Martedì, 22 Ottobre 2019 | 16 :11:32

Milano, la strage dell’eccellenza industriale

Dimensione carattere:

Qui le grandi fabbriche non ci sono più: gli anni Ottanta le hanno spazzate via. Della Sesto San Giovanni della Breda, della Falck, della Marelli e delle migliaia di lavoratori che ogni mattina ne varcavano i cancelli, è rimasto un carroponte a far da straordinaria cornice ad uno dei pochi spazi «liberati» dalla produzione che è rimasto a disposizione della collettività.

Ad Arese, l’immensa area dell’Alfa dove nel 1986 (anno in cui l’azienda venne acquistata da Fiat) lavoravano 15.000 persone, è terra di speculazione (e mega centri commerciali) e rappresenta una clamorosa scommessa persa.

Lì, infatti, avrebbe dovuto sorgere il «polo per la mobilità sostenibile», luogo dove ricercare, sperimentare e fabbricare prodotti innovativi e ambientalmente compatibili, mantenendo e riportando al lavoro le professionalità di cui Fiat aveva deciso di disfarsi e creando nuova e «buona» occupazione.

Quel progetto che guardava al futuro, di cui era già pronto lo studio di fattibilità, è rimasto chiuso nei cassetti della regione più inquinata del paese, sia dal punto di vista atmosferico che per i livelli di immoralità pubblica, per la corruzione fatta sistema, persino per le infiltrazioni della ‘ndrangheta che hanno caratterizzato 17 anni di governo di centro destra-lega.

Roberto Formigoni e le sue giunte di tutto si sono occupati in questi due decenni, tranne che del lavoro e dei lavoratori. E, dopo il voto di febbraio, la Lombardia sarà governata per i prossimi 5 anni (inchieste permettendo…) dalla medesima maggioranza che mai era intervenuta per  investire e promuovere attività e sviluppo, essendo in altri affari affaccendata.

Così, dopo i grandi insediamenti industriali, oggi rischiano di scomparire le realtà che operano in due settori (a detta di tutti) strategici per il paese: quelli dell’informatica e delle telecomunicazioni, che a Milano e nel suo hinterland hanno una presenza significativa.

In questo territorio gli operai ci sono ancora, stanno in aziende di piccole o medie dimensioni (quelle che risentono davvero della crisi e che davvero hanno problemi a investire, quelle che lavorano per conto terzi e subiscono scelte compiute altrove, quelle che hanno sperperato risorse, «giocato» con la finanza e oggi usano la crisi come alibi per cacciare i lavoratori) e sono protagonisti delle mobilitazioni e delle lotte contro i licenziamenti, per mantenere o rimettere in attività le fabbriche.

Lì i metalmeccanici sono soprattutto impiegati, tecnici, ricercatori, fino a pochi anni fa convinti che il loro posto di lavoro e la loro professionalità non sarebbero mai stati messi in discussione. Gli avevano raccontato che il lavoro manuale stava scomparendo, che il domani era nelle loro teste e nelle loro tastiere. Gli avevano spiegato che il sindacato era un «ente» inutile e l’agire collettivo un retaggio del passato. Poi le cose sono cambiate.

A Milano e nel suo hinterland operano le aziende storiche dell’Ict, i grandi gruppi e le multinazionali che si muovono su scala globale e che, in assenza di vincoli e politiche industriali,  «smontano», decentrano, smantellano, vendono, cedono, licenziano. Il caso più emblematico è quello di Nokia Siemens Networks e del grande sito di Cassina de’ Pecchi.

Quella che oggi rischia di trasformarsi nell’ennesima area dismessa nel 2007 era una realtà industriale (Siemens) completamente autonoma che operava nel settore degli apparati di telecomunicazione per ponti radio, occupava migliaia di lavoratori (senza contare l’indotto) e aveva in sé l’intera filiera: ricerca e sviluppo, industrializzazione del prodotto, prototipazione, produzione, installazione e assistenza tecnica.

Poi, dopo il matrimonio tra Siemens e Nokia è iniziato il risiko. Nel giro di pochi anni: è stato chiuso il centro di ricerca e sviluppo di Cinisello Balsamo con i suoi 900 lavoratori; è stato ceduto alla multinazionale Jabil il settore produttivo di Cassina de’ Pecchi, con i suoi 350 operai, che dopo essere “transitati” da Competence sono stati riacquistati da Jabil (con un’operazione dai confini foschi) solo per essere licenziati; sono stati dichiarati 580 esuberi in Nokia Siemens Networks.

Cosa resta, oggi, a Cassina de’ Pecchi? Restano gli operai di Jabil – la loro storia è stata  accontata nel n. 5 di iMec – da oltre un anno e mezzo in presidio permanente, determinati a proseguire la lotta per tornare al lavoro e quelli di Nsn in cassa straordinaria a rotazione.

Resta una vasta area appetibile dal punto di vista della speculazione e un protocollo per la sua reindustrializzazione firmato dalle istituzioni (dal Comune di Cassina al ministero dello Sviluppo economico). In sintesi, ci sono le professionalità e le competenze dei lavoratori, le «macchine», le strutture, gli impegni assunti e, soprattutto, c’è la determinazione delle operaie e degli operai di Jabil e della Fiom nel ricercare una soluzione che preveda la ripresa dell’attività: la partita è ancora aperta.

