alla fine il tema dell'immigrazione finisce per non essere mai una priorità e passa di fatto quasi ovunque in secondo piano. Non solo. Da alcune interviste si capisce che a volte il problema è più ampio e che, anche all'interno del sindacato, la capacità di accoglienza verso i migranti non è sempre e ovunque scontata. Alla domanda se la Fiom e la Cgil siano accoglienti verso i migranti, la risposta è subito quasi per tutti sì, molto! Ma poi, emerge anche un'altra realtà, in cui non tutti hanno le stesse idee sull'immigrazione – nelle Rsu ma nemmeno all'interno dei direttivi – e qualcuno a volte nel rapporto con i migranti «dimentica» purtroppo di fare parte della Cgil. Efficacemente, qualcuno lo spiega così: anche il sindacato fa parte di una più generale opinione pubblica.

Se chiedi, in generale, alle persone per strada l’80% vorrebbe più controlli e magari gli va bene la Bossi-Fini così come è. Noi nel sindacato facciamo parte anche di quell’80%; non è che il sindacato è tutto in quel 20% che la pensa diversamente. Gli episodi spiacevoli che sono capitati ad alcuni degli intervistati vanno letti per come sono, è difficile commentarli. Sono fatti isolati e non rappresentano la nostra idea di stare insieme, anzi ne sono in aperto contrasto e siamo sicuri che la maggior parte dei delegati italiani non li condivide e prova nel leggerli lo stesso imbarazzo che abbiamo provato noi ad ascoltarli. Lo dicono gli stessi intervistati: quello che pensano alcuni delegati è un fatto proprio personale; altri delegati sono persone meravigliose; tra le regole della Fiom, la discriminazione non c'è! Ma rimane un problema se anche soltanto una volta sola, un delegato o una delegata si sono sentiti stranieri anche dentro a un nostro direttivo o a una nostra Rsu. È per questa ragione che abbiamo deciso di raccontare anche gli episodi più amari. Una volta raccontati, però, questi fatti diventano pietre e vanno affrontati il prima possibile, considerandoli davvero una priorità e ricostruendo un senso di appartenenza profondo al sindacato, quasi identitario, in cui l'adesione a una cultura di solidarietà e giustizia siano parte integrante vissuta a tutti i livelli e condivisa da tutti e tutte.

Questo processo è necessario, perchè il valore che i nostri delegati e le nostre delegate migranti possono dare a tutta l'organizzazione è davvero strategico per tante ragioni. La prima è che, semplicemente, la diversità è una ricchezza e un valore in sé: se fosse tutto di un colore sarebbe noioso. Dopodiché, è la loro stessa storia a parlare per loro. A prescindere che siano fuggiti da dittature, guerre o povertà, le loro sono tutte storie di grande coraggio. Eppure, spesso, non le conosciamo nemmeno e quando abbiamo chiesto agli intervistati se gli altri delegati sapessero da dove vengono davvero e come sono arrivati in Italia, in pochi hanno risposto di sì: sarebbe bello se le persone che mi conoscono, avessero la curiosità di conoscere anche il mio paese. Anche solo per sapere dove è il Senegal! È un peccato, una preziosa occasione mancata. In generale, i delegati migranti sono una potenzialità enorme per tutta la Fiom, che rischia però a volte di essere poco valorizzata, paradossalmente come già avviene in tutte le fabbriche in cui lavorano, rispetto alle quali tutti dicono: se fossi nato in Italia, farei un lavoro migliore.

Se sono sottoutilizzati dalle aziende, davvero non può accadere che lo siano anche nel sindacato. E invece spesso i delegati migranti non sono valorizzati per quanto invece potrebbero dare. Da un lato, nel rapporto con gli stessi lavoratori migranti: se c'è un delegato straniero, la Fiom riesce ad attirare altri stranieri ad iscriversi; ci sono cose dei migranti che soltanto i migranti possono capire; tu non hai mai avuto fame, io sì. Tu non hai mai avuto problemi a trovare un alloggio per dormire, io sì. Dall'altro, in rapporto a tutta l'organizzazione e a tutti i lavoratori, a cominciare dal fatto che la maggior parte di loro, oltre ad avere un importante bagaglio di esperienza alle spalle, ha un titolo di studio elevato, mediamente parla due o tre lingue e normalmente ha un ruolo di primo o primissimo piano in altre associazioni culturali o di volontariato attive nei territori.

Serve quindi, lo dicono gli stessi intervistati, più spazio all'interno del sindacato e negli organismi decisionali, che significa più migranti nei direttivi, ma anche negli apparati e nelle segreterie. Ancora prima, serve che la Fiom dia più fiducia possibile ai lavoratori che decidono di candidarsi, più formazione, più attenzione ai percorsi individuali.

Ma anche che dimostri più capacità di cogliere le competenze di ognuno di loro e di coinvolgerli per i loro meriti, senza cercarli soltanto per riempire qualche posto vuoto: diverse volte ho sentito che siamo lì per fare numero; perchè mi chiami per parlare di immigrazione? Perchè non mi chiami per parlare di economia?

Sono in molti a sottolineare che non si tratta di delegare i temi e la rappresentanza dell'immigrazione soltanto ai migranti, ma serve invece costruire un percorso ampio che porti a considerare questi aspetti prioritari per tutta l'organizzazione, fino a concludere che non ci sia bisogno – come auspicano alcuni – di fare differenza tra delegati italiani e delegati stranieriperchè sono tutti soltanto delegati e fino a dire, come sottolinea uno degli intervistati: c'è differenza tra Landini o Mustafà? È il lavoro che conta, non la sua faccia.

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