Dal lavoro dei migranti ci guadagna soprattutto l’Italia

Categoria: Inchieste
Creato Giovedì, 29 Ottobre 2015 12:07
Pubblicato Lunedì, 21 Dicembre 2015 12:07
Scritto da Emanuele Galossi
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Gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2015 sono 5 milioni 73 mila e rappresentano l’8,3% della popolazione totale.

Rispetto al 2014 si riscontra un incremento di 151 mila unità. Dei 5 milioni di immigrati circa 3 milioni e 800 mila provengono da paesi non comunitari.

Tra questi oltre il 56% è in possesso di un permesso di soggiorno di lunga durata (circa 2 milioni e 180 mila). La comunità più presente è quella rumena (oltre 1 milione di presenze) che rappresenta il 22% della presenza immigrata, le altre nazionalità maggiormente rappresentate sono quella albanese (quasi 550 mila pari al 10% degli stranieri), quella marocchina (oltre 450mila pari al 9,2%) e quella cinese (oltre 250mila pari al 5,2%).

Il contributo degli immigrati all’economia italiana è sempre più importante, secondo recenti stime (Fondazione Leone Moressa) il Pil prodotto dagli immigrati è pari a 123 miliardi ovvero circa il 9% della ricchezza italiana. Sempre la Fondazione

Leone Moressa, afferma che la spesa pubblica complessivamente rivolta agli immigrati può essere stimata in 12,5 miliardi di euro, ovvero solo l’1,57% della spesa pubblica nazionale. Mettendo a confronto entrate e uscite, emerge come il saldo finale nazionale sia in attivo di 3,9 miliardi di euro. Inoltre l’Inps ha recentemente dichiarato che nelle sue casse si è accumulato un «tesoretto» di circa 3 miliardi di euro grazie agli stranieri che hanno lavorato in Italia versando i contributi senza poi però ricevere la pensione.

 

Il mercato del lavoro immigrato

Secondo i dati Istat relativi alla media delle forze di lavoro in media 2014, gli stranieri occupati nell’anno appena trascorso risultano essere il 10,3% del totale degli occupati. Come evidenziano i numeri prodotti dall’Istituto nazionale di statistica, però, nonostante lo scorso anno continui a essere caratterizzato dalla crescita dell’occupazione straniera e da una diminuzione di quella italiana, diversi indicatori convergono nel segnalare come l’impatto della crisi abbia colpito in misura più rilevante la componente immigrata. A differenza del recente passato, infatti, l’aumento della manodopera straniera è avvenuto a ritmi più che dimezzati mentre cresce in maniera più significativa il numero degli immigrati in cerca di occupazione.

Anche nel 2014 si conferma il dato ormai strutturale per cui i cittadini immigrati (sia comunitari che non comunitari, sia uomini che donne) hanno valori più alti nei tassi di occupazione, attività e disoccupazione rispetto ai cittadini italiani.

In media 2014 il tasso di occupazione degli stranieri è pari al 58,9% (rispetto al 55,4% degli italiani), ma va sottolineato come a partire dal 2008 la componente immigrata abbia perso oltre 8 punti percentuali, mentre quella autoctona meno di 3 p.p.; il tasso di disoccupazione, d’altro canto, è aumentato – nello stesso periodo di riferimento – per i primi di 8,3 p.p. (attestandosi al 16,8%) e per gli italiani di 5,6p.p. (12,2%). Va peraltro segnalato che rispetto al 2013 per la componente straniera si rileva un sostanziale assestamento di entrambi gli indicatori.

I settori produttivi

Una caratteristica del lavoro immigrato ampiamente rilevata in letteratura è la cosiddetta «segregazione occupazionale». In sostanza il lavoro degli stranieri è fortemente concentrato in determinati ambiti produttivi (perlopiù a basso valore aggiunto) e in determinate professioni di sovente non qualificate. La crescita occupazionale che ha visto protagonisti gli immigrati nel corso degli anni (soprattutto dopo il 2000), si è infatti addensata in tre o quattro settori (specialmente terziario arretrato, costruzioni e agricoltura) e in non più di una decina di professioni.

In particolare, nel settore dei servizi collettivi e alla persona (perlopiù lavoro domestico e di cura) si concentra il 40% dell’occupazione straniera, nel settore turistico (alberghi e ristoranti) il 17,7%, in quello delle costruzioni il 16,4%, in agricoltura il 14,1%, nel trasporto e magazzinaggio il 9,7% e nell’industria il 9,3%.

Nello specifico del settore metalmeccanico la presenza dei lavoratori stranieri è pari a circa 206mila unità (il 9,2% del totale). Di questi 182mila sono uomini e 24mila sono donne; la maggior parte vive in una regione del Nord (174mila), circa 25mila sono residenti al Centro e solo 7mila risiedono in una regione meridionale.

Nella scomposizione per settori del metalmeccanico va segnalato che oltre il 40% dei lavoratori immigrati è occupato nella fabbricazione di prodotti di metallo, il 15% nella fabbricazione di macchinari e apparecchiature, il 12% in metallurgia, l’8% nella fabbricazione di autoveicoli, rimorchi e semirimorchi, circa il 6% nella fabbricazione di apparecchiature elettriche, il 5,6% nella manutenzione e riparazione di autoveicoli, circa il 5% nella fabbricazione di altri mezzi di trasporto, circa il 5% nella riparazione, manutenzione e installazione di macchine e apparecchiature e il 2% nella fabbricazione di computer, prodotti di elettronica ecc.

