Lunedì, 21 Ottobre 2019 | 09 :24:42

La ricetta di Syriza: piena occupazione, contrattazione collettiva, solidarietà sociale

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Il giorno in cui si deciderà di conteggiare le vittime della crisi, la Grecia risulterà prima anche in questa triste graduatoria. Qualche giorno fa, il quotidiano «To Vima» ha pubblicato un po’ di cifre, frutto di uno studio condotto dal «British Medical Journal»: dal giugno 2011, quando hanno cominciato a entrare in vigore le misure di austerità imposte dalla Troika, i suicidi sono aumentati del 35,7 per cento. In particolare, a incidere sarebbero state le riduzioni salariali nel settore pubblico e i tagli al welfare. Nel triennio precedente, vale a dire nei primi anni di recessione, il numero di persone che si erano tolte le vita era a sua volta superiore del 35 per cento rispetto agli anni precedenti.

SYRIZA

 

Basta farsi un giro ad Atene per dare un volto a queste storie. Dal caso più eclatante, l’uomo che si diede fuoco in piazza Syntagma nell’aprile del 2012, come un Jan Palach dei tempi dell’ordoliberismo,  fino al più recente attore finito in disgrazia che qualche settimana fa si è ammazzato perché non sarebbe andato in pensione. Alla Ert Open, la radiotv autogestita dagli ex giornalisti e tecnici della radiotelevisione di Stato chiusa da un giorno all’altro dal governo Samaras, su una parete sono affissi i volti dei loro caduti: una giornalista volata dal terzo piano della tv a Salonicco, un altro morto d’infarto nel suo ufficio, un altro ancora stramazzato mentre gli confiscavano la casa.

Bisogna tenere in considerazione la gravissima crisi umanitaria che sta stritolando il Paese per comprendere il successo elettorale di Syriza, e prima ancora le esplosioni di rabbia e la diffusione del mutuo soccorso (nella sola Attica, la regione della Grande Atene che ha quasi la metà degli abitanti dell’intera Grecia, si contano 180 tra farmacie e ambulatori autogestiti), e finanche le guerre tra poveri delle quali fanno le spese i «paria» per eccellenza della società: gli immigrati. Charles Branas, docente dell’Università della Pennsylvania, ha sostenuto che il tasso di suicidi non è influenzato solo dalle politiche finanziarie dei governi ma anche dai «messaggi pubblici» che le accompagnano.

Ecco così spiegati gli slogan elettorali di Syriza, quel «la speranza sta arrivando» contrapposto alla «politica della paura» del governo della Troika, una sorta di «no future» disperante al quale questa volta la maggioranza dei greci ha detto no. Con quest’esigenza di fornire vie d’uscita concrete si motiva il pragmatismo del cosiddetto «programma di Salonicco » (così detto perché fu diffuso da Alexis Tsipras nella capitale della Tessalonica), fondato su proposte perfettamente realizzabili e su poche idee di fondo: dare un sollievo immediato a quel terzo della popolazione finito sotto la soglia della povertà, innanzitutto, garantendo loro che non rimarranno senza luce e acqua, che potranno mettere insieme un pranzo e una cena e che avranno un’adeguata assistenza sanitaria; rianimare una classe media dissanguata dalle politiche di austerità , dichiarando impignorabile la prima casa, cancellando una tassa particolarmente contestata fondata su valori catastali assolutamente fittizi e stabilendo che balzelli e debiti si pagano in  proporzione non superiore al trenta per cento del reddito di ognuno; infine, colpire l’evasione fiscale e la corruzione, perseguendo chi non paga e tassando i grandi patrimoni. In buona sostanza, un progetto di redistribuzione di redditi e risorse per evitare che i costi della crisi si scarichino solo su una fetta di popolazione.

