Venerdì, 24 Maggio 2019 | 15 :11:36

Lavoro scritto. E collettivo

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Nel 1964 la Fiom di Milano chiese ai propri iscritti – operai e impiegati metalmeccanici – di «mettere sulla carta» le proprie esperienze dentro e oltre i luoghi di lavoro, i bisogni, le aspettative, le lotte. Cinquant’anni dopo, il risultato di quell’iniziativa è stato ritrovato in archivio: sono 21 racconti che ci parlano di un mondo assai diverso da quello in cui ci ritroviamo oggi ad agire e vivere.

 

Quelle storie, ambientate nella Milano dei grandi insediamenti industriali, all’indomani della straordinaria lotta degli elettromeccanici del 1960/1961 e della conquista del contratto nazionale del 1963, ci descrivono conflitti aspri tra padroni che facevano i padroni ma sapevano cosa accadeva in azienda e lavoratori che conoscevano come le proprie tasche il ciclo produttivo e che la catena sapevano farla funzionare, ma anche bloccare. Ci parlano di presa di coscienza, emancipazione e di quel «cambiare la fabbrica per cambiare il mondo» che ha portato migliaia di donne e uomini ad essere protagonisti, a sentirsi classe e a conquistare tutele e diritti.

Oggi è un altro tempo: della resistenza, più che della conquista; del tentativo di riaffermare l’agire collettivo come antidoto all’individualismo e alla rassegnazione; della lotta per mantenere in attività le aziende, per contrastare i licenziamenti, per tenerci stretto quel che resta delle grandi conquiste, per non cedere ai ricatti.

E allora perché non provare a utilizzare la parola scritta per raccontare il mondo del lavoro oggi: le aspettative, la determinazione, la passione, il conflitto ma anche il malessere, la paura che spesso regnano nei luoghi di lavoro e le difficoltà di chi non è solo un operaio, un’impiegata, un tecnico, ma ha scelto di essere un delegato, un iscritto, un militante della Fiom? E perché non provare a rompere il muro della solitudine e condividere le esperienze, mescolarle per dare vita a un «prodotto» corale? Ed eccoci, seduti attorno a un tavolone, in una ventina che poi saranno divisi in cinque gruppi, pronti ad iniziare un esperimento: il laboratorio di scrittura collettiva.

Per noi la «scrittura collettiva» è un oggetto misterioso, non abbiamo idea di come funzioni e non sappiamo dove ci porterà. Ma abbiamo scelto di provarci: in fondo la nostra è una storia di tentativi convinti, non di certezza del risultato. A guidarci c’è Wu Ming2, alias Giovanni, che ha scelto la scrittura collettiva come chiave per assemblare storie, costruire trame e «produrre» gran bei libri. Il primo passo non è complicato: mettere sulla carta, individualmente e senza pensare troppo, un episodio, una riflessione, un aneddoto e poi leggerlo e discuterlo con gli altri. E già qui si apre un mondo. Sì perché quello che ciascuno di noi descrive di getto, senza alcuna mediazione, è altro dall’intervento in assemblea.

Il risultato dell’esercizio è una lavagna piena di parole, di nessi e contrasti, di linee che si intrecciano, di frecce e sottolineature. Un guazzabuglio da cui poi emergono i temi attorno ai quali costruire i racconti: la socialità, il tempo, l’identità, lo scarto tra realtà e rappresentazione, la lotta. Sono cornici dentro cui muoversi, per inventare contesti, trame, personaggi, azioni.

A questo punto il gioco si complica. E la difficoltà, paradossalmente, sta in quello che noi dovremmo saper fare benissimo: socializzare, condividere, fidarsi degli altri e affidargli in questo caso il nostro personaggio, il nostro pezzo di racconto che non devono più essere «mio» o «tuo», ma «nostri». Così la Teresa, che per me era bionda e un po’ tonda si trasforma tanto che quasi non la riconosco e quell’episodio che nella mia testa si svolgeva in estate ora è ambientato in novembre e il dialogo tra il padre operaio e il figlio ingegnere ha parole diverse, e…

E scopriamo che fatichiamo a «cedere» convinzioni, punti di vista, che soffriamo all’idea di «mollare il colpo».

Scopriamo che fatichiamo a lavorare insieme, eppure insieme abbiamo fatto cose straordinarie: superato momenti duri, reagito collettivamente in situazioni complicate, retto conflitti aspri. Eppure abbiamo una forte identità collettiva.

