Martedì, 22 Ottobre 2019 | 17 :02:17

Un’altra Europa

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Il Parlamento europeo boccia la Banca centrale europea non per la sua politica che protegge la finanza e aggrava la crisi, ma perché non trova una donna da inserire nel Comitato esecutivo (il voto è solo consultivo). Il movimento sindacale europeo ha proclamato una giornata di mobilitazione contro le politiche di austerità il 14 novembre, ma non tutti sciopereranno. I partiti socialisti e democratici di Francia, Italia e Germania vanno alle elezioni senza una posizione comune.

Né sul Fiscal compact, né su eurobond, né su come uscire dalla recessione. Dov’è l’Europa? Se guardiamo alle istituzioni, alla politica e al sindacato, il vuoto è impressionante. Subalterni al «pensiero unico» della finanza, ripiegati sulle convenienze elettorali di casa propria, i politici europei hanno disertato le loro responsabilità. Senza combattere, hanno lasciato il campo ad Angela Merkel e al protettorato tedesco sul continente che – alleato con la Banca centrale europea – da tre anni salva le banche e condanna alla depressione tutti gli altri, rafforza la Germania e sprofonda nella disperazione la periferia dell’Europa.

Firenze, 9 novembre. Foto di Gabriele Berti

A cinque anni dallo scoppio della crisi finanziaria, le istituzioni europee sono sempre più parte del problema e non della soluzione. Hanno imposto un Trattato di stabilità (il Fiscal compact) che è tanto folle da essere (speriamo) irrealizzabile: pareggio di bilancio in Costituzione, azzeramento del deficit pubblico, rimborso in vent’anni del debito pubblico che supera il 60% del Pil. Hanno affrontato la speculazione contro i paesi fragili regalando 1.000 miliardi di euro alle banche che speculavano e messo in piedi un meccanismo europeo di stabilità che non ha risorse per stabilizzare nulla. Impongono tagli di spesa, dei salari e dell’occupazione in Grecia, Portogallo e Spagna che portano i disoccupati al 25%, distruggono il welfare e la sanità, creano povertà di massa. Manifestazioni ad Atene e Lisbona, indignados a Madrid, piccoli gruppi di Occupy a Londra e Francoforte, proteste frammentate in Italia e Francia sono state le reazioni di questi anni. Significative, ma inadeguate, queste risposte sociali si presentano ancora senza un orizzonte comune, senza una rete organizzativa europea, senza un’alternativa per il post-liberismo. La politica istituzionale ha risposto con grande lentezza. A Parigi ha vinto François Hollande con l’alleanza socialisti-verdi, ma i cambiamenti stentano a vedersi; in Grecia la sinistra radicale di Syriza è balzata in avanti ma resta opposizione; in Olanda la spinta di socialdemocratici e socialisti ha comunque portato a una grande coalizione con i liberali. Il cambiamento di rotta dell’Europa non è nell’agenda dei governi e stenta a venire da processi elettorali ancorati a dinamiche strettamente nazionali.

Il paradosso di cinque anni di crisi drammatica senza proteste generalizzate e senza cambiamento politico significativo ha tre ragioni di fondo. La prima è l’opacità del potere in Europa. Manca una Costituzione, strutture «visibili» con responsabilità politiche, il potere ha una natura «dispersa» tra vertici del Consiglio europeo, direttive della Commissione, «indipendenza» della Bce, la voce grossa di Berlino e il potere dei tecnocrati. Tutto ciò rende difficile concentrare la protesta, fermare le decisioni, cambiare le politiche.

La seconda ragione è la tragica mancanza di democrazia in Europa. I capi di governo che decidono tutto – e lasciano che a decidere siano i più forti, un Parlamento con poteri ridotti, partiti inesistenti a scala europea, autorità non legittimate dal voto dei cittadini e che rispondono soprattutto alle lobby delle imprese. In queste condizioni, anche quando l’opposizione alle politiche europee diventa maggioranza, come si può affermare in un sistema politico senza democrazia? La terza ragione è l’assenza di uno spazio pubblico europeo, che apra discussioni e deliberazioni comuni, su problemi e soluzioni pensate a scala dell’Europa. Nemmeno la crisi ha fatto emergere un’opinione pubblica europea; l’azione della società civile è rimasta a scala nazionale; sindacati e movimenti hanno dato la priorità alle lotte di resistenza contro gli effetti della crisi; l’Europa non è (ancora) diventata l’orizzonte comune necessario per sconfiggere finanza e neoliberismo.

Eppure, tra il 1999 e il 2006 la critica della globalizzazione neoliberista era diventata la bandiera comune dei movimenti di tutto il mondo, con i Forum sociali mondiali iniziati a Porto Alegre e il primo Forum sociale europeo tenuto nel 2002 a Firenze, con grandi mobilitazioni transnazionali, contro la liberalizzazione di commercio, finanza e investimenti, per la cancellazione del debito del terzo mondo, la Tobin tax, il diritto ai farmaci, la protezione dell’ambiente. Una stagione che ha cambiato il modo di vedere la globalizzazione e organizzare la protesta, ed è riuscita a cambiare alcune politiche concrete: la notizia più recente è che la tassa sulle transazioni finanziarie sarà introdotta da 13 paesi europei. La crisi ha rotto quest’orizzonte transnazionale e frammentato le mobilitazioni. La politica nazionale ha monopolizzato le energie, chiuso il dibattito in un quadro inadeguato, disperso i movimenti, stretto la società all’interno di dinamiche elettorali che non possono far altro che registrare l’ascesa di disaffezione e populismo.

A Firenze, dall’8 all’11 novembre, migliaia di persone da tutta Europa si sono incontrate per chiedere un’altra Europa. Per mettere in comune le analisi su quanto è successo, le esperienze costruite dal basso, le proposte su come far cambiare rotta all’Europa, intrecciando i risultati del lavoro di reti sociali e sindacali, di gruppi di economisti e associazioni, per far cambiare rotta a un’Europa andata fuori strada. Prima che sia troppo tardi.

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