Il conflitto contro la Troyka Il «partito sociale», radicato nei quartieri operai e del nuovo sottoproletariato sottratto alle sirene neonaziste di Alba Dorata, ha preparato il terreno per la vittoria della coalizione della sinistra radicale, nonostante Syriza abbia ben pochi addentellati nei sindacati, a differenza dei cugini-coltelli del Kke, il partito comunista tuttora avvinto da nostalgie filosovietiche e simbologie da Piazza Rossa, che invece controllano l’unico sindacato realmente non filogovernativo al tempo delle larghe intese: il Pame. È quest’ultimo che ha organizzato decine di scioperi generali dal 2008 a oggi, portando in piazza i portuali del Pireo e i lavoratori delle fabbriche che delocalizzavano  (in Grecia ricordano in particolare il caso della Siemens e quello della Coca Cola, scappata in Bulgaria).

Syriza è stata vicina a molte esperienze di lotta che hanno formato quadri sindacali nuovi: quelle dei comitati nati nei quartieri per impedire sfratti anche solo per poche centinaia di euro e distacchi di energia elettrica o di acqua, dei movimenti contro le privatizzazioni, dei movimenti al termondialisti attivi fin dai tempi del G8 di Genova (dove l’attuale sottosegretario alla Marina Mercantile, Theodoros Dritsas, militante in un piccolo gruppo denominato «Rivoluzione socialista» ai tempi della dittatura militare, pireota doc, assaggiò le manganellate della polizia italiana al porto di Bari, quando la nave dei no global diretti a Genova fu bloccata e respinta in Grecia) e ha
sostenuto la resistenza dei lavoratori della tv pubblica Ert chiusa dal governo e delle donne delle pulizie licenziate dal ministero dell’Economia, le due vertenze simbolicamente più forti degli ultimi anni.

Non si è tirata indietro quando, nel dicembre del 2008, il quartiere di Exarchia, a un passo dal centro di Atene, esplose per l’uccisione da parte della polizia di un ragazzino di 16 anni, Alexis Grigoropulos. Questo gli ha conquistato i consensi di gran parte dei movimenti sociali e persino degli anarchici, stanchi della repressione.
È un percorso che merita di essere raccontato per esteso, quello di questo singolare soggetto politico. Quando Alekos Alavanos, segretario del Synaspismos, la formazione erede del vecchio Partito  comunista dell’interno, ebbe l’idea di allargare la sinistra ai movimenti sociali, si trovava a guidare un partitino di ultrasessantenni chiuso e burocratizzato.

Riuscì a compiere un mezzo miracolo, aprendo le porte alla generazione di Genova, federandole senza sciogliere il vecchio partito. Nella nascente Syriza non si poteva confluire a titolo individuale, ma solo come organizzazioni. Studiarono molto, i greci dell’ultrasinistra, il modello dei Social forum, a partire da quello di Firenze (che tutti i protagonisti di quella generazione indicano come un momento fondativo), al punto che qualche anno dopo ne organizzarono uno pure ad Atene. Al nuovo partito aderirono undici formazioni che, dopo qualche anno, decisero di sciogliersi, qualcuna di loro rimanendo come corrente organizzata. Di queste, gli appartenenti al vecchio Synaspismos (fuoriusciti dal Kke nel ’91, quando si arrivò alla scissione tra «riformisti» e «ortodossi»), rappresentano circa un terzo. Negli ultimi tempi è accaduto che Alavanos, che era stato il «padrino» di Alexis Tsipras ai tempi del rinnovamento, ha rotto con quest’ultimo ed è uscito dal partito che pure aveva fondato, finendo in una piccola formazione di sinistra anticapitalista, Antarsya, che alle ultime elezioni non è riuscita a entrare in Parlamento. A Syriza si sono avvicinati anche molti ex socialisti del Pasok, e l’apertura è stata più volte rimproverata a Tsipras.

Infine, si è assistito alla scissione della Sinistra democratica (Dimar), che prima è finita nel Pasok e poi si è presentata da sola alle elezioni, rimanendo esclusa dal Parlamento.