In questi duri anni, troppe vertenze si sono concluse senza raggiungere l’obiettivo, troppe resistenze sono state vanificate dalla disparità delle forze in campo, da scelte politiche devastanti e dall’erosione dei «nostri» strumenti. Così alla lotta nelle forme che conosciamo dobbiamo provare ad affiancare qualcosa di diverso: provare a sperimentare percorsi
inediti scegliendo le vicende e i «luoghi» dove esistono le condizioni per farlo. Il sito di Cassina de’
Pecchi può essere uno di quei luoghi.

E torno al rapporto tra la Fiom e i lavoratori, soprattutto a quello storicamente «complicato» con
quelli che vengono sinteticamente definiti «gli impiegati». Qualcosa è cambiato. Quelli di Agile/Eutelia di Pregnana, ad esempio, hanno occupato la «fabbrica » per oltre un anno, giorno e notte. Dallo shock prodotto dall’inaspettata messa in discussione del posto di lavoro è nata un’esperienza di agire collettivo che ha comunque modificato le loro teste, la loro visione del mondo.

Oggi per loro che «mai avrei pensato di ritrovarmi a dormire su una brandina in ufficio e di presidiare i cancelli dell’azienda» quelli della Fiat non sono più dei marziani. E il sindacato (la Fiom) non è più un oggetto misterioso, ma ha il nome, la voce e il volto di chi ha condiviso con  oro i giorni e le notti: la condizione indispensabile per provare a ottenere qualcosa.

Nella «moderatissima» Italtel di Settimo Milanese le centinaia di esuberi dichiarati dall’azienda (in
questo caso non si tratta di una multinazionale) sono stati trasformati in contratti di solidarietà e
cassa a rotazione a suon di ore di sciopero e di manifestazioni.

Non è un caso se nelle elezioni delle Rsu, anche nelle aziende di informatica e telecomunicazioni, la Fiom ottiene consensi fino a qualche tempo fa impensabili. Alla Ntt Data Italia di Milano hanno
votato 518 lavoratori: 460 hanno scelto Fiom, 30 Uilm. In Ibm, dove hanno sperimentato il voto elettronico, è finita così: 1.453 votanti, 1.206 voti alla Fiom, 240 alla Fim.

Abbiamo risolto l’annoso problema del rapporto con le «alte qualifiche», con i tecnici, con gli impiegati? Certo che no. Ma si è aperto un dialogo, con la crisi che picchia duro che ci ha messo molto del suo. Di sicuro oggi è assai più diffusa la consapevolezza dell’iniquità del rapporto individuale tra lavoratore e impresa e, quindi, della necessità di organizzarsi.

Resta immutata, anzi si è aggravata, la drammaticità della situazione occupazionale e industriale di
questo territorio. Secondo i dati delle liste di mobilità che arrivano dai centri per l’impiego, nei  primi quattro mesi dell’anno in Lombardia, nel solo settore metalmeccanico e nelle realtà sopra i 15 dipendenti, sono stati licenziati 3.100 lavoratori (922 nella sola provincia di Milano), senza contare le centinaia di migliaia di ore di cassa integrazione. Numeri che si sommano a quelli del 2012: 62.000 posti di lavoro persi e, nel solo settore metalmeccanico, 93.621.405 di ore di cassa (ordinaria, straordinaria o in deroga).

Se questa è la regione che fino a poco tempo fa si fregiava del titolo di «motore d’Europa» vuol dire che siamo oltre la crisi, siamo all’emergenza, con un elemento di preoccupazione rispetto al futuro che nasce dal venir meno di quella storica vocazione all’innovazione e allo sviluppo che aveva caratterizzato in particolare il territorio milanese. C’è una «curva grafica» che dà il segno di questo fenomeno, quella dei brevetti depositati che, dal 2000 al 2012, indica un caduta vertiginosa.

Le grandi società multinazionali stanno abbandonando il campo, portando con sé la «testa» e lasciando a noi le macerie; le università sfornano disoccupati, oppure quel che chiede la miopia del mercato: «piccoli Monti» addestrati a comprimere costi e diritti, non a ragionare di investimenti; le scelte politiche vanno nella medesima, devastante, direzione, come se il problema principale di questo paese fosse l’Imu, come se il rimedio al deserto industriale e  culturale che sta avanzando fosse l’austerità imposta da banche e finanza.

Il 9 maggio il Presidente di Regione Lombardia ha illustrato il documento che definisce le linee strategiche della «sua» legislatura: startup dei giovani imprenditori, sostegno all’innovazione, creazione di un mercato del lavoro più aperto… e, «per quanto riguarda scuola e l'università, un sistema che premi il merito e garantisca una sempre maggiore garanzia di libertà di scelte, di autonomie e di istituti». Della serie: la continuità è servita, qui come a livello nazionale.

C’è uno scarto tra quello che rivendichiamo, tra quella volontà di cambiamento che, comunque, tanta parte di questo paese ha espresso anche con il voto, e lo spettacolo che la politica continua a offrirci. È per questo che «non possiamo più aspettare».

privacy policy