Martedì, 17 Settembre 2019 | 22 :08:43

Identità. Fiom Milano 2015: estratto da uno dei racconti del corso di scrittura collettiva

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(…) Era successo tutto molto gradualmente, senza clamori. Non c’era stato un momento preciso, un accadimento che segnasse l’evento. Non c’era una linea, per quanto sottile, che stabilisse un prima e un dopo. Non era neppure accaduta una variazione climatica che avesse mutato l’esistenza. Semplicemente, una vecchia idea mai abbandonata aveva trovato la forza per realizzarsi.

 

Tutti, o quasi tutti, si erano convinti che si potesse farne a meno, che fosse possibile vivere senza quell’impegno, scivolare lungo il tempo concesso a ciascuno, senza doversi affannare, rispettare quella che ormai sembrava solo una convenzione. Certo, la ricerca scientifica era stata lunga e complessa, e c’erano voluti molti anni perché si riuscisse a sviluppare i prototipi in una tecnologia adeguata. Smontare le ritrosie non era stato semplice. Ma era successo. Non si lavorava più. La condizione umana non comprendeva più la parola lavoro. Era stata riposta in un cassetto della storia, in compagnia di tutte le cose da dimenticare. Non c’erano più fabbriche, uffici e aziende agricole. Grandi imprese e piccoli artigiani. Professionisti e lavoratori dipendenti. Capitale e lavoro avevano risolto il loro secolare conflitto. Nessuno avrebbe più chiuso uno spazio per utilizzare il lavoro altrui. Fatica, alienazione, disciplina, responsabilità, progresso e conservazione si sgonfiavano dei loro significati. Tutto vecchio, superato. Di quei termini, non rimaneva neanche il retrogusto. Si era spiccato un balzo immisurabile, atterrando in una nuova era, una società placida e senza increspature. Non c’erano più persone che producessero beni e servizi. Qualcuno, o meglio qualcosa, si faceva carico di quei vecchi compiti. Gli scienziati avevano ideato e prodotto un sistema efficiente, capace di fornire gratuitamente il necessario per vivere.

Dopo un cammino lungo millenni, l’uomo poteva sedersi e stare a guardare. Accudirsi e riposarsi. Una volta in funzione, HAL – così chiamato in ricordo di un vecchio film – fu da subito indipendente. Non aveva bisogno che qualcuno lo controllasse.

Non ci fu adolescenza, per lui, nacque già adulto, una tecnologia matura. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, Hal funzionava. Il sistema non possedeva un'intelligenza propria, non pensava, non guardava il mondo e non lo comprendeva. Era solo una macchina semplice, banale e perfetta.

L’unico contributo richiesto a uomini e donne, era legato al sistema energetico che consentiva ad Hal di lavorare. Per svolgere i suoi infiniti compiti, gli era necessaria una fonte di energia. Un'energia rinnovabile, a basso costo, che non producesse scarti inquinanti e che si potesse attingere ovunque. La fonte che meglio rispondeva a queste caratteristiche era l’energia metabolica, prodotta dal naturale funzionamento del corpo umano. Hal esisteva grazie all’unione della biologia e della tecnica.

Il trasferimento d’energia era totalmente indolore. Consisteva in una seduta quotidiana di prelievo, che avveniva rimanendo seduti, o sdraiati, su comode macchine, che s’azionavano al contatto con il corpo. L’assorbimento dell’energia ricordava il processo d’evaporazione. La macchina generava un leggero calore, come un piacevole sole primaverile, che induceva l’energia corporea a lasciare il proprio ospite per essere assorbita dai terminali di Hal. L’operazione durava poche decine di minuti. Gli effetti dell’assorbimento si limitavano a un piacevole torpore, che ricordava i lasciti di un contenuto sforzo fisico, o di un pranzo domenicale. (…)

