Mercoledì, 26 Giugno 2019 | 12 :14:46

Ilva, la verità spazza via la polvere

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A Taranto il tempo delle comode bugie è finito. Una nuova generazione di cittadini e operai sa che salute e lavoro devono costruire assieme il futuro

L'Ilva sembrava non esistere per chi non era tarantino, nascosta dalle montagne del parco minerario, dal fumo e dall'alto muro di recinzione. Lo stabilimento era invisibile nonostante occupi 15.450.000 metri quadrati a ridosso della città e dentro il quartiere Tamburi, nonostante negli anni Ottanta occupasse circa 43.000 persone tra diretti e indotto, nonostante i morti sul lavoro e fuori, nonostante la palazzina «laf» per gli impiegati che non accettavano il demansionamento: chi non voleva vederlo lo stabilimento sceglieva di nasconderlo a sé e agli altri solo per convenienza.

A Taranto la prima colata è stata benedetta nel 1966 e cittadini e operai lo sanno benissimo e non lo hanno mai tenuto nascosto. Mentre c'era chi non voleva sapere da dove arrivasse l'acciaio che sosteneva e sostiene la capacità competitiva di un intero sistema di produzione nazionale, basta pensare che lo stabilimento di Taranto ha una quota di oltre il 50% della produzione e copre oltre il 20% della domanda nazionale. Scelta precisa che ha deciso fortune imprenditoriali, politiche e sindacali che ancor oggi qualcuno vorrebbe nascondere. Mettere la polvere sotto il tappeto, tappeto di denaro e complicità, non funziona più.

Ilva Taranto

La rabbia e il dolore dei lavoratori e dei cittadini che in solitudine hanno vissuto la governance aziendale non è più sopportata. Le denunce fuori e dentro lo stabilimento hanno nomi e cognomi, nonostante alcuni infingimenti: mi è capitato di ascoltare le parole di un dirigente di un'altra organizzazione sindacale, che durante un incontro istituzionale quest’estate in Prefettura dinanzi a due ministri della Repubblica ha sostenuto che intervenire con una pulizia delle polveri rosse che coprono la strada statale 7, le provinciali 49 e 47, la superstrada PortoGrottaglie intorno allo stabilimento avrebbe ridotto l'impatto visivo. Occhio non vede cuore non duole e cervello non capisce.

Capire cosa è successo in questi anni e cosa stia accadendo in queste ore diventa difficile se ad agosto un ministro sostiene che la situazione non è poi così grave visto che l'area padana o di Milano è più inquinata della città del ponte girevole, come se questo dato «scientifico» dovesse tranquillizzare, e a distanza di qualche mese un altro ministro spiega che i mesotoliomi pleurici superano del 419% la media nazionale. Dove sta la verità? Quali le responsabilità? Proviamo a ricostruire quello che è realmente accaduto dalla storia giudiziaria che possiamo dividere nei tre maxiprocessi, il primo a carico dei dirigenti pubblici '66-'94, il secondo '94-2000 che vede incriminata la proprietà, Emilio e Nicola Riva e il direttore, ingegner Luigi Capogrosso. Questi due maxiporcessi, che saranno riuniti il 23 di novembre prossimo, vedono una sola organizzazione sindacale di categoria costituita come parte civile: la Fiom-Cgil. I maxiprocessi sono per omicidio colposo plurimo aggravati da futili motivi: il profitto. La vertenza legale non comincia oggi, sono state più di 140 le sentenze definitive maturate negli ultimi 15 anni che hanno accertato i comportamenti penali degli illeciti che hanno definito in modo chiaro il rapporto di causa effetto tra le patologie e il lavoro. In questi anni i riflettori nazionali erano spenti e mentre nel silenzio si moriva nessun Ente locale si è costituito parte civile nei procedimenti. I processi intentati dalla Fiom e dall'Inca, avendo accertato nel corso degli anni la relazione tra le patologie mortali e l'esposizione a sostanze cancerogene, rendono evidenti le responsabilità. La direzione aziendale non poteva non sapere delle emissioni che hanno ucciso durante le lavorazioni un dipendente delle aziende dell'appalto collocato presso l'altoforno. Questo dimostra come i limiti di soglia sulle emissioni rilevati in città sono superati centinaia di volte nel perimetro dello stabilimento, del resto è lo stesso direttore dell'Arpa ad averlo dichiarato.

