Domenica, 15 Settembre 2019 | 12 :07:51

Scene di lotta di classe in estremo oriente

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Reportage sulle lotte alla Foxconn, dove si producono telefonini e tablet per le grandi multinazionali. un conflitto tra nuovo capitale e nuovi operai che ha costretto la Apple a promettere il diritto di voto e di libera rappresentanza ai lavoratori della più grande fabbrica del mondo.

Yefudao, operaio della Foxconn di Zhengzhou (il suo nome è tratto da una poesia di epoca Tang), viene da una scuola secondaria professionale senza fama dove ha studiato metalmeccanica. Gli anni di studio erano pieni di speranza. I professori dicevano spesso che «la vostra specializzazione è quella più remunerativa e con maggiori possibilità per il futuro».

«A quel tempo amavo i libri, i classici, la conoscenza che inebria il proprio sè», dice il giovane. Solo quando ha lasciato la scuola ha capito che i professori si erano dati delle arie, che le materie studiate non avevano valore per il lavoro che avrebbero dovuto svolgere. Le illusioni sono state distrutte subito. A 17  anni, pieno di fiducia,  è andato a Shanghai in una fabbrica aeronautica. Grande compagnia, alto salario, un ambiente per lui ideale. «Hai mai visto un tornio grande come una stanza?». Ma Yefudao non viene assunto. Allora ridimensiona le proprie aspettative e va a Shenzhen come operaio semplice.

All’inizio il salario era di appena qualche centinaio di yuan, il che lo spinge a cambiare diverse fabbriche. (…) «Prima il salario era basso, ma c’era ancora un certo rispetto. Adesso non c’è nemmeno quello». Nel 2010 passa alla Foxconn di Yantai (nella provincia dello Shandong). In passato aveva deciso che non sarebbe tornato in campagna e che l’unica cosa da fare era guadagnare. Dopo tutti questi anni, scopre di non voler restare in città ma, dice, «solo coi soldi posso avere la faccia di tornare al paese, e inseguire il piccolo sogno di aprire una scuoletta di campagna». È questo progetto che tante volte l’ha fermato dal dare le dimissioni e l’ha spinto a resistere. L’obbiettivo è mettere da parte 200.000 yuan. Ne hà già 90.000 ma le prospettive lo deprimono. I terreni su cui costruire sono sempre più cari. Non sa se i soldi saranno sufficienti, se potrà mettere su casa, sposarsi. L’esperienza di Yuefudao non è diversa da quella di tanti operai sparsi nelle fabbriche di tutto il paese.

Anche se sono più istruiti o hanno un buon curriculum, alla catena di montaggio ripetono la stessa vita della generazione precedente e l’unica alternativa resta «votare coi piedi ». Hanno assaggiato l’illusione metropolitana per un breve periodo, alla fine scoprono che il villaggio è il luogo dove essere felici. (…)

Il protagonismo dell’azione collettiva «Le conoscenze e le abilità tecniche apprese a scuola dai nuovi operai non li aiutano né nel lavoro né nella vita. L’impatto con il modo di vita metropolitano e coi nuovi rapporti sociali svolge invece un ruolo fondamentale. È questo che, talvolta in modo latente, accresce la forza dei nongmingong e li spinge ad agire per i propri diritti», dice il professore Guo Yuhua dell’Università Qinghua di Pechino. Yefudao ha già partecipato alle lotte per la difesa dei propri diritti. Lo scorso anno la Foxconn di Yantai ha alzato i salari, ma chi entrava a febbraio e marzo in fabbrica aveva uno stipendio inferiore di 150 yuan, e non aveva il bonus di fine anno. In una grande assemblea, Yuefudao e i suoi compagni hanno manifestato la propria insoddisfazione. «All’inizio non c’era grande agitazione ma poi una guardia in borghese mi ha intimato di non dire altro altrimenti mi ammazzava. Visto che voleva alzare le mani, gli altri l’hanno sbattuto a terra e l’hanno pestato». A questo punto Yuefudao chiede a tutti di uscire dal reparto.

Quando poi le acque si sono calmate, i salari di tutti sono stati aumentati, tranne quello di Yuefudao. Nel ricordare l’episodio ha ancora un po’ di paura, perché il capo del sindacato quella volta voleva mettere le mani addosso a qualcuno. «Avevo paura che le cose diventassero più grandi, che non fossimo capaci di gestirle, ma penso che comunque quel che abbiamo fatto abbia avuto un significato. Quando leggevo degli scioperi sui libri di storia si trattava sempre di cose giuste», dice.

