Domenica, 18 Agosto 2019 | 07 :21:11

Pomigliano, operazione rientro

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Immaginate una fabbrica in Italia in cui, con un accordo costruito a suo piacimento e con l’obiettivo di avere mano libera con i lavoratori, nel corso di una riunione con la Rsa interna alla fabbrica, un alto esponente dell’azienda interviene e dichiara: «Abbiamo un problema! O lo risolvete voi politicamente o ci pensiamo noi!» Nella realtà, l’azienda è la Fiat, e il problema è una sentenza in appello che reintegra 19 lavoratori entro quaranta giorni e altri 126 entro 180 giorni, tenuti fuori dalla fabbrica per la loro appartenenza alla Fiom.

Già questo episodio la dice lunga sulla considerazione che Fiat ha delle leggi e della Costituzione di questo paese, ma quello che realmente lascia sconcertati è il modo in cui la Fiat vuole risolvere il problema.

Nei giorni successivi, infatti, fa circolare la voce in fabbrica che per «far spazio» ai 19 iscritti Fiom ne licenzierà altrettanti. In più, sulle linee di montaggio circola una sorta di petizione, dove si evidenziano le preoccupazioni dei lavoratori presenti in azienda.

Pomigliano fuori i cancelli

Sappiamo per certo (alcuni lavoratori – in modo anonimo – lo hanno anche dichiarato su un quotidiano nazionale) che quella petizione è stata fatta girare dai capi e da alcuni delegati sindacali che avvicinavano i lavoratori sollecitandoli a firmare, altrimenti rischiavano di finire in quella che viene chiamata «black list», cioè l’elenco dei lavoratori che cederebbero il posto a quelli della Fiom. Questo è l’ennesimo ricatto a cui i lavoratori di Pomigliano sono sottoposti, dopo quello del referendum del 2010. Successivamente la Fiat mette in pratica i presupposti espressi annunciando i licenziamenti, con l’intento di innescare una guerra tra poveri e, attraverso la paura, mettere in contrapposizione la Fiom e i lavoratori. Ma ancora una volta la Fiat sbaglia i suoi calcoli, non solo perché scatena le reazioni della maggioranza del mondo politico, ma non riesce neanche a mettere i lavoratori contro la Fiom. Invece, l'affetto che ottiene è di mettersi contro quelli che ancora speravano nelle promesse fatte nel 2010. Tutti quelli da cui, io e i miei compagni, parlando, ci viene rivolta sempre la stessa domanda: «Ma se oggi non può assumere 19 lavoratori perché non sa dove collocarli, come farà a luglio (data della scadenza della cassa integrazione per cessazione di attività della Fga) ad assumere i 2.300 che stanno ancora fuori?». La Fiat, per difendere la sua posizione in merito ai licenziamenti, si è trovata costretta a mettere le carte in tavola, uscendo allo scoperto e confermando quello che noi, nella solitudine più totale, denunciamo da due anni, e cioè che una sola vettura, la Panda, non può garantire lavoro a tutti i 5.200 operai di Pomigliano e ai lavoratori dell’indotto. Noi, come Fiom, abbiamo scelto di non cadere nella trappola della Fiat e di non partecipare a questo gioco al massacro che vede i lavoratori comunque vittime. Continuiamo nel nostro unico intento, quello di riportare tutti i lavoratori in fabbrica prima della scadenza di luglio. E l’unico modo che oggi abbiamo è quello dei contratti di solidarietà, unico strumento possibile data la gravità della situazione. Questo nostro atteggiamento, coerente e leale fin dall’inizio, sia verso chi è dentro che verso chi è ancora fuori, ci ha permesso oggi di poter parlare con tutti. E questo si nota a ogni nostra iniziativa dove vediamo crescere sempre più il numero degli operai che partecipano, convinti sempre di più che il tempo delle promesse sia finito ed è ora di agire per riconquistare il nostro posto di lavoro. E si vede anche dal numero di iscrizioni che ricominciano ad aumentare.

Il 14 novembre, in occasione dello sciopero generale della Cgil, la Fiom ha deciso di fare di Pomigliano il luogo simbolo della mobilitazione. Quel giorno, oltre a varie delegazioni di lavoratrici e lavoratori provenienti da altre Regioni d’Italia, sarà presente anche il nostro segretario generale, Maurizio Landini, per ribadire con forza le nostre rivendicazioni e per dire ancora una volta a Fiat, e a chiunque in questo paese, che noi a Pomigliano non lottiamo né per 19 né per 145 lavoratori ma per tutti quelli che stanno ancora fuori.

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