Venerdì, 23 Agosto 2019 | 07 :23:17

Un’altra fabbrica

Dimensione carattere:

«Se io fossi un falegname e tu una signora/ tu credi davvero che mi vorresti ancora/ avresti negli occhi la stessa dolcezza/ oppure sarebbe soltanto tristezza ». Per qualche perverso meccanismo associativo, quando ho pensato a come inquadrare la lotta degli operai di Pomigliano contro l'odioso ricatto di Sergio Marchionne mi sono ritrovato a canticchiare questa canzone dei Dik Dik datata 1967.

Solo che al posto del falegname e della signora pensavo ai sindaci democratici da un lato e agli operai partenopei dall'altro. In altre parole, se Sergio Chiamparino o Piero Fassino o Matteo Renzi avessero indossato la tuta di Ciro, o di Antonio, o di Carmen... Lo sappiamo, i sindaci in tuta avrebbero votato sì al referendum-ricatto: “Se fossi un operaio...”. Ma operai non erano e della dolcezza di un possibile sogno comune restò soltanto la tristezza. E la solitudine di una comunità operaia lasciata senza riferimenti, rappresentanza e lavoro per non essersi voluta togliere il cappello davanti al padrone. Più del 30% dei dipendenti della Fiat di Pomigliano, più del 40% di quelli addetti alle linee di montaggio per i quali il congegno di Marchionne era stato costruito avevano avuto la forza di rispondere no al ricatto, allo scambio tra diritti e lavoro. Intorno a questa comunità e al suo orgoglioso diniego le critiche si erano sprecate. Non solo i sindaci democratici – non tutti, per fortuna, non De Magistris – non solo le imprese, le destre e i media, gran parte del centrosinistra, i sindacati complici, autorevoli dirigenti della Cgil, ma anche una parte consistente dell'opinione pubblica si profusero prima in consigli e poi in anatemi e così, per due anni, quella comunità operaia restò sola, con la sola Fiom al suo fianco e un manipolo di intellettuali, studenti, precari, qualche opinionista e qualche piccola testata.

 

Alessio Spataro 2011

Due anni in cui Ciro, Antonio, Carmen che non si erano piegati al suggerito buonsenso riuscirono però a rompere l'accerchiamento, imponendo il loro punto di vista, le loro ragioni, la loro dignità. Pomigliano non si piega, perché il lavoro senza diritti finisce per degradarsi a schiavitù.

Un messaggio, il loro, diventato contagioso, ha coinvolto Mirafiori e altre fabbriche, comunità, culture, soggetti sociali, così come contagioso diventava il modello Marchionne fino a infettare Federmeccanica e Confindustria, fino a «legittimare» modifiche peggiorative del diritto del lavoro varate da un governo «di salvezza nazionale» sostenuto dal 90% dello schieramento politico parlamentare.

C'è voluta la magistratura per ricordare ai tanti benpensanti che l'Italia è fondata sul lavoro e che l'eguaglianza è uno dei pilastri su cui si basano la Costituzione e un sistema legislativo che riconoscono pari dignità alle imprese e al lavoro. C'è voluta la rappresaglia di Marchionne che minaccia di licenziare 19 operai dalla Fip per colpa dei giudici che le impongono di sanare l'ingiustizia di aver lasciato fuori dai cancelli tutti i fiompositivi, per ammettere che l'eroe dei due mondi Fiat aveva messo in atto una discriminazione inaccettabile, moralmente e legalmente parlando. Così, chi stava «con Marchionne senza se e senza ma» ha improvvisamente ritrovato i se e i ma. Persino tra gli imprenditori si è scatenata la gara a chi prende di più le distanze dal modello Marchionne: come Diego Della Valle, uno dei padroni con più cause passate e presenti per antisindacalità. Come Carlo De Benedetti, spintosi a raffrontare l'amministratore delegato del Lingotto a un nazista dopo aver definito «favole» le promesse dei venti miliardi di investimenti in Fabbrica Italia.

Se se ne fosse accorto per tempo, quello che è il padrone di un impero editoriale avrebbe potuto contribuire a costruire una diversa narrazione dell'«affaire Pomigliano».

Se viene meno la democrazia alla Fiat viene meno in tutti i posti di lavoro. E senza democrazia nel lavoro diventano sempre più fragili la società, la cultura, la politica. Questo avevano capito gli operai di Pomigliano del gran rifiuto, mentre intorno a loro si raccontava la favola che il loro sarebbe rimasto un caso a sé, irripetibile.

Si raccontava che con un semplice sì a un referendum si sarebbe garantito il lavoro a 4.500 operai. Oggi i cancelli di quella fabbrica non sono rimasti chiusi solo per gli iscritti alla Fiom ma anche per più della metà dei dipendenti, e la minoranza selezionata che può ancora indossare la tuta è costretta ad alternare un lavoro senza diritti, sempre più faticoso e ricattato, con la cassa integrazione. Ed è a loro che il padrone chiede di imbracciare il fucile per difendere il fortino dall'assalto dei compagni esclusi e dei giudici che danno loro ragione. La politica, la sinistra, la società civile hanno una grande responsabilità: contribuire a impedire che si scateni la guerra tra poveri (basterebbe che imparassero qualcosa dalla dignità di Ciro, Antonio e Carmen). La Fiom lo sta già facendo.

privacy policy