Domenica, 23 Settembre 2018 | 18 :10:06

Quando il padrone chiude. E scappa

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La chiusura di una fabbrica, il licenziamento dei lavoratori, sono un’ingiustizia a prescindere, sono comunque un sopruso contro cui battersi. In questi tempi cupi si susseguono. E i padroni non sono né buoni né cattivi: sono padroni, lo sappiamo. Ma poi ci sono casi dove al danno si unisce la beffa, la crudeltà.

Via Vespucci, periferia industriale di Pero, a sinistra c’è la discarica, in fondo alla strada la Hydronic Lift: in un capannone 19 operai producono pezzi per gli ascensori. Fino al 1998 erano dipendenti della Kone, poi dopo una cessione di ramo d’azienda hanno cambiato casacca, ma sono rimasti lì, separati dalla ex azienda da un muro. E il lavoro c’è, tanto che a giugno è stato firmato un accordo sul premio di risultato.

Hydronic Lift

E c’è la Fiom: sono gli operai e i loro delegati. L’impresa ha chiuso il bilancio 2012 con circa 4 milioni di euro di utile, è associata all’Unione industriali di Varese, ha altre sedi dalle parti di Gallarate. Il capannone di Via Vespucci è di proprietà di una immobiliare il cui indirizzo (guarda caso) è identico a quello dell’impresa e nel cui consiglio di amministrazione siede uno dei componenti della famiglia che governa la Hydronic. È il 2 di agosto, il giorno prima della chiusura estiva: buone vacanze, ci rivediamo il 26. Succede ogni anno, non è una novità. Quella arriva qualche giorno dopo, senza alcun preavviso.

Il 9 agosto l’azienda spedisce una raccomandata indirizzata a tutti: cari lavoratori, ultimate le ferie residue perché poi sarete tutti in cassa integrazione straordinaria per cessazione dell’attività. Chi è rimasto a casa riceve la lettera nella settimana di ferragosto: «all’inizio non l’ho capita – dice Ivan – ho dovuto rileggerla un po’ di volte, poi ho cominciato a telefonare agli altri». Il 26 agosto, giorno stabilito per la ripresa del lavoro, davanti al cancello blindato con catena e lucchetto ci sono 19 operai.

All’inizio è sconcerto: «ma come, a me il giorno prima delle ferie hanno dato le chiavi dello stabilimento: così puoi entrare prima, a mettere in funzione le macchine, mi hanno detto», «abbiamo finito il turno
caricando sui camion i pezzi finiti, poi ci hanno augurato buone vacanze!», «con noi della Rsu – dice Daniele – volevano discutere delle telecamere da installare…».

Lo smarrimento si trasforma in rabbia: «è una vigliaccata». Ed è il terzo caso in pochi giorni. Infatti nella notte tra il 12 e il 13 agosto i «capitani coraggiosi» della Firem di Modena hanno cercato si smontare i macchinari e trasferirli in Polonia, mentre tra il 23 e il 24 agosto hanno provato a svuotare lo stabilimento quelli della Dometic di Forlì. Non può diventare prassi.

È anche a questo che pensano gli operai della Hydronic Lift quando decidono di ribellarsi all’ingiustizia della sostanza (la chiusura della fabbrica) e alla barbarie della modalità con cui è stata loro «comunicata».
La voce si sparge e in via Vespucci arrivano i delegati di altre aziende della zona, si montano i gazebo  incorniciati dalle bandiere della Fiom, quelli della Kone si presentano con un tavolo, due anziane signore recuperano un frigorifero («mica potete bere l’acqua calda, sotto questo sole…») e verso sera appaiono al presidio tre sedie in stile barocco: «ce le hanno portate gli zingari che recuperano dalla discarica quello che gli può servire». Sono un po’ sfondate quelle sedie, ma forse sono il dono più prezioso.

Passano i giorni, si apre la trattativa (se si può chiamare così, visto il comportamento dell’impresa): nell’incontro del 3 settembre al ministero, poi in quello del 9 all’Unione industriali di Varese l’azienda recita il medesimo copione «abbiamo deciso e così è». Il 10 mattina gli operai decidono di entrare nella loro fabbrica e scoprono che, nonostante avesse sostenuto il contrario, durante la loro assenza agostana la Hydronic aveva provveduto a «liberare» lo stabilimento dal frutto del loro lavoro (i pezzi finiti) e da tutto ciò che serve alla produzione: macchinari e materiale. Questo però non toglie nulla alla determinazione: il presidio continua, il 16 c’è un incontro in Regione, il 18 al ministero e l’obiettivo è sempre lo stesso: il ritorno al lavoro per tutti.