Un bagno di società Nel frattempo Syriza si era radicata nel territorio, la linea politica di scontro con la Troika e i governi fantoccio delle larghe intese e la leadership del giovane segretario ne trainavano i consensi, così come la presenza nelle piazze della protesta, le vecchie sedi poco frequentate venivano trasformate in mense sociali e alla mancanza di quadri si sopperiva attingendo a piene mani dalla militanza non organizzata.

Il braccio sociale del partito si chiama Solidarity4all e ha una propria sede, vicino all’università di Atene. A essa fanno capo le 180 cliniche e mense autogestite nate in tutta l’Attica per dare assistenza sanitaria e cibo a quella fascia di popolazione che ne è rimasta priva. La gran parte di queste strutture di mutuo soccorso non è direttamente  riconducibile al partito e funziona grazie a donazioniprivate di farmaci (da parte di familiari di persone decedute, ad esempio), alle prestazioni volontarie di centinaia di medici, al di fuori del loro orario di lavoro e alla rete di dottori che si prestano a fare clandestinamente negli ospedali esami altrimenti molto costosi. Solidarity4all, alla quale ogni deputato di Syriza versa il trenta per cento dello stipendio, ci mette il resto e soprattutto mantiene un filo tra queste esperienze.

Inoltre la rete si occupa di incentivare la nascita di cooperative per recuperare le fabbriche chiuse. Il caso che ha fatto il giro del mondo è quello della Vio.Me di Salonicco: produceva prodotti chimici e materiale di costruzione per l’edilizia, quando nel 2011 i padroni hanno deciso di chiudere lasciando i lavoratori con diciannove stipendi arretrati. Loro hanno occupato la fabbrica e l’hanno riconvertita a una produzione eco-compatibile: ora fanno saponi e detersivi biologici.

Diritti e poteri Oltre a Solidarity4all, un’altra organizzazione molto importante, vicina a Syriza ma non iscritta (la loro linea, dopo il voto, è quella dell’ «opposizione propulsiva»), che ha dato corpo e mezzi alla resistenza sociale di questi anni di crisi, è la Rete dei diritti politici e sociali (Diktio). Il loro quartier generale è nel cuore di Exarchia ed è una camera di compensazione tra le ali più radicali del movimento e quelle invece vicine al partito. Di fatto la rete, negli ultimi anni aperta agli immigrati e alla galassia lgbt, e in grado di mobilitare migliaia di persone, è la seconda stampella del «partito sociale».

Dal punto di vista culturale, invece, il think thank di Syriza è l’Istituto Poulantzas. Intitolato al più noto filosofo marxista greco, allievo di Louis Althusser e morto suicida a Parigi nel 1977, organizza conferenze e seminari e ha fornito a Tsipras il ministro della Cultura: Aristidis Baltas, filosofo della scienza, althusseriano, noto per i suoi studi su Wittngstein, Derrida, Spinoza e Benjamin, e considerato uno dei maggiori pensatori marxisti oggi in Grecia.

L’aspetto teorico è fondamentale per Syriza: nei discorsi di Alexis Tsipras riecheggia di continuo il «socialismo democratico» di Nikos Poulantzas, l’obiettivo è stato dall’inizio quello della conquista di un’egemonia gramsciana sulla società e i riferimenti vanno da Etienne Balibar a Michel Foucault, passando per Cornelius Castoriadis e Giorgio Agamben.

L’ultimo tassello è quello mediatico. Syriza ha un suo quotidiano, Avgì, una radio, Kokkino (che vuol dire «rosso»), un settimanale indipendente di riferimento, Epohi. Ma soprattutto Tsipras ha insistito molto in campagna elettorale sulla volontà di spezzare il «triangolo» media, grandi imprenditori e politica che ha stritolato l’autonomia giornalistica e creato una collusione che ha pochi pari nel mondo occidentale. Nel progetto di riapertura della tv di Stato ci sono spazi di autogestione giornalistica, per garantire proprio la possibilità di un’informazione indipendente.