«Non ti ho sentito arrivare, hai sistemato la catena?». «Si, la volta scorsa ho preso in prestito gli attrezzi». E mentre lo diceva, aprì una vecchia borsa in pelle del nonno per mostrali a Maurizio. «È stato complicato, – riprese – non sapevo come fare. Mi sono arrabbiato, non ci riuscivo e mi veniva da piangere, volevo arrendermi. Ma poi, – disse stringendo la vecchia borsa – ho capito. Ho sistemato anche la dinamo». «E quindi?». «Quindi cosa?». «Sei soddisfatto d’averla aggiustata?». «Soddisfatto? In effetti, quando pedalavo per la strada, e l’unico suono che sentivo era il fruscio dell’aria tra i raggi delle ruote, beh, ero felice. E poi sono rimasto sorpreso dagli effetti della somma». «Della somma?». «Sì, ogni pezzo della bici è inutile, da solo non serve. Però sommandosi agli altri raggiunge uno scopo, mentre gli altri, senza il suo contributo, restano zoppi». Maurizio annuì, si rivedeva sempre più in quel ragazzo. O forse no. Erano solo i pensieri di uomo disilluso che non sapeva che farsene del tempo liberato.

«Sai cosa penso?», disse Maurizio dopo un attimo di silenzio «Penso che prima di ogni persona che lavora manualmente, ce n'è stata un’altra che ha pensato a quel lavoro. C’è un filo invisibile che lega tra loro le attività che facciamo e non lo si può recidere. Pensare e costruire hanno lo stesso valore ed esistono solo in relazione tra loro».

A Giuseppe piacevano i ragionamenti di Maurizio. Non avrebbe mai immaginato di poter stimare un uomo dell’età di suo padre. «E tu?», domandò Giuseppe. «Io cosa?» Giuseppe respirò a fondo, come per prepararsi a un tuffo bendato, e senza riprendere fiato, riempì di domande quel primo: e tu?

«Tu perché lavori? Perché hai creato questo posto? Perché sei disposto ad affrontare la vergogna, le offese e il disprezzo, se qualcuno lo venisse a sapere? Perché lavori con Roberta? E gli altri che lavorano in laboratorio, perché lo fanno?»

Maurizio estrasse da una tasca un foglio di carta piegato. Lo aprì e iniziò a leggere: «l’amare il proprio lavoro, che purtroppo è un privilegio di pochi, costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra». Ripiegò il piccolo pezzo di carta e lo rimise in tasca. «Ho iniziato a lavorare – continuò – perché credo a quanto ti ho letto. Perché lo credeva mio nonno e forse anche mio papà. Perché lavorando ho la sensazione che potrei cambiare il mondo, potrei modificarlo, forse migliorarlo. Perché il lavoro mi fa pensare, mi permette d’esprimermi. È l’unica zattera che riesce a sostenermi, in questo mare grigio che ci circonda. Tutto il tempo che Hal ha liberato è diventato anonimo, piatto, perché non lo misuro più rispetto al tempo occupato dal lavoro. Perché non volevo più essere uguale agli altri, volevo pensarmi unico, avere una mia identità. L'identità che Hal mi ha rubato! È tutto uguale, uniforme, indistinto. In questa trattoria entravano le diverse vite di chi usciva dal capannone.

Le persone erano stanche, spesso arrabbiate, di rado contente, qualche volta felici, ma avevano idee, pensieri, visioni del mondo. Vivevano!» «E adesso? Pensi che non si viva più?»

«Lo chiami vivere, quello che facciamo? Sei stato tu a chiedermi se tutto questo ha ancora un senso. No, non ce l’ha!». «Ma quando Hal ha iniziato a funzionare, tu non eri ancora nato. Come puoi rimpiangere un mondo che non hai visto?»

«Il foglietto che ho letto proviene da lontano. È arrivato a me da mio nonno attraverso mio padre. Sono loro che mi hanno raccontato quello che ti dico. In questi anni ho cercato tra le pieghe del mondo, ho ascoltato trattenuti racconti, ho letto vecchi libri polverosi, ho provato a capire cosa fossero le carcasse sulla strada che porta qui. E ho avuto conferma di quanto m’avevano raccontato». (...)

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