Lunedì, 21 Ottobre 2019 | 10 :41:24

«La testa, le braccia e il cuore» per formare il domani

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La mia lunga appartenenza alla Fiom (dal 1990) – prima come semplice iscritto, poi Rsu, funzionario in Segreteria, segretario generale di Ancona e delle Marche, ora anche con l'incarico part-time di responsabile del progetto straordinario di formazione della Fiom nazionale per il gruppo dirigente nazionale e territoriale – è stata sempre accompagnata e sostenuta dalla formazione sindacale, prima a me rivolta e poi da me organizzata.

Da sempre la considero un muro portante nella costruzione dell'edificio della militanza per la nostra organizzazione.

Togliere questa attività, sempre dichiarata centrale e strategica, dalla zona d'ombra in cui è finita da troppo tempo e provare a costruire un progetto che guardi lontano, è scelta saggia e intelligente.

 

La nostra riflessione sui temi della crisi, del sindacato in particolare, dei processi di trasformazione che hanno investito la società e il mondo del lavoro negli ultimi decenni, non può che vedere, come una delle possibili risposte, un forte investimento verso la cultura sindacale, proiettato sul domani. Un investimento che sappia valorizzare al meglio la storia e le radici della Fiom e della Cgil, ma che si interroghi senza indulgenza sul presente e sul futuro della nostra identità, sul ruolo e funzione del sindacato oggi. «La testa, le braccia e il cuore» vuole essere questo: un titolo che rende omaggio a una grande figura della formazione sindacale del passato – Antonio Amedeo – e un progetto che rappresenta la sintesi e il senso profondo di un percorso da avviare, del lavoro da svolgere:
- La testa (pensiero) = sapere, competenze e conoscenze;
- Le braccia (etica) = saper fare, le abilità e le capacità;
- Il cuore (passione) = saper essere, la persona e la sua motivazione, la relazione e la comunicazione con gli altri.

Nel confronto d'avvio di questa discussione con il segretario generale, era subito emersa come comune condivisione lo scopo finale di questo progetto: la cultura della «militanza» come antidoto per affrontare la grande crisi, il pensiero unico, la fine della storia. Per guardare a un rinnovamento e cambiamento della Fiom e del sindacato.

Perciò un percorso di formazione che sappia sviluppare motivazione e competenze, che educhi e formi alla responsabilità, all’autonomia, alla capacità critica e progettuale, alla complessità, alla relazione, alla cooperazione, alla comunicazione e all’ascolto. Si tratta quindi di una dimensione ben diversa dall’addestramento e dall’indottrinamento, dando voce e spazio all’esperienza individuale facendola diventare azione collettiva.

Convinti che «solo ciò che cambia può continuare »; però con un processo di cambiamento scelto, voluto, non indotto, e frutto di una partecipazione attiva delle persone coinvolte. Poi è venuto il «che fare». Prima la costituzione di un gruppo di lavoro per gestire la progettazione, l’organizzazione, la gestione dei corsi: insieme a me come responsabile del progetto, Gianni Rinaldini (Fondazione Claudio Sabattini), Gabriele Polo (Coordinatore comunicazione Fiom nazionale) e Roberta Gambelli (esperta di comunicazione, tutor d’aula e docente).

Quindi la decisione di partire con un gruppo sperimentale di 22 corsisti/e individuati seguendo tre criteri: equilibrio nella composizione tra uomini e donne, espressione e provenienza quanto più possibile del territorio nazionale e generazione indicativa tra i 30 e i 40 anni, segretari o componenti di segreterie e del centro nazionale.

Infine, prima di definire la struttura e il format del corso, un passaggio assolutamente centrale; vale a dire un primo incontro di presentazione, discussione del progetto e soprattutto di «ascolto» delle esigenze, domande e bisogni individuali e collettivi che il gruppo esprime, a partire dalla loro esperienza. Da questo ascolto sono stati elaborati contenuti e modalità di fare formazione capace di parlare e interagire con le loro aspettative. Anche una prima sorpresa: la richiesta diffusa e omogenea di lavorare come tema prioritario sulla comunicazione come dinamica relazionale e sulla valorizzazione e scambio delle esperienze diverse di cui si è portatori nel proprio ambito lavorativo.

Accanto a questo l’importanza di riflettere e lavorare in comune sulla «persona» che c’è dentro al «ruolo» o all’incarico. Per svolgere un lavoro di questa natura occorre un luogo ideale (anche questo ha la sua importanza).

La scelta di utilizzare come spazio formativo e luogo di accoglienza il centro congressi di Ca’ Vecchia a Sasso Marconi, con un’ottima offerta qualitativa sul piano logistico, organizzativo e tecnologico, è una scelta che valorizza una grande storia e tradizione di lavoro sindacale. Così, da luglio a fine novembre, è nata questa prima esperienza di prova e di sperimentazione. Cinque moduli di due giornate ciascuno, a carattere residenziale. Una struttura tematica in grado di muoversi all’altezza dell’attuale dibattito politico-sindacale e quello economico-sociale.

1° Modulo. Unions: insieme con giustizia
2° Modulo. Cittadino-lavoratore
3° Modulo. Polis e Agorà
4° Modulo. Il contratto scomparso
5° Modulo. La via dell’oro

Il contributo di alta qualificazione delle docenze e testimonianze programmate in ogni modulo (tra gli altri Adolfo Pepe, Umberto Romagnoli, Stefano Rodotà, Carlo Freccero, Francesco Garibaldo, Riccardo Realfonzo), è stato affiancato da una metodologia didattica che accanto a lezioni frontali, dibattiti e spiegazioni, contiene anche audiovisivi, materiali di studio, esercizi e lavori di gruppo, feedback e role-plaing per consentire l’apprendimento tramite l’esperienza diretta e favorire la partecipazione del gruppo.

Nel progettare le attività di ogni giornata e di ogni modulo, particolare attenzione è stata posta nell’inserire in modo trasversale un laboratorio di ricerca e di confronto sul linguaggio, sulla comunicazione, sulle dinamiche esperienziali e relazionali del fare sindacato, dell’essere dirigente, attraverso una pratica e una metodologia mirata a un apprendimento consapevole, attivo. In qualche modo, un approccio dedicato alla cura della propria soggettività spesso dimenticata sotto l’abito pesante del ruolo.

Al di là delle schede di valutazione di gradimento compilate dai partecipanti per ogni modulo, sarà il report conclusivo previsto il 12 gennaio a dire del valore di questa esperienza e a fare un bilancio, da parte dei protagonisti, di questa sperimentazione. In primo luogo servirà a raccogliere proposte, critiche, suggerimenti utili per migliorare e continuare. Per me, una magnifica esperienza, il cui senso profondo è racchiuso nel frammento tratto da «Le città invisibili» di Italo Calvino:

L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne.

Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio.

*Responsabile progetto formazione Fiom nazionale

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