Martedì, 25 Giugno 2019 | 21 :53:02

Fiat, crisi, Sud: serve una politica industriale

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Ad un accordo, quello separato del 2012, che dispone il superamento del contratto nazionale e della contrattazione consegnando alle imprese il controllo e la gestione unilaterale della prestazione lavorativa, la Fiom ha opposto una strategia nazionale di ricostruzione contrattuale da realizzarsi attraverso l’iniziativa, azienda per azienda, intorno ai contenuti della Carta rivendicativa.

In un paese fortemente segnato da una storica dualità sul piano economico e sociale, una strategia rivendicativa nazionale, per esser realmente tale, deve riuscire a parlare alle lavoratrici e ai lavoratori meridionali, rispondere alle domande e ai bisogni di chi oggi è più colpito dalla crisi.

La situazione economica e sociale del Mezzogiorno è molto più grave, infatti, di quanto comunemente si immagini. Il processo di desertificazione industriale che va avanti in quell’area del paese da più di un  decennio, con l’accelerazione determinata dalla crisi dell’ultimo quinquennio, sta ridefinendo drammaticamente i caratteri della questione meridionale.

La regressione economica e sociale che sta vivendo il Mezzogiorno non è figlia di un «destino cinico e baro», né il portato di una «condizione di  natura», come una certa retorica leghista ha cercato (con qualche successo) di affermare nel senso comune del paese, trasformando, così, la questione meridionale da effetto delle strategie di governo sin qui perseguite in causa dei problemi dell’oggi.

Abbiamo duramente criticato le ultime manovre  di bilancio (ben quattro in due anni) per gli effetti depressivi che le caratterizzavano. Ma non tutti hanno consapevolezza dell’ impatto sul Mezzogiorno decisamente maggiore, in alcuni casi devastante. Per la Svimez, le manovre hanno avuto un effetto negativo sul Pil tre volte maggiore che  nel centro-nord.

Per capirci: negli ultimi cinque anni, il Sud come se fosse regredito di quindici. Il presidente Monti, però, ha detto di vedere la luce in fondo al tunnel e di considerare il 2013 l’anno della ripresa, perché il Pil calerà solo dello 0,3%.

Sarà, ma pur prendendo per buono il trascinante ottimismo del premier con quei ritmi di crescita serviranno 30 anni al Mezzogiorno per accorciare la situazione con la media europea, perché le altre regioni che nel continente sono in ritardo di sviluppo stanno camminando nella crisi più velocemente di noi. Siamo arrivati sul serio ad un punto limite che richiede un impegno straordinario e risposte all’altezza della drammaticità dei problemi.

Noi della Fiom intendiamo coniugare la lotta per i diritti, per la riconquista del contratto nazionale, con quella per una nuova specializzazione produttiva dell’apparato industriale, per un nuovo modello di sviluppo, per un diverso governo delle risorse proprio per stare all’altezza delle questioni che abbiamo dinanzi. Rifiutare di applicare nelle aziende del Mezzogiorno il contratto separato del 2012 non è un atto «politico» (e, in quanto tale, assoggettabile alle valutazioni di opportunità del caso), ma una scelta di sopravvivenza, altrimenti messa a rischio, del lavoro che c’è e dell’industria che c’è.

Stiamo ai testi. Sia i due accordi interconfederali assunti a riferimento dalle parti che hanno stipulato quel contratto (mi riferisco a quelli del 2009 sul modello contrattuale e del 2012 sulla produttività, entrambi non firmati dalla Cgil), sia i diversi richiami ai recenti provvedimenti normativi, configurano questo accordo sotto il profilo del quadro economico come uno strumento «pro-ciclico », cioè come uno strumento che accompagna e asseconda i processi in atto, mentre è del tutto evidente che, per tutelare il lavoro in questa lunga e profonda crisi economica che caratterizza la fase che stiamo vivendo, occorrerebbero provvedimenti e misure di carattere «anti-ciclico », capaci cioè di redistribuire il lavoro che c’è, di far crescere il potere d’acquisto dei salari, di rafforzare e innovare il sistema industriale dentro una nuova idea di modello di sviluppo, di aggredire i veri nodi posti al fondo delle difficoltà del paese (cosa produrre; come produrre e, quindi, quale specializzazione produttiva, quale innovazione tecnologica; su quali fattori di contesto intervenire ecc.).

Prendiamo l’orario. Una soluzione come quella che hanno concordato non solo peggiora la condizione dei lavoratori, non solo consegna alle imprese la gestione unilaterale del tempo di lavoro, ma favorisce il drastico ridimensionamento dell’occupazione e accompagna la ristrutturazione dell’apparato industriale in atto verso i segmenti più bassi della divisione internazionale del lavoro.

Purtroppo, non mi riferisco a rischi potenziali. Tutto questo lo abbiamo visto realizzarsi nel luogo simbolo della vicenda sociale di questi anni. A Pomigliano si sostituisce la produzione di quattro modelli capaci di assicurare cinquemila posti di lavoro diretti, che si raddoppiano in un articolato tessuto di aziende dell’indotto, con quella di un modello, a più basso valore aggiunto, con una dotazione di componenti ridotta e in buona parte proveniente dall’estero. Il risultato è il rapido deperimento dell’indotto e tremila lavoratori (a cui è stato promesso che avrebbero mantenuto il posto di lavoro scambiandolo con diritti, cattive condizioni e dignità) che attendono fuori, e ogni giorno che passa con scetticismo e preoccupazione crescenti. In un sistema industriale ridotto all’osso, quale quello meridionale, occorre dire con grande chiarezza che non si può perdere più un sito produttivo e un solo posto di lavoro. Ma ciò significa, nella concreta iniziativa sindacale, praticare l’obiettivo di costruire vertenze capaci di favorire e  potenziare il ricorso ad ammortizzatori conservativi e redistributivi del lavoro che c’è per gestire i periodi di crisi; di investire su produzioni ad alto valore aggiunto e ambientalmente sostenibili; di contrattare  innovazioni di processo capaci di valorizzare il lavoro e migliorarne le condizioni.

Non ci dice questo la nostra posizione e la nostra condotta negoziale nella complicatissima vertenza dell’Ilva di Taranto? Quella vertenza rappresenta un banco di prova non tanto per noi, quanto per l’intera prospettiva industriale del paese chiamato a decidere, in tutti i suoi livelli di governo, sul futuro di una produzione essenziale per l’economica nazionale e capace di un rilancio solo se tecnologicamente orientata alla sostenibilità ambientale.

A ben guardare, in quella vertenza c’è tutto un modo di intendere il futuro industriale, e per le soluzioni che saranno trovate passerà molto della ripresa economica italiana.

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