Martedì, 25 Giugno 2019 | 22 :00:06

Bilancio di tre anni di battaglie giudiziarie

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Mi è stato chiesto di commentare la straordinaria stagione di «conflitto giudiziario» che ha visto, per un triennio, contrapporsi nelle aule dei tribunali di tutt’Italia da un lato la Fiom e dall’altro le aziende del Gruppo Fiat, che hanno cercato in ogni modo – con metodi spregiudicati del tutto inediti – di escludere dalla presenza il sindacato «dissidente». Se alle prime avvisaglie di questa vicenda una simile affermazione avrebbe potuto apparire solo un’ipotesi «di parte», magari persino fantasiosa, ritengo che a posteriori sia veramente difficile negarne l’oggettività: basti dire che della questione si è interessata persino un’organizzazione internazionale, l’Oil, che nella primavera del 2014 ha ribadito il doveroso rispetto da parte della Fiat delle sue Convenzioni e sollecitato informazioni dal governo italiano sull’esito di queste controversie.

 

Sono del 2010 i licenziamenti dei tre operai Fiom di Melfi effettuati in occasione di uno sciopero e dichiarati antisindacali dal Tribunale di Melfi, dalla Corte d’appello di Potenza e dalla Corte di cassazione: ma si è dovuto attendere tale ultima decisione, e quindi tre anni, per assistere alla loro effettiva reintegrazione nei posti di lavoro (a parte il senatore Barozzino, assente giustificato…). Non può certo considerarsi occulto il tentativo di «tagliare i fondi» alla Fiom con il rifiuto di riconoscerle il diritto a ricevere le cd. «deleghe sindacali» portato avanti con protervia nonostante tutti i giudici riconoscessero l’antisindacalità della condotta.

Ci sono volute oltre trenta pronunce di condanna ben diffuse nel territorio nazionale (da Bari a Bolzano) per ottenere, forse, una resa. E fortunatamente i tribunali hanno tutti respinto anche la richiesta della Fiat, avanzata in via subordinata, di addebitare alla Fiom quantomeno i costi delle operazioni relative alla trattenuta in busta paga e al successivo versamento a favore dell’organizzazione, mentre nessuna analoga pretesa è mai stata avanzata nei confronti delle altre Oo.Ss.: la isolata decisione del Tribunale di Piacenza che aveva accolto tale tesi (addebitando un costo di due euro a dipendente) è stata riformata dalla corte d’appello di Bologna.

É stata poi addirittura spudorata la discriminazione degli iscritti Fiom nella mancata assunzione da parte della newco Fip presso lo stabilimento di Pomigliano (nessuno su 1.893 assunti). Nell’atto di appello contro il provvedimento del Tribunale di Roma che aveva accertato la discriminazione a seguito di ricorso promosso dalla Fiom nazionale e da 19 iscritti Fiom, le nostre controparti si sono spinte a scrivere: «il pregiudiziale e fermissimo rifiuto della trattativa e poi dei contenuti del Contratto specifico di primo livello del 29 gennaio 2012 nonché della versione del 13 dicembre 2011 (...) appare assolutamente incompatibile con lo svolgimento della attività lavorativa, che deve collocarsi in un contesto aggregato, coordinato e retto da regole (peraltro negoziate con la maggior parte dei sindacati) necessariamente eguali per tutti». Desta un preoccupante sconcerto che la Fiat sia giunta persino a «rivendicare» esplicitamente il diritto ad escludere dai luoghi di lavoro gli aderenti alla organizzazione che aveva espresso il suo dissenso rispetto al Ccsl: non ci sarebbe spazio, in fabbrica, per chi non china la testa!

Il percorso giudiziario dei procedimenti antidiscriminatori, arrivato, con un primo ricorso, fino in Cassazione, si è concluso per un secondo procedimento con un verbale di conciliazione davanti alla Corte d’appello di Roma: con tale accordo i 19 discriminati, nel frattempo rientrati – come tutti i dipendenti della newco Fip – in Fga e collocati in Cig, sono stati adibiti alla produzione o comunque in mansioni dagli stessi gradite.

Ma il contenzioso più importante che ha segnato una vittoria «storica» nell’ambito di queste battaglie giudiziarie è senz’altro quello relativo all’art. 19 dello Statuto dei lavoratori, che secondo una interpretazione «letterale» consentiva di costituire Rsa alle (sole) Oo.Ss. firmatarie dei contratti collettivi applicati in azienda, laddove è noto il rifiuto della Fiom di firmare dapprima gli accordi di Pomigliano e Mirafiori del 2010 e successivamente il Ccsl.

Anche qui sono fiorite molteplici denunce di antisindacalità davanti a tutti i tribunali presso cui esistono stabilimenti Fiat: alcuni giudici del lavoro hanno accolto una lettura «costituzionalmente orientata» della norma statutaria, altri – in prevalenza – hanno respinto i ricorsi, mentre quattro hanno rimesso la questione davanti alla Corte costituzionale, che nell’estate del 2013 ha dichiarato illegittimo l'art. 19 dove non prevede che la Rsa possa costituirsi anche da parte di Oo.Ss «che, pur non firmatarie di contratti collettivi applicati nell'unità produttiva, abbiano comunque partecipato alla negoziazione relativa agli stessi contratti, quali rappresentanti dei lavoratori dell'azienda».

Solo a quel punto i dirigenti del Gruppo Fiat hanno consentito alla Fiom la costituzione di Rsa e si è potuto conciliare le cause ancora pendenti con un accordo generale. Questo significa che tutti i problemi possono considerarsi definitivamente risolti?

Purtroppo la divisione che ancora sussiste anche tra le Organizzazioni sindacali ne lascia molti aperti, come si è visto in occasione della loro convocazione in esami congiunti previsti dalla legge (ad esempio per accordi di Cig). A fronte del fermo rifiuto della Fiom ad accettare convocazioni differenziate, anche solo ad orari diversi, i tavoli separati sono stati richiesti dalle altre Oo.Ss., fornendo alla dirigenza Fiat un buon pretesto per continuare a discriminare l’organizzazione «dissidente».

Altrettanto attuale è il problema della gestione delle assemblee, certamente non risolvibile con una corsa a chi prenota per primo tutte le ore dell’anno disponibili: ove non si raggiunga un accordo per assemblee unitarie, sarà necessaria una regolamentazione legale o pattizia che garantisca agli iscritti a ciascuna organizzazione quantomeno una quota proporzionata alla sua rappresentatività.

Ed allora il problema torna ad essere quello di una regolamentazione autenticamente democratica della rappresentanza e su questa base dell’efficacia dei contratti collettivi: misurazione dell’effettiva rappresentatività delle Oo.Ss., verifica del consenso tra tutti i lavoratori sui contenuti degli accordi, garanzia di iniziativa sindacale per le minoranze dissenzienti. Una risposta esauriente in tal senso non la forniscono l’Accordo Interconfederale del 28 giugno 2011, il Protocollo d’Intesa del 31 maggio 2013 e il Testo Unico del 10 gennaio 2014, e ciò sia in conseguenza della loro sostanziale inattuazione, nemmeno nella prima parte di misurazione della rappresentatività a livello nazionale, sia perchè gli accordi interconfederali non vincolano le aziende non aderenti alle associazioni firmatarie. Da questo punto di vista, quindi, per stabilire regole certe valide anche per il Gruppo Fiat non si potrà prescindere da una legge sulla rappresentanza.

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