Martedì, 17 Settembre 2019 | 22 :07:56

Caserta, da terra promessa delle tlc a deserto industriale

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In tutti i convegni, congressi e momenti di confronto che come Fiom organizziamo discutendo di elettronica applicata alle telecomunicazioni in provincia di Caserta, esordisco nei miei interventi dicendo che la famosa terra del lavoro non è diventata terra del non lavoro, ma sicuramente nell’arco degli anni è diventata territorio delle ex fabbriche e la patria delle delocalizzazioni e degli ex-art. 47: non sto qui a illustrare tutto l’elenco perché potrebbe influire negativamente sull’umore di chi legge. Io stesso insieme ai lavoratori della Ericsson di Marcianise, siamo stati parte integrante all’inizio del 2015 di una cessione di ramo d’azienda alla multinazionale americana Jabil, che in provincia di Caserta possiede già un altro sito di produzione con una riorganizzazione in atto.

 

Tutto questo nonostante nell’arco degli anni il sindacato, assumendosi un ruolo di responsabilità abbia sottoscritto accordi a tutto tondo per salvaguardare l’occupazione. Operazione avallata dal governo Renzi, che secondo il mio parere ha commesso un errore di miopia politica dando parere positivo alla cessione Ericsson-Jabil e lo ha fatto soltanto perché nel passaggio non ci sono licenziamenti unilaterali da parte aziendale ma è garantita la continuità lavorativa, rafforzata in un secondo momento dall’accordo sindacale.

In passato il nostro territorio – per la presenza di questo settore considerato strategico – era chiamato la Brianza del sud, ma determinate scelte di politica industriale ci hanno portato a un tremendo depauperamento che è tuttora in corso. Ci si accusa di essere ideologicamente contro ogni tipo di privatizzazione, ma il nostro giudizio non è preconcetto bensì basato su fatti reali.

La privatizzazione della rete telefonica fatta da Telecom, dipinta alla fine degli anni '90 come esempio di modernità da quasi tutto il mondo politico, ha portato beneficio dal punto di vista economico solo ai nuovi capi del capitalismo italiano, ma dal punto di vista strategico industriale si rivela una scelta devastante che graverà sui lavoratori, aprendo prima scenari di progressiva precarizzazione poi sfociati nei licenziamenti. Ora la domanda ricorrente è sempre la stessa: c’è una seria politica di sviluppo industriale per questo settore?

Si parla tanto di banda ultralarga e crescita digitale, con piani di investimento che dovrebbero impegnare risorse economiche cospicue, il condizionale però è d’obbligo in funzione del fatto che già in passato si sono annunciati piani faraonici mai partiti e ricordo anche che noi come paese siamo il fanalino di coda in Europa su questo tema.

Si può tornare a ragionare di una rete a controllo pubblico su cui sollecitare gli operatori privati a investire seriamente? Si può creare un coordinamento stato-regioni? E, soprattutto, una volta sciolti questi dubbi, gli apparati di telecomunicazionisaranno lavorati in Italia oppure sarà sempre valida la logica della fuga verso i paesi a basso costo del lavoro? Se le domande che mi faccio avranno una risposta positiva, allora potremo invertire la tendenza e arricchire il nostro paese di professionalità e lavoro. Altrimenti «resteremo al buio».

*Delagato Fiom Jabil Circuit Caserta

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