Venerdì, 23 Agosto 2019 | 06 :41:47

Un giorno di normale Congresso

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Cari compagni, sono un delegato ed ho partecipato al congresso del mio posto di lavoro, a quello provinciale di categoria e a quello provinciale della Cgil della mia città. In ogni congresso iscritti e delegati denunciano problemi enormi sui posti di lavoro, le ingiustizie e lo sfruttamento sembrano ormai la norma e purtroppo l'unico elemento comune a tutte le categorie. Non siamo in una situazione normale, c'è disperazione e angoscia per il futuro.

La ferita per la riforma delle pensioni è aperta e genera rabbia. E la cancellazione dell'art.18 è vissuta come una sconfitta storica perché storica era stata la vittoria nel 2002. Allora siamo riusciti a difendere un principio fondamentale per la dignità: chi lavora non deve essere ricattato. Ma, via via che sale il livello congressuale le questioni più sentite dai lavoratori sembrano mettere a disagio i dirigenti.

 

È ovvio che a nessuno piace mettere la faccia sulle sconfitte. Ma siamo al congresso, se non ci diciamo la verità qui dove potremo farlo? Qualche compagno ha detto chiaramente che abbiamo fallito e che siamo stati sconfitti.

Comunque noi delegati di posto di lavoro ce ne siamo accorti sulla nostra pelle; dal momento che un sindacato sconfitto diventa debole pure nell'azione quotidiana sul posto di lavoro perché il datore di lavoro lo sa se la tua organizzazione è forte o è debole, e si comporta di conseguenza. Un altro disagio comune è stato quello di vedere i provvedimenti più duri e ingiusti verso i lavoratori presi con l'appoggio del centrosinistra. E gli imbarazzi per le sovrapposizioni con il partito e il desiderio di non disturbare l'amministrazione amica sono stati da qualcuno confessati, da altri oggetto di critica e anche di
autocritica. Accorate sono state le richieste di autonomia dai partiti.

Bene, mi sono detto. Finalmente un'analisi vera e coraggiosa. La maggioranza dei delegati ha lamentato la debolezza delle risposte e ha chiesto una maggiore incisività dell'azione sindacale. Del resto a problemi eccezionali non si può rispondere con azioni ordinarie. Ma qui arriva il bello. Gli stessi dirigenti che poco prima avevano avuto il coraggio della verità ci spiegano che la colpa è tutta della politica (?!?). Quindi loro (e noi) non c'entriamo nulla. Si capisce che prevale la paura di portare sulle spalle questa disfatta.

Un compagno mette in guardia la platea: scaricando la nostra sconfitta sulla politica, senza caricarci della parte di responsabilità che ci compete, rischiamo di certificare l'inutilità di quello che facciamo. Un delegato dei trasporti parla dei problemi del settore e dice che alle loro assemblee basta nominare la Fiom che partono gli applausi. La platea si agita, nervosismo in presidenza quando il delegato parla dell'accordo del 10 gennaio. Un segretario si arrabbia e dice che il patto in questo congresso era di tenere fuori quell'argomento.

Dopo nell’intervento farà un attacco a Landini che secondo lui «fa tutto questo casino solo per andare in tv e sui giornali». Ci resto male: non per Landini, per la Cgil. È questo il dibattito in Cgil? La critica a Landini perché va troppo in tv e sui giornali? Qualcuno seduto dietro a me ride, qualcuno dice che sono invidiosi della visibilità dei metalmeccanici. Un compagno di un'altra categoria dice: magari avercelo noi uno così! Un altro ancora si alza e protesta: «ma dov'è il problema? Non cerchiamo forse tutti di portare all'attenzione della stampa le nostre vertenze? Perché non vi date da fare anche voi invece di criticare chi lo fa?». A questo punto l'argomento del congresso diventa la Fiom, l'accordo del 10 gennaio e la democrazia.

La discussione si anima, mi colpisce che sembrano tutti della stessa opinione – perché nessuno sostiene l'accordo – eppure litigano. Dalla presidenza non ne vogliono parlare e alla fine l’assemblea ritrova l'unità su un punto: le cose non devono essere calate dall'alto ma bisogna discuterle prima, tutti assieme, altrimenti si creano problemi e tensioni in seno alle strutture e si disconosce, di fatto, il ruolo del gruppo dirigente. Tutti scaricano la responsabilità sul segretario della Cgil senza nominarlo mai. Qualcuno maledice la lettera al collegio statutario che ha restituito un argomento non banale a Landini per farsi notare ancora di più. Vedo sintomi seri di una malattia grave. La nostra forza è nel fatto che sono riuscite a convivere pacificamente, per oltre un secolo, idee e pratiche sindacali differenti senza mettere a repentaglio la casa comune. Se non saremo più capaci di questo, l'incendio appiccato distruggerà la Cgil.

Torino, marzo 2014

da «lavoro ergo sum»

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