Le professioni

Nella composizione per professione il dato relativo alla segregazione occupazionale appare anche più evidente: l’elaborazione dei dati Istat ci mostra come nelle professioni dirigenziali, intellettuali, tecniche o esecutive di ufficio si concentri il 40% dell’occupazione italiana maschile (contro l’8% della componente maschile straniera) e il 59% di quella italiana femminile (rispetto all’11% delle donne straniere); mentre il 43% delle lavoratrici immigrate (il dato si ferma all’8,6% tra le italiane) e il 28,5% degli immigrati (la percentuale tra gli uomini italiani è del 7,7%) svolge un’attività non qualificata. Scendendo ulteriormente nel dettaglio possiamo notare come il 63% degli stranieri (circa 1 milione e mezzo di lavoratrici e lavoratori) sia concentrata in sole 10 professioni. In queste stesse 10 professioni il peso della manodopera autoctona è di poco superiore al 20%. Anche per quanto riguarda il solo settore metalmeccanico abbiamo estrapolato la prime 10 professioni in cui sono occupati i lavoratori stranieri e il dato che ne emerge appare ancora più significativo di quello generale.

Oltre l’80% degli stranieri, infatti, si concentra in sole 10 professioni (rispetto al 50% circa della componente italiana - vedi dati tabella pagina 2). Infine, un ulteriore aspetto su cui porre l’attenzione riguarda la modalità contrattuale con cui sono occupati i lavoratori immigrati. Anche questa analisi evidenzia la maggiore «debolezza» dei lavoratori stranieri nel nostro mercato del lavoro, tanto più – vale la pena ricordarlo – che per i lavoratori non comunitari il diritto a soggiornare legalmente nel nostro paese è subordinato all’esistenza di un contratto di lavoro (da qui l’estrema vulnerabilità e ricattabilità dei lavoratori immigrati). La maggiore incidenza del lavoro temporaneo e l’alta percentuale di lavoratori occupati involontariamente con contratti part time (quando poi il reale orario di lavoro è a tempo pieno), ci segnalano – infatti – una significativa quota di precarietà lavorativa.

Il differenziale retributivo

Il differenziale retributivo tra lavoratori autoctoni e stranieri è un fenomeno indagato in numerosi studi ed è strettamente connesso a vari fattori tra cui: gli ambiti professionali in cui insistono maggiormente i lavoratori stranieri, le loro basse qualifiche, l’occupazione nei settori a bassa produttività, la minore anzianità lavorativa. A questi aspetti si aggiunge, inoltre, una maggiore ricattabilità e precarietà lavorativa che fa dell’immigrato un soggetto debole nel nostro mercato del lavoro; e l’indicatore più funzionale per misurare il grado di questa debolezza è proprio il dato salariale. In questo breve approfondimento oltre a quantificare in termini numerici il differenziale retributivo, proveremo anche ad analizzarne le cause. Anche in questo caso i dati utilizzati si riferiscono all’indagine continua sulle Forze di Lavoro realizzata dall’Istat in media 2014. Secondo le nostre elaborazioni, la retribuzione media mensile netta di un lavoratore dipendente immigrato non comunitario è pari a 945 euro, ovvero inferiore di circa 400 euro rispetto ad un omologo italiano (-29,8%): in sostanza i lavoratori stranieri guadagnano circa 1/3 meno dei nativi. Questo dato, peraltro, va letto alla luce di un crescente allargamento della forbice tra le retribuzioni: nel periodo che va dal 2011 al 2014, infatti, il differenziale retributivo è cresciuto di circa 80 euro (da 321 euro a 402 euro) in termini di valore assoluto e di oltre 5 punti percentuali (dal -24,5% al -29,8%).

La debolezza salariale dei migranti, peraltro, è definita anche dal paese di provenienza e dal genere. Gli uomini hanno delle retribuzioni mediamente (e significativamente) più alte delle donne e i comunitari hanno delle retribuzioni mediamente più alte dei non comunitari. Tra un lavoratore di sesso maschile italiano e una lavoratrice non comunitaria c’è una differenza retributiva di quasi 700 euro (ovvero il -47% di differenziale retributivo). Inoltre è interessante sottolineare come la differenza di genere sia oltremodo significativa anche all’interno della componente degli stranieri comunitari: se tra gli uomini, infatti, il differenziale retributivo è pari al -17,9% tra le donne supera il -30%.

Per quanto riguarda il settore metalmeccanico le retribuzioni sono leggermente più alte e il differenziale retributivo è meno marcato rispetto al dato generale. Complessivamente un dipendente straniero guadagna circa 172 € meno di uno italiano (per un differenziale retributivo pari a circa il -12%), nello specifico poi va sottolineato come tra gli uomini il differenziale (-12,6%) sia meno evidente rispetto a quello tra le donne (-15,8%). Ma considerando anche il differenziale retributivo esistente tra uomini e donne di nazionalità italiana è opportuno segnalare come tra un uomo italiano e una donna straniera ci sia una differenza netta di retribuzione mensile di 441€ (-30%).

* Ricercatore Fondazione Di Vittorio