Vinte le elezioni, per Syriza ora si tratta di trasformare in esperienza di governo la vasta rete di resistenze e sperimentazioni sociali che ne hanno costituito il senso politico e costruito il suo consenso elettorale. Il «programma di Salonicco» ha fatto tesoro di tutte le elaborazioni e delle battaglie degli  ultimi quindici anni. Le prime mosse dei ministri vanno in questa direzione: lo stop alle privatizzazioni dei porti del Pireo e di Salonicco, nonché della compagnia elettrica; l’annuncio della chiusura dei centri di detenzione per immigrati e della cancellazione della legge anti-clandestini; il reintegro immediato delle lavoratrici delle pulizie (primo atto del ministro delle Finanze Yannis Varoufakis, l’economista globetrotter che ha modificato la linea economica del partito, che in passato sosteneva il ritorno alla dracma) e degli ausiliari della scuola, insieme ad altri 3.500 dipendenti pubblici.

Il lavoro al centro di tutto Proprio sul lavoro, in un Paese dove la disoccupazione tocca il 26 per cento (il doppio di quella italiana) il governo Tsipras si gioca la partita più importante. Oltre al tentativo di costituire un movimento cooperativo di lavoratori recuperati, i provvedimenti più di sostanza del neo ministro del Lavoro Panos Skouletis (ex responsabile della Comunicazione di Syriza) riguarderanno il ripristino della contrattazione collettiva (demolita dal neoliberismo sfrenato della Nea Democratia) e l’innalzamento del salario minimo a 751 euro (dai 450 lordi attuali). Perché la misura sia realmente effettiva è però necessario mettere mano alla giungla contrattuale e risolvere il problema del lavoro sommerso, che già oggi consente agli imprenditori di pagare salari inferiori al minimo, potendo contare su un imponente «esercito di riserva» di disoccupati disposti a tutto pur di lavorare. Non si tratta di casi limitati ad alcuni settori tradizionalmente a rischio (l’agricoltura, ad esempio) o a soggetti più deboli e ricattabili degli altri (gli immigrati): i contratti a termine, oggi in Grecia, sono la normalità. Basti pensare che persino i dipendenti della tv di Stato Nerit, nata dalle macerie della vecchia Ert chiusa d’autorità dal vecchio governo, sono stati assunti in un modo che nel resto d’Europa sarebbe impensabile: a tutti sono stati fatti dei contratti di due mesi, rinnovabili, con salari più che dimezzati rispetto al passato, dai 600 euro per i tecnici ai 1.000-1.200 per i giornalisti.

Se si vuole indagare più a fondo sulla filosofia ispiratrice del nuovo governo greco bisogna consultare le ricerche svolte per il Levy Institute dalla neo-viceministra, con delega specifica alla lotta alla disoccupazione, Mania Antonopolou. Docente alla New York University e al Bard College, consigliere all’Onu sui temi dell’uguaglianza di genere, Antonopoulou è definita «la signora dei 300 mila posti di lavoro»: teorizza infatti un ruolo propulsivo dello Stato, «in ultima istanza», nel garantire la piena occupazione. L’obiettivo, ha affermato di recente la viceministra, è stimolare l’offerta, in questo momento latitante in un Paese che ha il 26 per cento di disoccupazione (il doppio dell’Italia). Un compito affidato al pubblico, laddove non arriva il mercato. Di recente la viceministra Antonopolou ha criticato anche i fondi stanziati dall’Europa per la riqualificazione professionale: sono soldi buttati, ha sostenuto, in quanto non servono a creare nemmeno un posto di lavoro. I licenziati in massa degli ultimi anni hanno avuto 350 euro al mese di mobilità per un anno, hanno utilizzato per qualche altro mese i circa 400 euro dei fondi Ue che avrebbero dovuto aiutarli a reinserirsi e infine sono rimasti disoccupati.

Quando  Tsipras e compagni dicono che bisogna cambiare non solo la Grecia, ma anche l’Europa, parlano pure di questo.

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