Martedì, 17 Settembre 2019 | 22 :28:34

La democrazia dimenticata

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In fondo sono appena 1 milione e 600 mila elettori che, si sa, ora votano e ora no, ora, magari al nord, votano Lega e al sud Berlusconi o il primo populista in circolazione.

Operai metalmeccanici, schede poco affidabili che riesumano un mondo del lavoro in via di estinzione o in transumanza verso il sud e l'est del mondo. Operai per di più pretenziosi, che se non vogliono tutto come negli anni Settanta poco ci manca. Pretendono, pensate, di eleggere loro chi dovrà rappresentarli e non il padrone, e di votare i contratti e gli accordi che riguardano le loro condizioni. E
dicono che se la sinistra li abbandona loro abbandoneranno la sinistra. Ma non l'avevano già fatto? C'è altro di cui occuparsi che non della democrazia nelle fabbriche: una testa un voto va bene, ma mica ovunque. Il centrosinistra deve pescare al centro, nei ceti emergenti.

Soprattutto non può schierarsi da una parte, con un sindacato, sia pure maggioritario, se le altre organizzazioni dei lavoratori stanno da un'altra parte. Magari con i padroni, ma lo dicono tutti, compreso il presidente Napolitano, che serve la pace sociale e non la lotta di classe. Se la politica, quella parte che una volta si chiamava di sinistra, ha smarrito il lavoro o lo pospone al capitale o lo impasta con esso, i media dal canto loro non scherzano. Così, forse per la prima volta nella storiaitaliana, lo sciopero generale dei metalmeccanici indetto dalla Fiom in difesa dei diritti e del contratto nazionale, non ha trovato spazio nelle prime pagine dei grandi giornali, troppo occupati dalle resurrezioni annunciate dell'Uomo Nero. Per non lasciare spazio al dubbio, Fim, Uilm e Federmeccanica hanno firmato l'ennesimo contratto separato poche ora prima dellosciopero generale della Fiom. Un contratto separato che cancella il contratto nazionale, sulla scia di Marchionne illuminata prima dal governo Berlusconi e poi da Monti. Se ci fate caso, i capisaldi del bidone rappresentano il rovesciamento delle parole d'ordine portate in fabbrica e in piazza dalla Fiom: su salari, orari, condizioni di lavoro, contrattazione, democrazia.

Prima si diceva che Pomigliano era un caso isolato, poi il caso isolato è entrato in tutte le officine e gli uffici della Fiat, ora con il contratto separato esonda in tutte le aziende metalmeccaniche italiane. Non serve una memoria da elefante per ricordare come nella storia italiana, la Fiat ha sempre fatto da battistrada per l'intero capitalismo che, a sua volta, ha modellato a sua immagine e somiglianza l'insieme delle relazioni sociali. E il contratto separato di oggi cancella l'aspetto fondamentale del contratto nazionale: la solidarietà generale. Per governare, in officina e in Parlamento, si sta scegliendo la strada classista della divisione, del conflitto orizzontale, della contrapposizione tra le vittime delle ingiustizie sociali, per trasferire tutto il potere nelle mani di pochi. Se la battaglia di Pomigliano ha imposto il ripristino di un embrione di legalità in fabbrica, ora l'obiettivo è ancora impegnativo e, al tempo stesso, ineludibile: riportare la democrazia nel lavoro, prima che l'infezione autoritaria nelle fabbriche infetti l'intera società. Gli operai metalmeccanici non possono farcela da soli, anche se dalla loro hanno ancora la legge, quella parte almeno che non è stata ancora revisionata con il consenso di gran parte della politica. Non basta scrivere sull'agenda del centrosinistra «lavoro», dopo che si sono sostutuiti negli statuti dei partiti i lavoratori e i cittadini con i consumatori. La campagna elettorale che si è aperta nel modo peggiore è una delle ultime occasioni per ricordare con la mobilitazione generale che se si perde il lavoro, se lo si spoglia dei diritti, se gli si nega la rappresentanza sindacale e politica, è la democrazia che si sta uccidendo.

Che ne pensa chi dice di voler voltare pagina e si presenta alle elezioni in discontinuità con gli ultimi due governi?

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