Domenica, 15 Settembre 2019 | 12 :33:43

Il lavoro non è roba per ricchi

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«La globalizzazione costringe ad abbandonare alcune conquiste sindacali ottenute in circostanze più favorevoli» (Michele Salvati)

«C’è chi ancora crede che si possa stare nella globalizzazione senza cambiare nulla… Occorre abbassare il costo del lavoro per dipendente e per unità di prodotto» (Fiorella Kostoris) «Nei Paesi che crescono si lavora dieci ore al giorno… Non è tirannia, sono le leggi del mercato» (Guidalberto Guidi, Confindustria)

foto Alessio Duranti

È questa l’«ideologia moderna». Il mantra che continua a risuonare nelle tante sedi deputate del pensiero dominante, dalla Commissione europea all’Fmi, dalla Bce ai ministeri nazionali che senza pudore continuano a chiamarsi «del lavoro» e talvolta persino «del welfare». Qui, nel Sud dell’Europa, poi, in genere si associa all’altro luogo comune ripetuto all’infinito che «abbiamo vissuto al di sopra delle nostre possibilità» (intendendo voi, lavoratori dipendenti, salariati e magari precari, «avete vissuto al di sopra delle nostre possibilità»).

 Eppure, basta guardarsi intorno – e dentro i nostri conti quotidiani e le tasche di chi davvero lavora – per capire che non è così. Basta persino leggere i giornali (anche i «loro» giornali). La cronaca, a saperla leggere, ci dice che un punto-limite è stato raggiunto. Sulla soglia del disumano. Quando, come accade a Taranto, i lavoratori dell’Ilva sono posti di fronte all’alternativa mortale – biologicamente mortale – tra la difesa della propria vita e la difesa del proprio lavoro (dal quale dipende a sua volta la vita), vuol dire che il conflitto tra «capitale e lavoro» è uscito dalla sua dimensione fisiologica, ed è diventato questione morale. Problema che attiene ai fondamenti primi della nostra vita associata. Nodo che, se non sciolto a favore della vita, finirà per perderci tutti. Così come la vicenda della Fiat di Marchionne, anch’essa protagonista di un ricatto mortale imposto ai propri operai: rinunciare ai propri diritti e al controllo sulla propria vita o rinunciare al lavoro, perdere se stessi o perdere il proprio posto. Anch’essa segnata da un’asimmetria assoluta tra il potere «del padrone» e quello del «lavoro». E dalla tracotante mancanza di sincerità e di credibilità di una proprietà irresponsabile, indifferente a ogni impegno e a ogni patto.

D’altra parte l’Istat, nella sua nota annuale sulla povertà in Italia ci dice che nel 2011 – oggi il dato sarebbe più severo – il 15,4% delle famiglie «con a capo un operaio o assimilato» – quasi una su sei – era in condizione di povertà relativa: cioè che la loro spesa mensile sta del 50% sotto quella della media del resto della popolazione. Che sono, di fatto, degli emarginati. Nel Meridione quasi una famiglia operaia su tre è povera.

Ancor più sconvolgente il dato sulla povertà «assoluta» (chi non può permettersi neppure il minimo indispensabile: cibo, abitazione, cure…). Il 7,5% delle famiglie operaie in Italia è «assolutamente povero», in crescita di oltre un punto percentuale rispetto allo scorso anno. Figuriamoci cosa accade tra le famiglie in cui non ci sono né occupati né «ritirati dal lavoro»: qui la percentuale di povertà assoluta schizza al 22,3%, quasi tre punti in più rispetto al 2010, e quella relativa cresce addirittura di dieci punti, dal 40,2% al 50,7%, a dimostrazione di quanto sanguinosi devono essere stati i tagli ai sussidi pubblici. Chi, dunque, ha vissuto «al di sopra delle possibilità»?

Da almeno un quindicennio i salari sono al palo. Il loro potere d’acquisto non si è mosso (se non per uno o due decimi di punto percentuale), mentre i profitti, soprattutto quelli finanziari seguivano, almeno fino al fatidico 2008, una linea di crescita esponenziale e poi si vaporizzavano nel circuito finanziario globale. Siamo agli ultimi posti nella graduatoria degli oltre trenta paesi Ocse per livello salariale: sotto di oltre il 40% rispetto a quelli dei lavoratori inglesi, di un buon 30% rispetto ai tedeschi, per non parlare di quelli giapponesi. E d’altra parte da tempo sappiamo che il lavoro, a livello globale, ha subìto una sconfitta storica e un arretramento brutale nel suo confronto con il capitale, misurabile nell’ordine di numerosi punti percentuali di Pil trasferitisi – in un quarto di secolo – dal monte-salari ai profitti. Per l’Italia è stato calcolato che la ricchezza uscita dalle buste paga e passata nelle disponibilità delle imprese e dei loro padroni (oltre che delle banche) si aggira sui 120 miliardi di euro l’anno (tre o quattro manovre finanziarie lacrime e sangue). Il professor Gallino, nel suo bellissimo libro «La lotta di classe dopo la lotta di classe», fa una stima ancor più drammatica: per l’Italia si tratterebbe di una quindicina di punti percentuali di Pil, quasi 250 miliardi di euro!

E tuttavia, nonostante queste «evidenze empiriche», come le chiamano gli scienziati sociali, le ricette che ci vengono dall’alto continuano a parlare di sacrifici, di tagli, di rinunce a diritti e a garanzie, di liquidazione del sistema contrattuale su cui si è fondata la nostra civiltà gius-lavoristica. Di allungamento dell’orario di lavoro e di riduzione delle remunerazioni. È questo il contenuto del feroce Memorandum imposto alla Grecia, in cui figura al primo posto la liquidazione del Contratto nazionale di lavoro come istituto universalistico di garanzia, il dimezzamento dei minimi salariali, l’espulsione di quote elevate di lavoro dalla Pubblica amministrazione… Un sistema di nuove «tavole della legge» iugulatorie che ritornano in tutti i documenti di stabilizzazione in Europa, e che si avvertono anche nel recente accordo sulla «produttività» imposto dal governo italiano e accolto da quella parte del sindacato che da tempo ha rinunciato al proprio ruolo di rappresentanza del lavoro nel senso nobile del termine: come soggetto pubblico di uno Stato che contiene la parola nel primo articolo della propria Costituzione.

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