Non si può dire «io so ma non ho le prove», nel «caso Ilva», nonostante le prove, si comprava il silenzio. Del resto l'immagine cult del maxiprocesso che si sta istruendo per disastro ambientale è in pochi fotogrammi girati il 26 marzo 2010 presso un autogrill con due signori che si incontrano e uno cede a un altro una busta: i due sono Girolamo Archinà e Lorenzo Liberti. Il secondo è il perito incaricato dalla Procura, il primo è «l'uomo immagine» dell'Ilva. Si sa che l'occhio vuole la sua parte ma per essere sicuri che nulla possa inquinare la credibilità della proprietà due zelanti dirigenti intercettati dicono: «la stampa dobbiamo pagarla tutta». Per accrescere l'immagine pubblica e il credito verso il «sistema Italia» la proprietà, chiamata dal governo Berlusconi, partecipa addirittura al «salvataggio» da mani straniere della compagnia di bandiera Alitalia. Il tempo passa in fretta, siamo nel 2011 e lo stesso governo, che deve mettere nero su bianco l'Autorizzazione integrata ambientale (Aia) apre uno scontro con la Regione Puglia sul limite massimo delle emissioni, del resto l'azienda non ha mai smesso di dichiarare che quello di Taranto è uno stabilimento «all'avanguardia nell'adozione delle più avanzate tecnologie ecocompatibili». I fatti raccontano il contrario: un esempio è quello che è accaduto nel 2007, con i signori Emilio e Claudio Riva condannati rispettivamente a 3 anni e 18 mesi di reclusione per violazione delle norme antinquinamento e per aver omesso le tutele contro gli infortuni.

È con questa realtà che i lavoratori dell'Ilva e i cittadini di Taranto hanno dovuto vivere e lavorare, dentro e fuori lo stabilimento l'aria che si respirava era inquinata dalle emissioni, dalle polveri e dalle complicità. Sacchetti di cibo e acqua regalati agli scioperanti, capi che controllano i nomi di chi non sciopera sono solo una parte delle iniziative messe in piedi per usare i lavoratori contro se stessi e contro una intera comunità. Ma il gioco non funziona più come prima, qualcosa nel sistema si è rotto. I disegni dei bambini nelle scuole che chiedono un mare e un cielo azzurro come le tute pulite degli operai insieme al dolore e alla rabbia per i familiari ammalati o che non ce l'hanno fatta hanno incontrato l'azione della magistratura che ha reso possibile quello che fino a ieri sembrava non esserlo: lottare per poter avere un futuro. La magistratura facendo il suo dovere costituzionale persegue chiunque abbia commesso dei crimini, ma questo non basta. Non è compito della magistratura impedire la chiusura dello stabilimento, come non è compito di un magistrato ambientalizzare la produzione: avere un monitoraggio fuori e dentro lo stabilimento delle emissioni, avere un intervento immediato in caso di emergenza, bonificare terra, cielo e mare è innanzitutto responsabilità della proprietà e del governo. Come è compito dei sindacati, della politica, dell'associazionismo, dei movimenti ricostruire un tessuto democratico comune, sconfiggere la logica della controparte che divide per imperare perché a Taranto oggi nessuno si fida di nessuno.

La democrazia è faticosa, bisogna discutere, litigare, sporcarsi le mani ma se non si cerca quello spazio operai e cittadini sono ridotti a spettatori, comparse, tifosi. Si è incrinato il sistema della paura e del ricatto «lavoro in cambio di salute». Non è stato sconfitto, e a sconfiggerlo non è lo slogan «chiudere lo stabilimento» perché il futuro di Taranto non può essere chiuso in una tenaglia. La scelta della Fiom di non dichiarare sciopero contro la magistratura (come invece hanno fatto le altre organizzazioni sindacali) ma di convocare le assemblee e di discutere e votare una piattaforma per condividere con tutte le lavoratrici e i lavoratori la vertenza con l'obiettivo di ottenere gli investimenti utili a rendere ambientalmente sostenibile lo stabilimento è una scommessa. In passato, era il 2007, furono fermate per un anno le batterie delle cokerie e non ci furono esuberi. La verità è che c'è una nuova generazione operaia che oggi difende il proprio lavoro e il territorio in cui vuol vivere e sa che senza investimenti tecnologici e senza l'ambientalizzazione dello stabilimento l'occupazione è a rischio. È una nuova generazione operaia che sa che il futuro non è competere con chi ha abbassa sempre di più i costi ecologici e umani, ma ricercando qualità. La scelta della Fiom è una scommessa innanzitutto su questa consapevolezza. Il prossimo sciopero dei metalmeccanici è il tentativo di riunificare lavoro e ambiente, operai e cittadini perché nulla è più come prima e nulla dovrà tornare a essere come prima.

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