Domenica, 15 Settembre 2019 | 07 :44:54

«Condannata» la tassa sui permessi di soggiorno

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Odioso. Ingiusto. Sproporzionato. È il tributo più pesante che gli immigrati si trovano ancora a pagare ma una sentenza della Corte di giustizia europea, esprimendosi su ricorso di Inca e Cgil, lo ha definito «sproporzionato e di ostacolo alle finalità di integrazione e accesso ai diritti da parte dei cittadini stranieri previste dalle norme europee». È una vicenda iniziata nel 2011 quando l’allora governo Berlusconi aveva il leghista Maroni a capo del ministero dell’Interno. Con un decreto del 6 ottobre il ministro delle Finanze Tremonti e il ministro dell’Interno Maroni firmavano l’introduzione di un ulteriore contributo richiesto agli stranieri al momento del rilascio e del rinnovo del permesso di soggiorno. Contributo da aggiungere ai 73,50 euro già richiesti in questa occasione. Il governo Berlusconi cadde a novembre 2011 e vi subentrò il governo Monti. Tuttavia il decreto sopravvisse al cambio di esecutivo e finì per entrare in vigore il 30 gennaio 2012 nonostante le promesse di depotenziamento e revisione degli importi fatte dai nuovi ministri in carica.

 

Come Inca e Cgil presentammo il ricorso al Tar del Lazio contro il provvedimento chiedendone l’annullamento.

Contestammo l’enorme sproporzione del costo rispetto a qualsiasi pratica amministrativa esistente, il fatto che non fosse in alcun modo proporzionato al reddito o alle capacità economiche dei richiedenti, che la metà delle somme raccolte non fossero usate per il miglioramento dei processi per il rilascio dei permessi ma venissero destinate al rimpatrio degli stranieri irregolari facendo in questo modo gravare sui lavoratori stranieri regolari quello che doveva essere un impegno di tutta la società. La nostra azione è stata anche contro un provvedimento che ha fatto da apripista a iniziative delle amministrazioni locali che prevedevano un aumento delle somme richieste agli stranieri per altri atti amministrativi. Il Tar del Lazio decise di chiedere alla Corte di giustizia europea un parere su una materia ampiamente regolata da norme comunitarie. Il 2 settembre scorso la Corte di giustizia europea si è espressa sul nostro caso e la sentenza non lascia spazio a interpretazioni. Ha stabilito che il provvedimento è iniquo, il contributo aggiuntivo non è giuridicamente compatibile con le normative europee in tema di integrazione dei cittadini provenienti da paesi terzi e in particolare confligge con quanto disposto dalla direttiva 2003/109/CE sui soggiornanti di lungo periodo.

Viene così a mancare alla base il sostegno giuridico sul quale poggia il decreto che ha introdotto il contributo nel nostro ordinamento. Il Tar dovrà esprimersi in via definitiva tenendo conto del parere condizionante della Corte di giustizia europea e dovrà decidere sulla nostra richiesta di annullamento del provvedimento. Annullamento che implica la restituzione di quanto versato dai cittadini stranieri a titolo di ulteriore contributo dal primo febbraio 2012 a oggi.

Nei nostri uffici Inca, negli uffici immigrazione, nelle Camere del lavoro si compilano e si inviano le domande di rimborso per chi in questi anni ha versato somme da 80 a 200 euro a rinnovo. Invitiamo tutti coloro che in questi anni hanno sostenuto le sproporzionate spese di rinnovo a presentare domanda di rimborso, a chiedere la restituzione di quanto versato dal 2012 a oggi, a bloccare così i termini di prescrizione e a sollecitare il governo a prendere provvedimenti per rivedere la normativa. Infatti fino a quando il decreto non sarà definitivamente annullato i suoi effetti rimangono in vigore.

*Coordinatore area immigrazione dell'Inca-Cgil

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