Martedì, 25 Giugno 2019 | 21 :53:07

Ritorno al futuro

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Per poter fare un bilancio di quello che è accaduto nel Gruppo Fiat nel corso degli ultimi anni, anche dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha imposto alla direzione aziendale il riconoscimento delle Rsa della Fiom-Cgil, il 25 e il 26 di ottobre saremo a Torino insieme alle delegate e ai delegati di tutti gli stabilimenti, con i quali decideremo anche le iniziative che dovremo fare nel prossimo futuro per dimostrare alle lavoratrici e ai lavoratori che il sindacato è tornato in fabbrica.

Fiat

Un'affermazione – «il sindacato è tornato in fabbrica» – che può sembrare presuntuosa, ma non è così. La scelta delle altre organizzazioni sindacali di firmare il Ccsl impedisce ai delegati delle stesse organizzazioni sindacali di poter rappresentare i bisogni dei lavoratori e di agire di conseguenza senza incorrere in sanzioni. Può sembrare una esagerazione di parte, ma basta vedere quello che è accaduto alla Magneti Marelli di Bologna, dove a seguito di uno sciopero unitario sulle condizioni di lavoro l'azienda ha sanzionato i delegati delle organizzazioni sindacali firmatarie (con la sospensione dei permessi) mentre non ha potuto sanzionare i delegati della Fiom-Cgil.

Questo accadimento ci dice delle intenzioni della direzione aziendale verso la libertà di negoziazione e contrattazione delle lavoratrici e dei lavoratori, ma ci dice anche che con i delegati della Fiom-Cgil si può tornare a contrattare, l'obiettivo della direzione aziendale di cancellare con l'introduzione del Ccsl il diritto di operai e impiegati a decidere con la negoziazione orario, salario e condizioni di lavoro è messo in discussione. L'attesa per il
«rientro» della «Fiom in Fiat» è finita, questo lo si deve innanzitutto ai delegati che nonostante le difficoltà hanno provato in tutti i modi a svolgere un ruolo di riferimento per i lavoratori pagando spesso un prezzo altissimo, ma ora ci attende una nuova sfida per il lavoro, la democrazia e la salute e sicurezza.

Partiamo da un bilancio. Il contesto italiano, determinato anche dalle scelte fatte dall'azienda, non è sicuramente facile: tra il 2007 e il 2012 la produzione di auto registra un calo del 56%, quella dei veicoli commerciali leggeri del 25% e degli autobus del 66%.

Infine, per poter cogliere il trend della crisi basti pensare che nel 2009 in Italia furono prodotte circa 700 mila auto mentre lo scorso anno ci siamo fermati a 390 mila. Un dato che a fronte di una capacità produttiva installata di almeno 1.400.000 veicoli fa cogliere quanto le scelte industriali abbiano mortificato una intera filiera. A questo dobbiamo aggiungere la assenza di prospettive future, frutto delle scelte del Gruppo Fiat e della assenza di una politica industriale pubblica.

La verità è che la produzione del Gruppo Fiat sta scomparendo dall'Italia e quindi dall'Europa. Questa affermazione che potrebbe apparire forte rappresenta ormai un dato di realtà incontrovertibile: l'incrocio tra i dati sulla produzione e le immatricolazioni mostrano in modo chiaro il punto a cui siamo giunti. La crisi di volumi in Eu si sta scaricando in massima parte sull'Italia: in Spagna, pur in assenza di un produttore nazionale, il rapporto tra prduzione e immatricolazione è del 220%, in Francia dell'89% ed in Germania del 175%, mentre in Italia è del 30%. Il Gruppo Fiat che è l'unico produttore in Italia, investe e realizza sempre meno auto e nel mentre mantiene invariata una rendita di interessi azionari per la proprietà tra il 12% e 16%. Questo determina fortissima preoccupazione e la Fiom non è la sola, le agenzie internazionale di rating abbassano di verifica in verifica il voto sulla credibilità del gruppo, anche a partire dalla assenza di un piano industriale chiaro in Europa. Tutte le energie, dalla ricerca al mantenimento della liquidità, sono concentrate sulla scalata azionaria della Chrysler per poter attingere al suo «tesoretto».

I problemi nel campo finanziario sono innanzitutto dall'altra parte dell'oceano perché il contenzioso aperto con il Fondo Veba (Fondo del sindacato statunitense che garantisce l'assistenza previdenziale e sanitaria) sul valore delle quote azionarie che Fiat vorrebbe pagare metà del prezzo attuale di mercato si sta acuendo. Le mancate soluzioni che l'amministratore delegato della Fiat si attendeva sul contenzioso con il Fondo presso il Tribunale statunitense sta mettendo a rischio la fusione con Chrysler ed anche il già precario futuro della Fiat. La scelta del Fondo di aprire le procedure per quotare le azioni nella borsa di New York ha aperto un conflitto dagli esiti incerti.
Tutto accade senza nessun coinvolgimento delle organizzazioni sindacali, anche quelle firmatarie, e con il Governo incapace di iniziative in grado di condizionare le scelte aziendali. A fronte di questa situazione la direzione aziendale di Fiat Chrysler non apre nessun tavolo nazionale o internazionale di informazione e negoziazione, tanto che il sindacato europeo ha chiesto la convocazione e il rispetto delle norme sui Comitati aziendali europei. IndustriAll in
caso di mancata convocazione procederà alle conseguenti azioni sindacali e legali utili a riportare a «normali relazioni sindacali» il Gruppo Fiat e Cnh industrial.

