Lunedì, 23 Ottobre 2017 | 15 :37:53

Coalizziamoci per difendere e rilanciare l'Ict

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Il 21 maggio scorso si è svolto a Helsinki un meeting organizzato da IndustriAll Europe, la federazione dei sindacati dell'industria di tutti i Paesi europei, per discutere dello stato del settore dell'Information and Communication technology e delle iniziative sindacali da intraprendere per sostenere il settore, oggi in crisi. Durante la giornata è stato presentato uno studio, commissionato da IndustriAll Europe all'istituto di ricerca Syndex, che analizza i motivi della crisi dell'Information & Communication Technology nei Paesi europei. Italia, Spagna e Irlanda sono stati i Paesi che hanno perso più occupazione dal 2007; la Germania ha retto meglio i colpi della crisi e ha visto un limitato calo diposti di lavoro. Il settore in Europa sta continuando a perdere terreno rispetto all'Asia e agli Usa, nonostante il valore del mercato dell'Ict sia in crescita costante: era di 3.625 miliardi di euro nel 2014 e nel 2017 dovrebbe raggiungere i 4.000 miliardi. Il trend europeo è stato esattamente l'opposto di quanto è accaduto negli Stati Uniti e specialmente in Asia.

 

Le imprese manifatturiere europee dell'Ict hanno visto una riduzione di circa 250.000 posti di lavoro dal 2007 al 2013 (-16%). Oggi la Germania è il Paese con più lavoratori impiegati nel settore, seguita dalla Francia, che ne ha la metà esatta, e poi dal Regno Unito e dall'Italia.

Quali sono stati gli elementi che hanno portato alcuni Paesi asiatici e gli Stati Uniti a fare tanto meglio dell'Italia e di molti altri Paesi europei? La struttura del tessuto industriale e la capacità di innovazione sono elementi chiave per un mercato dell'Ict dinamico. Non deve quindi sorprendere che uno dei Paesi leader nel settore, come la Corea del Sud, dove è nata la Samsung, e il Giappone, investano nella ricerca e sviluppo una cifra pari ad oltre il 3% del pil. Usa e Germania ne investono oltre il 2%.

L'Italia è fanalino di coda dei Paesi dell'Ocse con una spesa di poco superiore all'1%. Oltre alla spesa in ricerca e sviluppo altri fattori di dinamismo sono la concentrazione di imprese Ict nei distretti industriali e un tessuto industriale di piccole e medie imprese dinamiche, come accade in Germania.

Anche il tema dell'uso e dell'accesso all'Ict vede enormi differenze tra i Paesi del nord Europa, che vedono uno sviluppo avanzato, e i Paesi del sud est, che sono molto più indietro rispetto a molti indicatori. Questo divario digitale è rilevante per molte questioni, incluso il valore dell'Ict in termini di punti di pil, di totale degli occupati e di competenze. Va di pari passo con le differenze economiche e sociali tra i Paesi. Il divario digitale diventa più preoccupante quando analizziamo il livello delle competenze Ict della popolazione europea. Negli ultimi anni, infatti, con la solita eccezione dei Paesi del nord Europa, tutti i Paesi europei si sono attestati sotto la media dei Paesi dell'Ocse per spesa nell'educazione nelle scuole superiori e universitarie. L’Italia è il Paese che spende meno in assoluto, in rapporto al proprio pil.

Il numero di laureati in Informatica è stato stagnantedagli anni 2000 nonostante il crescente bisogno di queste figure professionali nell'industria. Questo ha portato ad una situazione paradossale nella quale ci sono stati tagli enormi al personale del settore ma gli specialisti Ict continuano ad essere scarsi.

Ci sono tante cose che dovrebbe fare l'Italia e che non fa, ce lo dicono i dati: l'Asia oggi è in grado di competere sulla qualità e sull'innovazione, e non più solo sul costo del lavoro, grazie agli ingenti finanziamenti in istruzione e in ricerca e sviluppo. Le stesse aziende private, come il colosso cinese delle telecomunicazioni Huawei, investono parte consistente del loro fatturato in ricerca e sviluppo. C'è inoltre un ruolo, in questi Paesi, delle banche che concedono finanziamenti a lungo termine, che in Italia non esiste. La China Development Bank (Cdb) sta investendo miliardi di euro nelle nuove stelle dell’high tech. Così come l’obiettivo della Cina èdi produrre, entro il 2020, il 20% di energia dalle fonti rinnovabili. Il piano include un investimento di $1.700 miliardi dollari della Cdb in 5 nuovi settori «verdi».

Cosa fa il governo per invertire la rotta? A marzo scorso il Consiglio dei ministri ha approvato la «Strategia italiana per la banda ultralarga» e la «Strategia per la crescita digitale 2014-2020». Le due strategie avrebbero l'obiettivo di colmare il ritardo digitale del Paese rispettivamente sul fronte infrastrutturale e nei servizi, in coerenza con l'Agenda digitale europea. Prevederebbero investimenti pubblici e privati per parecchi miliardi di euro: il piano banda ultralarga prevederebbe un investimento di circa dodici miliardi, il piano crescita digitale circa 4 e mezzo. Fino ad oggi, però, poche delle cose previste dalle due strategie si sono tradotte in fatti.

Colpa del mancato accordo fra pubblico e privato, visto che l'accordo tra Telecom e Metroweb sulla banda ultralarga è sfumato, e della difficoltà nel reperire le risorse economiche da investire: per le risorse europee c'è bisogno di un’azione di coordinamento tra le regioni che è tutta da costruire.