Però non è male essere liberi di mandare a stendere il personaggio che incarna il «penso solo a me e me ne frego degli altri», descrivere la trasformazione della giovane «in carriera» in donna consapevole, instillare l’ombra del dubbio in quel lavoratore un po’ razzista, decidere come va a finire una lotta.

Certo che c’è molto di noi in quello che narriamo, ci sono le esperienze vissute, le emozioni provate, anche le aspettative deluse, la frustrazione e la rabbia. Ma qui possiamo mettere in campo l’immaginazione, quella che spesso non riusciamo a utilizzare nella realtà.

E con il susseguirsi degli incontri, mano a mano che le trame si dipanano, le storie si intrecciano, che i protagonisti si definiscono, tra cancellature e aggiunte, ci ritroviamo a riconoscere che, in fondo, la Teresa non è male anche se non è né bionda né tonda e che quello che un po’ alla volta emerge ci convince, ci piace. E ci ritroviamo ad ammettere che il «prodotto» delle nostre discussioni nel gruppo, del «copia-incolla-elimina-riscrivi» è migliore di quanto ci aspettavamo e di ciò che avremmo tirato fuori in solitudine. Rileggiamo a voce alta, per l’ennesima volta la nostra storia: ci siamo, è finita e bella. E invece no. «Perché ora – ci comunica Giovanni – il testo passa a un altro gruppo che potrà, se lo riterrà opportuno, modificarlo».

Ed ecco che torna il senso di proprietà e forte è l’istinto di chiamare il compagno, l’amica del gruppo che ha preso in carico il racconto per chiedergli di maneggiarlo con cura, di non stravolgerlo. Sono passati sei mesi dall’inizio dell’esperimento, è il nostro ultimo incontro. Ora il lavoro è finito davvero. Rileggiamo i cinque racconti, nella loro forma definitiva: certo, non sono opera di Calvino, ma non sono male. E, comunque, quel che c’è, c’è. C’è la nostra memoria collettiva, quella passata e quella recente.

C’è una fabbrica da cui un giorno si sprigiona una «grande nuvola gialla con un odore fortissimo e pungente»: la sostanza dispersa non è tossica, ma miracolosa, dispensatrice di consapevolezza. Giovanni, al termine di un’assemblea partecipata come non ne aveva mai viste «ricorda all’improvviso che i tecnici, nel sopralluogo dopo l’incidente, hanno trovato nei condotti di areazione, un pamphlet di Gramsci “Indifferenti mai” e una raccolta di discorsi di Di Vittorio ai braccianti pugliesi. L'ipotesi è che fossero i libri di un vecchio operaio, che in tempi remoti li leggeva, nelle pause del lavoro, e magari anche durante il lavoro, vedendosi poi costretto a nasconderli al volo, se nel reparto passava un controllo. E quale nascondiglio migliore del condotto di areazione?

Che siano stati quegli scritti – si domanda Giovanni – a diventare “profumo”, fondendosi con la fuoriuscita di essenze speziate, per poi distribuirsi sotto forma di “vapori di coscienza?”» C’è la drammatica Genova del luglio del 2001, la moltitudine che rivendicava un altro mondo possibile ferita, dispersa nei vicoli tra la nebbia dei lacrimogeni, nelle ore che hanno segnato non solo fisicamente molti di noi. C’è il presente dentro i luoghi di lavoro, i ritmi accelerati, il tempo di riposo quasi inesistente.

C’è Marco che: «diligente e preciso come un orologio svizzero, prendeva i tempi ai lavoratori, misurava i loro gesti, 13 secondi per sollevare il componente dal bancale e posizionarlo in maschera, 17,5 secondi per azionare i due pulsanti della pressa e modellare il pezzo. Se ci fosse stato un solo pulsante, l’altra mano avrebbe potuto nel frattempo prendere il pezzo successivo, risparmiando 4,5 secondi. Peccato non averlo potuto fare, colpa di un vecchio delegato che dimostrò come solo con i due pulsanti si poteva, forse, assicurare all’addetto di tornare a casa la sera con tutte le dita al loro posto.»

