Lunedì, 23 Ottobre 2017 | 15 :37:47

Fondi pensione, usiamoli per rilanciare l’industria

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Sollevando la questione dell'utilizzo delle risorse dei fondi pensione, nelle sue modalità e nelle sue finalità, la Fiom ha sottoposto alla discussione pubblica una proposta concreta per affrontare, in modo parziale ma rilevante, il grande tema delle risorse da destinare allo sviluppo, evidenziando la relazione stringente tra politiche di austerità e controriforme sociali e, quindi, indicando una possibile inversione di tendenza. Proviamo innanzitutto a descrivere sommariamente l'argomento di cui trattiamo.

I fondi pensione si suddividono grosso modo in due fattispecie: i fondi chiusi (o negoziali), e i fondi aperti e le polizze.

illustrazione di Maurizio Ribichini

Nel primo caso i soggetti che costituiscono questi fondi sono parti contrattuali attraverso accordi collettivi, contratti collettivi nazionali di lavoro e accordi aziendali. Nel secondo caso, i soggetti costitutori possono essere banche, società di gestione del risparmio, società di investimento mobiliare e società di assicurazioni.

Le differenze sono significative. I fondi negoziali sono associazioni senza fini di lucro, mentre gli altri sono soggetti di intermediazione finanziaria con fini di lucro. Ne consegue che i primi hanno una struttura di governo indipendente mentre i secondi hanno quella del soggetto costitutore; i primi minimizzano i costi di gestione, i secondi comprendono la remunerazione del soggetto costitutore nelle commissioni; i primi sono gestiti da organismi rappresentativi degli aderenti, gli altri no.

All'insieme di questi fondi pensione attualmente sono iscritti il 25% dei potenziali aderenti, mentre l’ammontare del patrimonio che gestiscono è di oltre 100 miliardi di euro. Ed è un patrimonio costantemente in crescita: infatti, il flusso annuo di contributi è di circa 12 miliardi di euro.

Accade, però, che il risparmio previdenziale amministrato da tutti i fondi pensione ha un ritorno, in termini di investimenti nel nostro Paese, irrilevante. Infatti, i fondi pensione amministrano il risparmio previdenziale dei lavoratori e delle imprese guardando in gran parte all'estero; la parte che rimane in Italia è investita fondamentalmente in titoli del nostro debito pubblico. Un dato rende esplicito questa caratteristica: i fondi negoziali investono in titoli di aziende italiane solo lo 0,8% delle risorse gestite; quelli aperti, il 3%.

È sulla base di ciò che la Fiom ha avanzato una proposta tendente ad affrontare i limiti specifici della natura degli investimenti e a rilanciare la necessità di definire politiche industriali capaci di intervenire sulle condizioni strutturali che limitano gli investimenti per lo sviluppo.

L’idea è quella di realizzare nuove possibilità di investimento dei Fondi pensione attraverso attività creditizie presso lo Stato, pensate ad hoc, con l’obiettivo preciso di far si che una parte consistente delle risorse amministrate venga investita nel nostro Paese e possano aiutare a realizzare strategie concordate di politica industriale.

È bene chiarire subito che il presupposto della nostra proposta risiede nel fatto che, trattandosi di investimenti – come si dice – dedicati, occorre ottimizzare i rendimenti e la stabilità delle prestazioni.

È possibile sottrarre quel risparmio, o una parte di esso, alla instabilità e alle oscillazioni dei mercati finanziari non ricorrendo a scelte di investimento prudenti (come fanno i fondi negoziali per le regole a cui sono sottoposti e le scelte di indirizzo che si sono dati), ma agendo sulla definizione dei rendimenti che potrebbe essere resa possibile in cambio dell’ampliamento delle fonti di finanziamento verso lo Stato che la canalizzazione di cospicue risorse finanziarie dei fondi determinerebbe (avvenga ciò in forma diretta o in forma indiretta attraverso il coinvolgimento, ad esempio, della Cassa depositi e prestiti). I capitali canalizzati, direttamente o indirettamente, verso il settore pubblico dovrebbero avere una destinazione concordata tra mondo del lavoro, dell’impresa e decisore pubblico per essere investiti su progetti capaci di intervenire sui fattori di sistema che da anni incidono negativamente sulla competitività del nostro sistema economico.

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