Lunedì, 21 Ottobre 2019 | 09 :23:08

La lezione di Claudio Sabattini

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Caro direttore, c'è un problema sul tavolo della storia: e cioè se sia possibile fare sindacato senza vie di mezzo; e questo è precisamente il problema che non solo ha messo a fuoco ma ha fatto addirittura vivere ai partecipanti il convegno in ricordo di Claudio Sabattini, nel decennale della sua scomparsa. Più di quanto ha dato non si poteva dare, la sua fiamma non poteva ardere e consumarlo di più: ecco quello che le voci dei suoi amici hanno raccontato ricordandolo a Roma lo scorso 5 di aprile. Ciò che hanno detto senza dire espressamente.

 

E chi, come me, per motivi anagrafici, non ha conosciuto Sabattini né all'inizio né alla fine del suo percorso ha potuto solo seguire ciascun relatore aggiungere un filo alla trama di un tessuto spesso, la fibra robusta del rovello che guadagna il rispetto. Anche se non è certo la qualifica più amata dai politologi alle prese con i tratti del leader perfetto, non si può essere una guida senza essere un «cercatore». Sabattini lo è stato per tutta la vita. È uno che ha gettato per intero il peso della propria umanità sul piatto della bilancia della lotta, che ha osato fino a tal punto. Queste sono le impressioni che ho ricavato dalle parole dei suoi compagni.

Scorrendo però l'ordito di quell'esistenza, ecco però affiorare anche dei grumi, dei grovigli, e con essi il sospetto che proprio là si annidi il vero senso del suo mestiere... Di uomo. A dire il vero, il momento in cui li ho avvertiti è stato anche lo stesso in cui il dibattito li ha lasciati ai margini. Perché? Invece c'è bisogno di sapere. Conoscere le ragioni, ad esempio, per cui il sindacalista dell'auto che aveva guidato i trentacinque giorni «che sconvolsero il mondo» alla Fiat nell'’80, venisse subito dopo relegato in una posizione di dirigenza locale. Eppure, la biografia ufficiale sul sito della Fondazione che porta il suo nome parla in proposito di «giusta lotta». Dunque perché, appunto, lasciare a chi allora non c'era di intuire soltanto il prezzo politico pagato da Sabattini in quell'occasione?

Se solo, direttore, la mia generazione potesse riavere indietro tutte le storie sottratte, potremmo lottare, potremmo vivere il doppio. Se è in atto la rapina del futuro, almeno il furto del passato, un passato senza vie di mezzo, può essere ancora evitato. Buon Primo Maggio.

Un saluto, Francesco Bravi


Caro Francesco, hai ragione tu: la storia del movimento operaio è fatta anche di rimozioni che non aiutano a capire né ad andare avanti. Nello specifico, quelle che hanno accompagnato il dopo autunno '80 alla Fiat furono persino più pesanti di un esito già disastroso in sé.

Il non voler ammettere e riconoscere una sconfitta che cambiò la storia del movimento operaio - segnando il futuro del lavoro, delle relazioni industriali e persino dell'intero paese - finì per rendere ancor più pesante quella sconfitta abbandonando a se stessi migliaia di lavoratori espulsi dalla fabbrica e sottoponendo quelli che vi rimanevano a una vera e propria «rivoluzione dall'alto» che ne peggiorò condizioni e prospettive, indicando a tutte le imprese italiane la via vincente per ridurre il lavoro a una semplice merce priva di autonomia e diritti. In questo quadro a Claudio Sabattini fu imposto il ruolo di capro espiatorio: «qualcuno deve assumersi il peso della sconfitta», gli fu detto nelle segrete stanze, anche se poi la parola sconfitta non fu mai pronunciata in pubblico proprio per evitare una discussione aperta e la conseguente elaborazione.

Come diceva lui stesso, Claudio fu «messo in cassa integrazione insieme ai 24.000 operai che la Fiat cacciò», perché – spiegò più tardi Annibaldi - «quello era il costo da pagare al risanamento aziendale e, quindi, al progresso industriale». Vittime sacrificali, insomma, da una parte e dall'altra - nel sindacato come in azienda – per un presunto «bene comune», in realtà a salvaguardia dell'istituzione, sia essa un sindacato o un'impresa. Come si è poi visto, quella rimozione non servì a superare i limiti di analisi e comprensione della realtà che aveva portato alla sconfitta operaia dell'autunno '80 – cui seguirono continui arretramenti e «limitazioni del danno».

E nemmeno la Fiat poté «goderne» a lungo, ricadendo pochi anni dopo in una crisi strutturale ancora più pesante che si trascina fino a oggi. Anche per questo oltre che per motivi etici, caro Francesco, la maggiore trasparenza che tu chiedi è indispensabile per praticare un agire comune; fuori da essa – soprattutto nei momenti difficili, nelle sconfitte e anche per quanto riguarda le storie individuali - c'è solo dissipazione e solitudine.

Un caro saluto a te, Gabriele Polo

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