È sera, quando all’ingresso dello stabilimento si presentano amministratore delegato e avvocato dell’azienda, catena e lucchetto in mano, per «ripristinare la legalità». È una provocazione. Gli operai non si spostano dal cancello, che resta aperto tanto quanto resta aperta la partita. Ogni storia di resistenza e di lotta è scandita da momenti aspri, di tensione, di delusione e da momenti straordinari, di solidarietà, di condivisione. Sabato sera è festa al presidio: birra, salamelle e musica. C’è anche Letizia: è già passata più volte da qua e mai a mani vuote perché «so cosa vuol dire…». Certo che lo sa: è parte del collettivo di lavoratori protagonista di un’altra storia di ingiustizia, ribellione e resistenza (che in parte abbiamo già raccontato sulle pagine di questo giornale).

A Cassina de Pecchi, al km 158 della statale padana superiore, davanti ai cancelli dell’immenso sito di proprietà di Nokia Siemens Network, ci sono le operaie e gli operai della ex Jabil. Sono lì da due anni, da quando la multinazionale ha deciso di licenziarli tutti e 320, «via fax»: hanno difeso le loro macchine, le hanno «strappate» a Jabil, vogliono tornare al lavoro. A primavera sembra che ce l’abbiano fatta: un nuovo imprenditore è disponibile ad affittare il capannone, a riavviare la produzione. Iniziano le trattative con Nokia Siemens Networks.

Comincia uno sporco balletto: la multinazionale gioca al rinvio e ad alzare il prezzo, e infine approfitta della bocciatura del piano di governo del territorio (che vincola a destinazione d’uso industriale il terreno su cui sorge lo stabilimento ex Jabil) per tirarla ulteriormente alla lunga, costringere l’imprenditore interessato a fare marcia indietro e piegare (finalmente!) la resistenza operaia. C’è una sola cosa che interessa alla multinazionale: una bella area dismessa su cui speculare.

Il 9 settembre «quelli del presidio» rioccupano la fabbrica: non hanno lottato per due anni per mollare a un passo dall’obiettivo. Rispondono così all’ennesima provocazione: «Nokia ha cambiato idea o ha sempre bluffato. Gli operai della Jabil in presidio permanente fanno sul serio». E intensificano le mobilitazioni.

Spero di sbagliare, ma quello che negli ultimi mesi sta accadendo in numerose aziende metalmeccaniche (non solo nel milanese) ci parla di una sorta di escalation della barbarie nelle modalità con cui le imprese si muovono. Lo possono fare? Possono trasformare la chiusura estiva di una fabbrica in chiusura definitiva senza neppure comunicarlo ai lavoratori? Possono, in una notte d’agosto, cercare di trasformare uno stabilimento in una scatola vuota e delocalizzare, licenziare, fare il bello e il cattivo tempo senza alcun vincolo?

Quante volte ci siamo sentiti rivolgere questa domanda. La risposta è: si, legalmente possono fare quasi tutto. Perché negli ultimi venti anni i governi di ogni colore che si sono susseguiti, compresi quello «tecnico» e quello attuale delle «larghe intese», di leggi a favore delle imprese e contro i lavoratori ne hanno varate a bizzeffe. Persino la madre di tutte le leggi, quella Costituzione che in parte non è mai stata applicata, oggi è sotto pesante attacco. E spesso, troppo spesso, a contrastare lo strapotere, l’arroganza, i ricatti delle imprese, al fianco dei lavoratori nelle lotte, ci siamo noi e pochi altri.

Se è vero che siamo in presenza di un «salto di qualità» nell’agire delle imprese, che ha come obiettivo chiuderci in un angolo, rendere sempre più difficoltoso l’agire collettivo, bypassare la discussione, la trattativa, cercare di far entrare in conflitto valori e condizioni materiali delle lavoratrici e dei lavoratori, allora noi dobbiamo trovare il modo, la forza per resistere.

Se per noi le lavoratrici e i lavoratori fossero numeri su una procedura sarebbe semplice. Ma la nostra straordinaria differenza rispetto ad altri sta nel fatto che le lavoratrici e i lavoratori hanno nome e volto, che in quello che facciamo ci mettiamo competenza e passione, valori e condivisione. Ed è proprio su questo nostro modo d’essere, sull’intreccio tra ragione e sentimento che ci caratterizza che le aziende cercano di «farci saltare», è proprio il nostro legame con i lavoratori che cercano di spezzare. Non dobbiamo permetterglielo.

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