Venerdì, 23 Agosto 2019 | 07 :45:25

Meccanici a Palazzo

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L’11 dicembre erano scatole di cartone con un nome e un numero, tasselli per erigere quello che è stato definito «il muro della vergogna», rappresentazione plastica di ciò che sta accadendo dal nord al sud del paese nel settore metalmeccanico: aziende che decentrano, che chiudono, che licenziano senza alcun vincolo. Fa impressione quel muro, anche perché noi sappiamo che di «mattoni» ne mancano molti, che se ci fossero tutti sarebbe ben più alto. Il 12 dicembre al posto delle scatole ci sono le persone.

E così la Electrolux ha le belle facce delle operaie, Fincantieri sono i lavoratori che anni fa hanno coniato uno slogan efficacissimo «Costruiamo belle navi. Lasciateci continuare» e sullo striscione «psichedelico» blu che accomuna quelli dell’informatica e delle telecomunicazioni spiccano in rosso le parole «Ict workers». Poco a poco piazza del Popolo si riempie e le grandi lettere che compongono la parola lavoro «imboccano» via del Corso, tra vetrine illuminate e «buone feste».

I metalmeccanici non vestono Prada e poi «chissà chi cuce quei vestiti, in quale parte del mondo, e in che condizioni….».

Certo, perché gli operai della Fiat o chi lavora nel settore degli elettrodomestici sa perfettamente perché le imprese decentrano, perché spostano le produzioni; quelli delle installazioni telefoniche, delle meccanizzazioni postali non hanno bisogno di lezioni sugli appalti al ribasso; non è un mistero per quelli Ict che l’assenza di investimenti per la ricerca e lo sviluppo e sulle reti sia un problema serio. I metalmeccanici della Fiom sanno perfettamente cosa sta accadendo e perché, così come hanno chiaro cosa bisognerebbe fare per evitare che quel che resta del patrimonio industriale, produttivo, professionale di questo paese venga cancellato. Se sono qui oggi è perché lo vogliono spiegare anche a chi magari veste Prada ma non pare proprio intenzionato a capire: il Governo. E ci riescono. Arrivati a palazzo Chigi, una delegazione viene ricevuta dai ministri dello Sviluppo economico e del Lavoro e dal vice presidente del Consiglio: «ora non possono fare finta di non sapere».

Tocca a Maurizio Landini raccontare l’esito dell’incontro, in equilibrio precario sul tetto di un furgoncino, tra due casse recuperate al volo: «a quella che chiamano stabilità noi diamo un altro nome….».

«Oggi è accaduto un fatto inedito – esordisce Landini – la Fiom da sola è stata ricevuta dal Governo. Per la prima volta abbiamo potuto parlare con i rappresentanti dell’esecutivo. Non abbiamo risolto i problemi, ma abbiamo potuto dire la nostra, abbiamo potuto dire ai ministri e all’esecutivo che se questo governo vuole la fiducia del paese deve cambiare radicalmente le sue politiche».

«Non siamo quelli che sanno dire solo no, al Governo abbiamo presentato la nostra piattaforma sui settori, ci hanno ascoltato seriamente, e questo è un punto di partenza».

È un «punto» conquistato con determinazione, con ore di sciopero, con mobilitazioni da chi non brucia i libri e certo non si sposta in jaguar…

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