E Anna, operaia in una fabbrica che produce macchine per il caffè: «Non posso farcela – pensava Anna – oggi l’obiettivo dettato dal direttore di stabilimento è di 500 macchinette. Anna ormai era arrivata ad odiare anche il caffè: nove dieci ore incollata ad una catena di montaggio, ad avvitare quel maledetto bullone di quelle maledette macchine, avevano provocato in lei la repulsione per la bevanda che queste avrebbero poi prodotto. All’interno della fabbrica, anche la semplice manutenzione era peggiorata. Ormai non si contavano le volte in cui avevano segnalato quelle perdite di olio che rendevano il pavimento una lastra scivolosa, senza che nulla cambiasse.»

C’è il presente fuori dai cancelli lucchettati della fabbrica: la resistenza per riconquistare il lavoro, le ore passate in presidio, i momenti di sconforto, di rabbia, ma anche quello stare insieme quotidiano che scompone e ricompone i rapporti che si erano creati dentro la fabbrica e ti permette di scoprire, nel bene e nel male, lati inaspettati delle donne e degli uomini con cui, magari per anni, hai condiviso otto ore della tua giornata. C’è l’attimo, quando il tempo della trattativa si è concluso senza risultato, in cui: «Paolone accende l’impianto voce e dalle trombe escono una serie di fischi a gracchii fastidiosi che richiamano l’attenzione dei lavoratori. Di fronte a Teresa, che impugna il microfono, ci sono tutti, anche quelli che non hanno mai creduto davvero alla lotta. Teresa è tesa, non sa da che parte iniziare, ha la gola secca, sa che questa non è un’assemblea di routine, ma il momento in cui si decide il futuro.

Tira un respiro profondo e comincia a parlare: “L’ultimo incontro in Regione si è concluso con un nulla di fatto, non c’è più nessun margine di trattativa. Ora le strade sono due: o accettiamo la chiusura della fabbrica, i licenziamenti, ci diamo per sconfitti e ciascuno va a piangere sul divano di casa sua, oppure proviamo ad andare avanti. La prima strada è la più semplice. La seconda è complicata e non sappiamo come andrà a finire. Ma a questo punto cosa abbiamo da perdere?”

Teresa sa che ora più succedere tutto e il contrario di tutto, sa che rabbia, emozioni, paure possono trasformarsi in rassegnazione oppure nello scatto d’orgoglio e prosegue…»

C’è un mondo in cui «la condizione umana non comprendeva più la parola lavoro. Era stata riposta in un cassetto della storia, in compagnia di tutte le cose da dimenticare. Non c’erano più fabbriche, uffici e aziende agricole. Grandi imprese e piccoli artigiani. Professionisti e lavoratori dipendenti. Capitale e lavoro avevano risolto il loro secolare conflitto». In quel mondo liberato dal lavoro, dove le giornate si susseguono senza senso, un gruppo di ribelli si ritrova in un’officina per aggiustare biciclette. Ma perché? «Maurizio estrasse da una tasca un foglio di carta piegato. Lo aprì e iniziò a leggere: “l’amare il proprio lavoro, che purtroppo è un privilegio di pochi, costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra.” Primo Levi, La chiave a stella». E in ogni storia c’è l’agire collettivo come elemento di movimento, momento capace di modificare percezioni e punti di vista, possibilità di cambiamento.

Noi ci riconosciamo in queste storie, non solo perché le abbiamo scritte. Ma quello che abbiamo raccontato, le emozioni che abbiamo descritto, le parole che abbiamo usato sono comprensibili a chi non è della Fiom, a chi metalmeccanico non è? Trasmettono qualcosa a chi non conosce Di Vittorio, non era a Genova nel 2001, non è mai stato assunto e, quindi, mai è stato licenziato, non hai mai potuto rivendicare nulla, non ha mai partecipato a un’assemblea, non ha mai pensato neppure per un momento alla possibilità di modificare la propria condizione? Parliamo una lingua tutta nostra, oppure no?

Non c’è che un modo per provare a rispondere a queste domande ed evitare che l’esperimento in cui ci siamo cimentati resti una bella esperienza per pochi: non chiudere in un cassetto ciò che abbiamo prodotto sperando che tra 50 anni qualcuno lo riscopra, provare a connettere quel che siamo stati e quel che siamo, il mondo che abbiamo raccontato nel 1964 e oggi, dargli una «veste» e farlo uscire, portarlo oltre noi.

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