In Europa tutte le organizzazioni sindacali esprimono preoccupazione per il futuro degli insediamenti produttivi, in Italia lo scorso anno le lavoratrici e i lavoratori del solo gruppo Fiat hanno dovuto fare alcune decine di milioni di ore di cassa integrazione perché la produzione di vetture si è attestata su poco più di 390 mila unità. Il management della Fiat ha dichiarato il fallimento del Piano Fabbrica Italia e in assenza di un nuovo piano industriale
il rischio concreto è che nel prossimo futuro avremo decine di migliaia di esuberi (senza contare l'effetto domino su indotto, componentistica e servizi). Basti pensare a quello che sta accadendo agli stabilimenti di Termini Imerese e Irisbus: a oggi senza soluzioni industriali, con una cassa in deroga di soli sei mesi e l'azienda che ha fatto di tutto per non anticipare l'indennità di cassa.

Ma negli stabilimenti dove si lavora l'introduzione del sistema di organizzazione della produzione (Wcm Ergo Uas) sta aumentando ritmi e carichi e peggiorando la qualità dei prodotti. Le difficoltà produttive odierne del gruppo Fiat rischiano di aggravarsi nel corso dei prossimi anni per almeno due ragioni: l'aggravarsi della crisi economica e sociale che incide complessivamente sull'acquisto dei beni durevoli, e le scelte del management del gruppo di non investire nel prodotto con nuovi modelli all'altezza della sfida lanciata da altri player come ad esempio Volkswagen in Europa.

Per un marchio «generalista» come Fiat l'assenza di prospettive produttive nei segmenti B e C, che dovrebbero assicurare i volumi necessari a mantenere la capacità produttiva installata, rischia di essere l'annuncio di esuberi strutturali in Italia. Del resto il presidente dell'Acea (che è anche l'amministratore delegato della Fiat) ha più volte sollecitato la Commissione europea nel prendere atto che ci sarebbe bisogno di un piano finanziario di riduzione della capacità produttiva in Europa. Tale posizione dell'amministratore delegato della Fiat è comprensibile alla luce dei dati che vedono il gruppo nelle prime posizioni nella classifica della UE per calo di vendite, ma è una posizione
che scarica sulle sole lavoratrici e lavoratori responsabilità proprie. Infatti di fronte ad una ripresa del mercato dell'auto in Europa il Gruppo Fiat continua la sua discesa.

Negli stabilimenti italiani tra le lavoratrici e i lavoratori si sommano due paure: l'incertezza occupazionale alle azioni disciplinari aziendali. Il sindacato è bypassato dalla direzione aziendale che stabilimento per stabilimento unilateralmente decide e obbliga le organizzazioni sindacali firmatarie a firmare le intese. Ultimo è il caso del rinnovo delle parti economiche del Contratto collettivo specifico di lavoro (non firmato dalla Fiom) che riduce e rende ancor più flessibile il salario.

In questi tre anni tutte le azioni pubbliche, legali e sindacali della Fiom-Cgil sono state intraprese per garantire l'occupazione, le condizioni di lavoro, il salario e per mantenere l'indipendenza delle lavoratrici e dei lavoratori metalmeccanici. Il destino delle lavoratrici e dei lavoratori del gruppo Fiat Chrysler e di Cnh Iveco è un destino comune, per questa ragione vogliamo aprire una vertenza nazionale in tutto il Gruppo. La Fiom-Cgil torna negli stabilimenti per ripristinare il diritto delle lavoratrici e dei lavoratori a scegliersi delegati, rappresentanti per la salute e sicurezza, il sindacato e i contratti attraverso la democrazia del voto. Torniamo in fabbrica perché le parole che abbiamo speso si sono tradotte in fatti. Sappiamo oggi più di ieri che per poter ottenere il lavoro necessario al mantenimento degli occupati c'è bisogno di investimenti e di un piano industriale e per migliorare le condizioni salariali e di lavoro c'è bisogno della forza e del coraggio di chi in questi anni ha sofferto in silenzio. La Fiom non ha lasciato solo nessun lavoratore del Gruppo Fiat, ora è il momento di partecipare alla svolta per avere e per dare un futuro.

* Coordinatore nazionale auto Fiom-Cgil

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