Lunedì, 25 Marco 2019 | 08 :53:16

Democrazia, la scelta dei metalmeccanici

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Elezioni Rsu: la Fiom prima con il 62% dei voti

Chi rappresenta chi. E per fare cosa. In questi due semplici quesiti si potrebbe racchiudere il problema della democrazia.

Se sul piano politico la questione è sotto gli occhi di tutti – e in tutta Europa – anche nel mondo del lavoro non si scherza. Perché la crisi dei «corpi intermedi» in società come le nostre basate sulla «delega» mette in gioco equilibri e assetti consolidatisi in anni non poi troppo lontani ma che la globalizzazione fa sembrare un'altra era geologica.

E perché – nello specifico – la rappresentatività dei sindacati italiani non ha mai contato sul supporto di una legge e la sua misurazione – che pesa su contratti e accordi – è sempre stata delegata all'autocertificazione delle organizzazioni; non particolarmente scientifica, insomma. A questo dobbiamo aggiungere il peso di leggi e «contratti specifici» che hanno fatto strame dei diritti precarizzando tutti i rapporti di lavoro e una crisi economica che ha stravolto in pochi anni tutti i rapporti sociali trasformando il lavoro da occasione a problema – da strumento per migliorare l'esistenza a fattore di selezione sociale.

E, allora, «chi rappresenta chi» e «per fare che cosa», diventano due domande fondamentali per dare delle basi anche alle relazioni che governano i rapporti in una società: fare leggi, firmare contratti, sottoscrivere accordi... Tutto quello che riguarda un sistema di riferimenti e di regole.

In Italia, nel mondo del lavoro – oltre i rapporti di forza tra le parti – due dovrebbero essere i punti di riferimento per misurare la rappresentanza sindacale: gli iscritti e il voto dei lavoratori.

Per quanto riguarda gli iscritti lo scorso giugno l'Inps avrebbe dovuto comunicarne il numero per ciascun sindacato, almeno nel settore privato e nelle aziende aderenti a Confindustria. Una platea parziale (che esclude circa il 45% dei lavoratori del settore privato) ma significativa. Non è andata così, perché solo poche imprese (non essendo obbligate a farlo) hanno fornito i dati all'Inps che ha giustamente ritenuto il dato poco credibile e rinviato a momenti migliori la certificazione degli iscritti ai sindacati. Così, per il momento, non resta che affidarci ancora ai numeri che fornisce ciascuna organizzazione. Per la Fiom l'ultimo dato disponibile è quello del 2014: 341.907 iscritti su circa 1.639.000 metalmeccanici (considerando solo i dipendenti, ma anche quelli delle piccolissime imprese sotto i dieci addetti, che sono oltre 200.000). Negli ultimi anni, a partire dal 2009, la tendenza delle iscrizioni è conseguente al dissanguamento provocato nella categoria dalla crisi economica. Prima, nel 2008, gli iscritti alla Fiom erano 358.853 su 1.933.000 lavoratori, per un tasso di sindacalizzazione del 18,5%; nel 2014 i lavoratori dipendenti del settore erano quindi quasi 300.000 in meno, i tesserati Fiom scendono di circa 13.000 unità, il tasso di sindacalizzazione sale al 20,8%. Dato affatto consolante, ma che indica un crescente radicamento, soprattutto considerato che gli iscritti che hanno perso il posto di lavoro sono molti di più rispetto al saldo negativo del tesseramento, che è contenuto dalle nuove iscrizioni, come testimonia il forte turn over interno.

Dati più confortanti, almeno per la Fiom, emergono dal voto dei lavoratori per le Rsu e per i rappresentanti alla sicurezza. Su questi ultimi va aperta una parentesi che riguarda il mondo ex Fiat (circa 80.000 addetti in Italia), dove quello per gli Rls è l'unico voto cui possono partecipare tutti i sindacati. E qui la Fiom, finora, ha la maggioranza dei consensi: 36% nell'insieme degli stabilimenti Fca e Cnh (dal 32% dell'auto al 59% di Magneti Marelli), con Fim e Uilm parecchio staccate (20,6 e 16,8%). Tornando all'elezione delle Rsu, da gennaio 2014 si svolgono senza la quota «protetta» dell'un terzo che l'accordo del 1993 riservata ai sindacati «maggiormente rappresentativi». Poiché la titolarità del mandato appartiene ai lavoratori, queste elezioni sono le fondamenta della legittimità sindacale, forniscono una rappresentanza a livello aziendale, misurano il consenso dei sindacati e sono decisive per la validazione di accordi e contratti, su tutti il contratto nazionale.

I risultati in nostro possesso – inevitabilmente parziali, soprattutto per le imprese dove la Fiom non è presente – si riferiscono a 4.324 imprese con 586.337 dipendenti: di essi hanno votato in quasi 400.000 (395.609) dando alla Fiom la maggioranza assoluta con il 61,9% e 10.269 delegati eletti. In particolare, negli ultimi due anni sono state rinnovate senza «quota protetta» le Rsu in 4.187 aziende metalmeccaniche, i lavoratori coinvolti sono stati 554.331, i votanti 375.868. Si tratta di un bacino molto rappresentativo dell'intera categoria, considerando che si tratta della maggioranza dei dipendenti di imprese aderenti a Federmeccanica e oltre un terzo dell'intera categoria. Secondo il quadro che qui riportiamo (diviso per regioni) la Fiom supera il 62% dei consensi e il 70% degli eletti. Un risultato articolato geograficamente (si va dal 23,7% della Puglia all'83% dell'Emilia Romagna) ma sostanzialmente coerente se si pensa che la Fiom supera il 50% in undici regioni e ha la maggioranza relativa in altre nove.

 

 

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