Negli ultimi anni azioni di protesta come queste, guidate dai nongmingong, si sono verificate in molte città. Dal 2010 c’è stata un’ondata di proteste guidate dalla nuova generazione di migranti, quelli nati dopo l’80 e il ’90. Anche se la protesta nasceva dall’insoddisfazione per le condizioni di vita e di lavoro, è difficile dire se siano stati influenzati dall’istruzione ricevuta. Tuttavia rispetto alla prima generazione di nongmingong, venuti direttamente dal fango della terra, il loro contesto educativo ha chiaramente cambiato il punto chiave della propria identità, passata da contadini a operai. Processi di conoscenza e cambiamento In base a statistiche autorevoli rilevate nel 2011, i nongmingong della nuova generazione hanno un livello di istruzione più alto e i laureati sono più del 5%. (…)

Il professor Guo Yuhua ha svolto indagini lunghe e approfondite su questo gruppo sociale. I dati ci dicono che la media degli anni di istruzione è di 10,7, superiore agli 8,6 della generazione precedente.

Le scuole frequentate comprendono il «liceo», il «professionale», il «tecnico», la «laurea breve», gli esami fatti da privatisti. Il 40,2% dei nuovi operai è entrato in fabbrica l’anno in cui si è diplomato, nella vecchia generazione la percentuale era del 6,6%. Fra i nuovi operai, il 15% è entrato in fabbrica l’anno successivo al diploma. Difficilmente questi nongmingong hanno esperienze di lavoro in campagna. (…)

In base allo studio di 11 casi di lotte avvenute negli ultimi due anni che hanno visto coinvolti nongmingong differenti per età e grado di istruzione, si vede come sia fortemente cambiata la natura delle rivendicazioni. Nelle fabbriche dove sono presenti nuovi operai con un grado di istruzione media-superiore le richieste sono rivolte al cambiamento della struttura dei salari e al miglioramento degli organismi sindacali.

Nelle fabbriche dove lavorano soprattutto operai della prima generazione o con istruzione elementare, spesso le richieste riguardano solo il salario che è stato diminuito o l’applicazione delle norme governative riguardanti i salari, che la compagnia disattende. «I nuovi operai, a differenza della vecchia generazione, hanno un legame debole con il sistema tradizionale di relazioni di lavoro e per migliorare la propria condizione fanno più affidamento nelle nuove istituzioni.

Probabilmente è per questo che sono in conflitto con il sistema tradizionale di gestione. Sanno perfettamente che le riforme li beneficierebbero», dice il Prof Feng Tongqing del China Institute of Industrial Relations.

Nelle contese fra lavoro e capitale, i nuovi operai sono consapevoli dell’importanza del ruolo del sindacato quindi aspirano a modificare quello esistente o a fondarne uno nuovo. Dal 2007 ci sono stati dei cambiamenti nell’organizzazione sindacale (Shenzhen, Hangzhou etc.) che vanno nel senso di una sperimentazione, ma siamo ancora ben lontani dall’avere un sindacato che rappresenti davvero gli interessi degli operai. (In Cina è consentita un’unica organizzazione ufficiale dei sindacati, Acftu, All China federation of Trade Unions, ndr). Oltre ai divieti che limitano lo spazio politico, i nuovi operai devono affrontare l’atomizzazione sociale che li pone in una condizione esistenziale di maggiore pressione e aumenta il senso di smarrimento riguardo al futuro. (…).

In questa situazione di atomizzazione, la diffusione della conoscenza per i nuovi operai riguarda soprattutto la propria vita e le lotte nell’ambiente di lavoro. Anche se talvolta attuano azioni collettive, le lotte non mettono mai in discussione il sistema generale di distribuzione capitale-lavoro. Si è solo operai e non parte di un gruppo più vasto. In seguito alla maggiore diffusione dell’istruzione superiore e di quella professionale, probabilmente un numero sempre più grande di operai completerà la propria formazione superiore e forse riusciranno ad avere un impatto maggiore sull’attuale sistema di distribuzione.

Far tornare i sindacati al proprio compito istituzionale, di rappresentazione degli interessi e dei diritti dei lavoratori, contribuirà a uno sviluppo ordinato delle relazioni fra il capitale e il lavoro, nel contesto generale del diritto, bilanciando i rispettivi interessi. Ed è questione urgente, sia per la garanzia dei diritti operai sia per il rispetto della giustizia sociale.


Traduzione di Diego Gullotta

Leggi anche «vivere e morire per Apple» iMec numero 2 del 2012 pagina 4/5

Scheda sulla rivista :

Questo articolo ci è stato concesso dalla redazione di «Nanfeng Chuang» (Rivista del Sud), nata nel 1985. È un quindicinale di politica e di attualità. Sin dalla nascita ha rivolto un’attenzione particolare ai cambiamenti della società, alle classi subalterne e alle ingiustizie sociali, alle questioni dello sviluppo e ambientali, all’istruzione.
Di rilievo sono le sue cover story, veri e propri dossier di approfondimento sui nodi della trasformazione cinese.

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