Domenica, 15 Settembre 2019 | 07 :47:50

Con i tagli non si conquista lo spazio

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«Il piano industriale presentato dall’ingegner Moretti è sicuramente importante e - come dice lui - pure ambizioso, ma perché pensa di rilanciare il gruppo cercando le risorse necessarie esclusivamente con i tagli e il recupero di risorse all’interno dell’azienda; mentre in questi settori le grandi multinazionali per rilanciarsi e trasformarsi ricapitalizzano o si finanziano sul mercato, per esempio emettendo bond. Farlo con risorse
esclusivamente interne è rischiosissimo, perché si tratta di cifre molto grosse in un settore che va dai satelliti agli elicotteri e se ti va male qualcosa – per esempio se un prodotto non funziona subito - non c’è paracadute che ti spossa salvare. E tutti i problemi ricadono dentro l’azienda».

Potetti

 

Fabrizio Potetti per la Fiom nazionale si occupa delle imprese di Finmeccanica del «settore spazio», nomi importanti e tanta qualità, da Selex ad Avio a Telespazio.

Qual è la situazione e come ricade il nuovo piano industriale di Finmeccanica sulle aziende che segui?

Sono aziende che si occupano prevalentemente di aerospazio ma non solo. Selex, ad esempio, 12.000 dipendenti in Italia e 16.000 nel mondo, è molto articolata, ha al suo interno anche le meccanizzazioni postali, la logistica che smista le nostre raccomandate o i pacchi, i servizi per le banche. È un portafoglio prodotti molto difficile da gestire, eredità di una gestione politica un po’ clientelare che assorbiva nel gruppo di tutto. Su questo Moretti ha ragione. Ed è vero che bisogna razionalizzare, ma per farlo servono soprattutto massicci investimenti. Per esempio Selex porta in sé una tradizione straordinaria, la maggior parte dei radar di controllo degli aeroporti del mondo vengono da Selenia che oggi è Selex. Ma nel frattempo la nostra tecnologia è invecchiata, ha bisogno d’essere rimodernata e per permettere a Selex di riportarsi al posto che le spetta su questo mercato mondiale servono investimenti tali che non credo possano essere trovati solo dalle razionalizzazioni interne al gruppo, magari cedendo qualche asset ancora pregiato. Cosa che ci depauperebbe ulteriormente.

Ma voi avete capito quali sono i settori, in questo caso di Selex, che Moretti intende tagliare?

Dai segnali che ha dato, l’automazione postale non rientrerebbe nel suo piano. Secondo me commetterebbe un errore pensando che «le raccomandate sono finite» e sottovalutando le potenzialità della logistica – pensa al commercio on line di Amazon – che dietro ha una rete di gestione importante su cui Selex Es potrebbe muoversi bene con grandi prospettive. Invece, limitarsi a dimettere le raccomandate significa non capire queste potenzialità. Poi c’è il progetto di Smart City - i servizi per «la città intelligente» che in tutte le capitali europee funzionano bene – che Moretti sembra quasi dimenticare. Insomma, ci sono grandi potenzialità nella produzione dei servizi ai cittadini – penso alla digitalizzazione della pubblica amministrazione - che sarebbe sbagliato sottovalutare abbandonando le competenze che abbiamo per tagliare qua e là. Proprio mentre le più grandi multinazionali del mondo puntano proprio su questo.

Sull’aerospazio, invece, sembra che Finmeccanica ci punti davvero.

Diciamo che ultimamente sono ripresi gli investimenti con i programmi europei, Rosetta o la stazione internazionale, per esempio. Ma se dobbiamo ragionare in termini di filiera, anche in questo caso servirebbero nuove e consistenti risorse. Noi abbiamo il miglior vettore spaziale di medie dimensioni che ci sia, Vega, prodotto da Avio che era italiana e ora è di proprietà di un fondo inglese; Moretti ha annunciato che vuole arrivare al 51% di proprietà, cosa apprezzabile, ma non si sa con quali risorse possa farlo. Noi poi abbiamo, con Telespazio, una delle migliori aziende al mondo per la gestione da terra dei satelliti; andrebbe valorizzata, mentre negli ultimi anni l’abbiamo un po’ abbandonata, a partire dal fatto che Telespazio (che allora stava dentro Telecom) aveva dei un suo sistema satellitare che per scelte politiche è stato venduto e oggi deve acquistare ogni anno le frequenze, pagandole, per poi rivenderle, se ci riesce. Insomma, finisce per fare intermediazione e riesce a competere con i proprietari dei satelliti solo grazie alle proprie capacità di gestione, alle professionalità su cui può contare l’azienda.

