Martedì, 22 Ottobre 2019 | 16 :08:23

Alcatel-Nokia, concentrazione a perdere

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Lo scorso 15 aprile è stata annunciata l’acquisizione di Alcatel-Lucent da parte di Nokia: una nuova tappa nel processo di concentrazione nel settore dell’industria delle telecomunicazioni, un’altra pesante ristrutturazione in vista per i lavoratori. Stiamo parlando di due aziende che complessivamente hanno oltre 110 mila dipendenti in 140 paesi, e che in Italia hanno ormai dimensioni minuscole rispetto a dieci o vent’anni fa: Alcatel aveva, nei primi anni ’90, oltre 15.000 addetti (provenienti da Face e Telettra) e ora circa 1.300, mentre quella che oggi è Nsn è l’erede di Gte, Siemens,la parte di Reti Mobili dell’Italtel, Nokia Siemens ed ha in Italia circa 400 addetti contro gli 8.000 di Siemens degli anni ’90.

 

Vent’anni di dismissioni e delocalizzazioni: prima le attività «non core», poi le produzioni (quasi tutte chiuse dopo essere state esternalizzate), poi progressivamente anche le attività «pregiate», ricerca e sviluppo inclusa.

Un emblema, non l’unico, di questo progressivo smantellamento è la fabbrica storica di Cassina de Pecchi, che ha visto la progressiva distruzione delle attività presenti, prima con la cessione a Jabil della produzione che ha dismesso l’attività 3 anni fa, poi con la vendita dei brevetti e dei prodotti alla canadese

Dragonwave senza i dipendenti conclusa lo scorso anno con il licenziamento di tutti gli addetti di ricerca e sviluppo che non se ne erano andati dopo la distruzione del settore Microwave da parte di Nokia! In totale i licenziati furono 109, 40 circa del Microwave, i restanti del Service e funzioni globali. Entrambe le società hanno vissuto processi di fusione che oggi tutti (compresi i ben pagati managers che li hanno attuati) riconoscono come «non riuscite», sia quello tra Alcatel e Lucent che quello tra Nokia e Siemens.

Possiamo condividere quanto scritto da Segantini sul Corriere Economia il 20 aprile: «Le fusioni tra società eccitano soprattutto due categorie: i banchieri d’affari (loro), che ne traggono profitti in commissioni, e gli osservatori esterni. A viverle, sono al contrario vicende molto più complicate: imposte dalla globalizzazione, di solito si traducono in perdite di posti di lavoro.» Appunto, la globalizzazione. Obiettivo dichiarato è creare un grande gruppo paragonabile come dimensioni alla svedese Ericsson e a Huawei, campione cinese che ha preso spazio ovunque nel mondo (tranne dove ha incontrato barriere politiche, come in Usa o in India).

Ossia, le ristrutturazioni degli ultimi anni, (Alcatel-Lucent ha perso in 3 anni oltre 700 posti di lavoro in Italia,15mila nel mondo, anche Nokia sempre negli ultimi 3 anni in Italia ha perso 700 posti di lavoro, mentre nel mondo a seguito anche di acquisizioni non ha avuto grandi ridimensionamenti) non sono bastate e non è facile trovare le risorse necessarie per gli investimenti, nonostante si tratti di un settore in cui non mancano le prospettive di sviluppo a livello mondiale (la diffusione di internet e della telefonia mobile) e non mancano nemmeno (almeno a parole) le risorse anche pubbliche per le cosiddette «infrastrutture digitali».

L’esperienza nostrana ha però mostrato che tutti gli ultimi governi (Berlusconi, Monti, Letta, Renzi) rispetto alle infrastrutture di telecomunicazioni (che trattandosi di reti devono in qualche modo essere sottoposte a qualche regolamentazione/pianificazione), hanno fatto molte parole e pochi fatti, e la priorità, nei fatti, è sempre andata (com’è scontato) agli interessi dei grandi gruppi, delle banche azioniste/ creditrici di Telecom Italia (e, non ultimo, all’intreccio con le televisioni) più che all’effettiva modernizzazione delle infrastrutture.

Perfino la pretesa sindacale di vincolare l’uso di risorse pubbliche a una ricaduta occupazionale positiva è stata sempre guardata con sospetto dagli «esperti» governativi, quando non bollata come impossibile, vietata dalle norme del Wto o della Ue (bisognerà dirglielo ai governi di altri paesi, forse non lo sanno!).

Nel bilancio di questi anni difficili ci mettiamo anche le lotte, che non sono mancate. Decine e decine di ore di sciopero, per difendere il lavoro. Lotte di difesa, senza dubbio, ma che hanno mostrato una volta di più, caso mai ce ne fosse bisogno, che la condizione oggettiva di salariato è la stessa, per l’ingegnere come per l’operaio, e nessuno può illudersi di essere al riparo dai colpi delle crisi.

Sarà importante anche fare capire a tutti i lavoratori che la battaglia per la difesa e il rilancio del posto di lavoro non dovrà essere solo di coloro si trovano in quel momento in difficoltà, ma dovrà essere allargata a tutti, per poter suddividere i sacrifici e per rimanere uniti e forti nei confronti della aziende che già sono potenti e che con i lavoratori divisi lo sono ancora di più. Ora appunto si apre una partita complessa: trovare una soluzione per i lavoratori ancora in esubero per effetto dei piani precedenti, fronteggiare l’inevitabile prossima ristrutturazione, difendere le attività, favorire l’ingresso di giovani lavoratori.

Ma anche cercare di dare un ruolo maggiore ai Cae, evitando aziendalismi e localismi, per dare il nostro contributo alla realizzazione di un sindacato europeo che non sia solo una sigla, e che possa essere un riferimento anche per i lavoratori di altri continenti, Asia in testa, che in queste aziende rappresentano ormai la parte numericamente più consistente degli addetti.

*Delegato Fiom Nokia Solution Networks Milano
**Delegato Fiom Alcatel-Lucent Vimercate

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