Martedì, 22 Ottobre 2019 | 23 :20:05

Butem fÖera el germoi. Fiom Milano 1963: uno dei racconti del concorso letterario per lavoratori

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Chi non conosce Silvio? Un vocione, gli atteggiamenti risoluti, lo sguardo fiero. Molti ne sono intimoriti, forse per quella durezza e forza che escono da tutta la sua persona. Lo saluto da quando avevamo i calzoni ai ginocchi e si andava a tirare calci alla palla su quell'alto muro del vecchio tiro a segno. Un ottico specializzato che lavora minuscole lenti per microscopi, un grattapietre, come lo chiamiamo noi meccanici.

Ora, alla sera, va a scuola di operatore cinematografico. Stamane, raggomitolato sul vecchio e troppo piccolo motorino, portava a tracolla la sua macchina da presa. Oggi è giornata di sciopero: filmerà il corteo. Non si sentono né le sirene, né le campane di interruzione del lavoro, solo il «dlin dlin» dell'orologio del cartellino e dell'altro dello spoglio. Quando si finisce sotto l'imparziale gli operai prendono posa, come banditi arrestati da sceriffi o da poliziotti, palpati per vedere se hanno armi nascoste, così come nei film.

Adesso i lavoratori escono con i fischietti ancora caldi per i trilli lanciati nel cortile della fabbrica. Si formano gruppetti. Gli attivisti prendono le ultime decisioni per il percorso del corteo, altri i cartelli. È un trambusto insolito e tutto si svolge come nel ventre di una macchina dove un ingranaggio trascina l'altro e ne fa ruotare lentamente altri ancora, fino a raggiungere il mandrino. C'è anche Silvio che nel gruppetto sembra più grosso di quello che è.

«Ragazzi,» grida, poi attende un attimo di silenzio e prosegue «i fischietti in tasca, questa deve essere una manifestazione silenziosa, disciplinata, dobbiamo far vedere al padrone quanto siamo forti. Lavoratori! Partecipiamo tutti uniti!»

In mezzo alla strada gli operai costruiscono la testa del corteo. Silvio è indaffarato. Mi propongo di aiutarlo per comporre il corteo, ma quella maledetta timidezza mi rimpicciolisce da farmi sentire goffo e stonato in ogni movimento. Quel gigante ballonzola avanti e indietro, schiaccia l'occhio contro il mirino della macchina da presa, invita i lavoratori alla partecipazione, ascolta notizie sulla riuscita dello sciopero. La sua voce la sento frammischiata alle altre dei compagni attivisti. Ci sono tutti. Quelli della Fiom, cislini, uilini.

Alzo gli occhi e guardo il vecchio muro del tiro a segno, mi sembra più piccolo di come lo vedevo da ragazzino. Da quanto tempo dura lo sciopero? Non ricordo. So solo che ora i lavoratori incominciano a capire la lotta differenziata e spezzettata, e più ancora il contratto di lavoro. È vero, siamo ancora un po' isolati. Ci voleva anche la trattativa Intersind! E gli intellettuali? Sono impegnati contro le canagliate franchiste, ma poi mancano quei collegamenti che anni addietro si aveva. Occorrerebbe una manifestazione, un incontro tra le Commissioni Interne delle fabbriche metallurgiche e gli intellettuali di Milano. Un qualcosa di grosso, di serio, per scuotere apatie e indifferenze. «Avanti!» grida Silvio. La sua voce è come un trillo di sveglia mattutina.

Il corteo fa sentire le sue scarpe, gira ordinatamente sulla curva e prende slancio, sicuro di sé e delle sue ragioni. Il suo rumore è come una staffetta che preannuncia l'arrivo dei corridori. Donne, bambini si affacciano alle finestre, passanti si fermano a leggere i cartelli portati come stendardi. Fumo, non so dove mettermi, dovrei essere davanti al corteo, forse lo sono. Guardo un compagno vicino che porta un cartello. Ne guardo un altro.

Questo poi non ha mai messo né bocca né tasca per il sindacato, ora ha il suo bel cartello in mano, quasi lo sventola. Mi lascia perplesso, un po' infastidito.

Io, come dice Silvio, debbo avere un piccolo «tarlo» borghese che mi rode dentro. Anche ieri alla riunione preparatoria dello sciopero ha detto: «Butem föera el germoi! Ogni attivista si prenda il suo cartello. I padroni non vogliono darci un contratto moderno e lo fanno scrivere sui loro giornali, dunque via timidezze e debolezze.» Io ho capito a chi voleva dirlo, eppure è una questione che mi rode dentro, come una malattia.

Silvio fa anche il vigile. Si mette in mezzo allastrada, allarga le braccia così da sembrare una palizzata che interrompe il traffico, poi va all'angolo a schiacciare l'occhio sulla macchina da presa. C'è anche una camionetta della celere che ci precede: anche loro lo conoscono. Lui si appoggia ad un lampione per essere più stabile per la ripresa. Il corteo quasi si mette in posa, come quando dicono «prego, sorrida.»

Abbiamo percorso molta strada e ho il timore di guardare la fine del corteo con file accartocciate, sparpagliate. Attendo quella curva. Guardo. Guardo ancora. Tutti ci siamo. Sono felice. Mi sembra di ascoltare un canto lontano e vecchio, nostalgico. Mi sembra di marciare sorridendo spavaldo.

«Và pusè pian,» grida Silvio, abbassando la macchina da presa. Gli si vedono gli occhi raggianti. Si avvicina e quasi sommessamente mi dice: «Finalment! La prossima volta te fischieret.»

*lavoratore delle Officine Galileo

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