Ma se si va avanti così rischia grosso. Servirebbe un programma d’investimenti per ridare a Telespazio la propria autonomia. Mentre oggi si parla di chiudere la sede di Napoli di Telespazio, dismettendo, ad esempio, la “camera pulita” quella in cui si sono fatti gli esperimenti scientifici che hanno portato nello spazio il progetto Rosetta o sono serviti alla nostra presenza nella stazione orbitante internazionale.

Proprio in questi giorni Samanta Cristoforetti sta effettuando esperiementi in collaborazione con Telespazio Napoli. Un vero suicidio, anche perché Telespazio Napoli costa 300.000 euro l’anno, una cifra ridicola rispetto alle sue potenzialità e al costo che avrebbe fare esternamente le attività che oggi svolge.

Ma noi, in joint venture con una multinazionale francese, abbiamo anche chi costruisce i satelliti, Thales Alenia Space: se la metti assieme a chi fa il vettore e a chi gestisce i satelliti – ad Avio e Telespazio - hai una filiera intera che offre straordinarie potenzialità, se si ragiona come un gruppo, e l’Italia può diventare leader mondiale del settore, come potenzialmente è, visto che dopo Urss e Stati uniti è stato il terzo paese a lanciare oggetti nello spazio. Ma serve un progetto industriale, con parecchi investimenti. E qui deve entrare in campo l’azionista di riferimento, cioè il governo, sia per le risorse da investire, sia per i programmi di settore che quasi sempre sono a carattere internazionale e nascono da rapporti tra governi. Sinceramente non credo che un simile orizzonte possa nascere da un piano di tagli e risparmi aziendali da cui trarre un tesoretto sufficiente a competere a questi livelli.

La ristrutturazione annunciata dal piano industriale quali ripercussioni avrà sui siti e sull’occupazione?

Quando Moretti annuncia l’accentramento dell’ingegneria a lungo termine e il decentramento di quella a breve termine negli stabilimenti, fa una semplificazione discutibile, crea un grande disagio alle persone che dovrebbero spostarsi e non è detto che la cosa poi funzioni nemmeno a livello aziendale. L’Amministratore delegato ha poi parlato di accorpare alcuni siti. Vorremmo capire quali, anche perché Selex nell’ultimo anno e mezzo è scesa da 42 a 29 siti e un’ulteriore razionalizzazione noi non la possiamo accettare: i lavoratori hanno già dato molto. Poi c’è il tema del portafoglio prodotti che verrà tagliato. Noi siamo d’accordo a discutere, ma tendendo conto che dietro i prodotti ci sono le persone e vogliamo delle garanzie di reimpiego per tutti verso le nuove attività e che nessun posto di lavoro vada perduto. Oltretutto Finmeccanica oggi dà all’esterno moltissime attività, anche pezzi pregiati, che sarebbe bene riportare nel gruppo, offrendo lo spazio per razionalizzare il portafoglio ordini senza  tagli al personale e senza creare disagi ai lavoratori. Mentre Moretti in un’intervista ha già paventato esuberi. Questo non possiamo accettarlo, né crediamo sia inevitabile.

Moretti però promette anche di fare pulizia a tutti i livelli, di sanare un gruppo che nel recente passato è stato segnato da gravi episodi di corruzione.

Finmeccanica è cresciuta in questi anni come camera di compensazione politica, affidando ruoli strategici anche a  ersone prive delle adeguate capacità.

Ci sono forniture d’appalti che non hanno alcun senso se non quello clientelare. Quindi è vero che bisogna far pulizia e rimettere in discussione il perverso rapporto affari-politica creasciuto negli anni; ma rispetto ai roboanti annunci originari, oggi il processo sembra in stallo.

Noi pensiamo che prima di arrivare a dire che il problema è il costo del lavoro ci sia uno spazio enorme per far sì che quest’azienda non sia diretta da gente che occupa un posto dirigenziale o decisivo per le attività solo grazie al proprio cognome o alle proprie relazioni. Bisognerebbe riparti da lì, da un’opera vera di pulizia,  altrimenti Finmeccanica non si salva. 

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