Martedì, 25 Giugno 2019 | 21 :50:10

A che serve l’articolo 18?

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«Una firma per ripristinare l’articolo 18, massacrato dalla riforma Fornero? Siete i soliti esagerati, voi della Fiom: non è successo nulla, è tutto come prima…».

Vallo a dire a Vittorio Gaffodio e ai suoi due compagni di lavoro, che il 7 settembre sono stati licenziati, per «motivi economici».

È accaduto alla Lagor di Cerro Tanaro (Asti) azienda attiva nel settore dell’energia, dove un centinaio di lavoratori trancia lamierini magnetici per la costruzione di trasformatori elettrici, in un clima a dir poco teso. «Licenziarne 3 per educarne 100» pare essere il motto dell’impresa. E guarda caso tra l’esiguo numero di coloro che hanno avuto il privilegio di beneficiare della legge 92/2012 ci sono i due della Fiom che per anni, si sono battuti in fabbrica perche venisse garantita un’altra legge dello stato (la 626) e i diritti dei lavoratori.

referendum art. 8 art 18

Vittorio entra come operaio alla Lagor nel 1991, nel 2003 viene eletto delegato. «La tranciatura produce polveri pericolose – racconta – e noi ci attiviamo perché l’azienda venga messa in sicurezza, facciamo anche intervenire l’Arpa».

I dispositivi di aspirazione non vengono montati, in compenso partono i provvedimenti disciplinari, la campagna contro i delegati e la Fiom che «vogliono far chiudere la fabbrica» e il ricatto dell’impresa: o si ristabilisce la tranquillità in azienda, oppure i premi non verranno più erogati e sarà guerra.

In questa escalation dell’intimidazione e del ricatto si arriva a settembre. «Dopo aver terminato il turno – prosegue Vittorio – il direttore aziendale mi informa che da quel momento posso ritenermi licenziato. Manco fossi un delinquente, vengo scortato al mio armadietto dal caporeparto, riconsegno tutto quello che avevo in dotazione e vengo messo alla porta. Qualche settimana dopo per togliermi definitivamente di torno, l’azienda mi offre 7.000 euro, poi 24.000 euro. Io non accetto. Con la Fiom ho impugnato il licenziamento, voglio essere reintegrato nel mio posto di lavoro. E non mi vengano a raccontare che tre lavoratori in meno risolvono i problemi economici di un’impresa come la Lagor». Cosa è successo in fabbrica? I lavoratori come hanno reagito di fronte a questa ingiustizia? «In tanti mi hanno telefonato, mi hanno espresso la loro solidarietà, ma hanno paura e io li capisco.

E non ce l’ho neppure con l’impresa che ha colto l’occasione per liberarsi di chi non si piega (noi della Fiom siamo scomodi) ma con il governo, il ministro Fornero e coloro che, modificando l’articolo 18, hanno regalato ai padroni la possibilità di licenziare chi si batte per i diritti. Ce l’ho con chi ha concesso ai padroni quello che sognavano da tempo: uno strumento per reprimere la democrazia e la libertà, da usare come arma per ridurre al silenzio i lavoratori». Non è vero che non è successo nulla, non è vero che tutto è come prima. E non è vero che non si può far nulla. Dentro e fuori i luoghi di lavoro possiamo lottare per riconquistare e migliorare quel che ci è stato tolto. È faticoso ma non impossibile.

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