Domenica, 15 Settembre 2019 | 12 :07:16

Pomigliano non s’arrende. Nemmeno di notte

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Ci sono «no» che modificano una singola esistenza, altri che cambiano il corso di una storia collettiva. Il «no» con cui, nel giugno del 2010, gli operai di Pomigliano ebbero il coraggio di opporsi all’insopportabile ricatto «lavoro contro diritti» fa parte della seconda categoria. Fu un «no» imprevisto (Fiat e i suoi fedeli alleati sindacali e politici non lo avevano proprio messo in conto), dirompente, che varcò i cancelli dello stabilimento campano, conquistò le prime pagine dei giornali, parlò ai lavoratori di tutto il paese e aprì un dibattito generale. Fu lì che iniziò uno scontro di portata generale, culminato ora nella sentenza con cui la Corte Costituzionale restituisce ai lavoratori, alla Fiom – e a chiunque altro - il diritto alla rappresentanza sindacale.

foto Tamara Casula

 

Certo, con il 62,2% ottenuto facendo leva sulla paura della chiusura della fabbrica, Fiat vinse il vergognoso referendum, ma questo non toglie nulla allo straordinario valore di quella valanga di «no», mentre il tempo ha confermato la strumentalità dell’intera operazione: l’annunciato rilancio della fabbrica non si è mai tradotto in realtà. Tre anni dopo a Pomigliano ci sono oltre 2.000 operai in cassa integrazione straordinaria a zero ore e a quelli al lavoro, con ritmi insopportabili, Fiat ha imposto due sabati di recupero per far fronte a un picco produttivo.

Sabato 15 giugno (il primo dei due giorni di straordinario non pagato) la Fiom ha dichiarato 8 ore di sciopero e, a partire dalle 22, ha organizzato un presidio ai cancelli per rivendicare l’utilizzo dei contratti di solidarietà e il rientro al lavoro di tutti: lo sproporzionato schieramento e l’intervento della polizia ha garantito a Fiat il «regolare» svolgimento della produzione.

Sabato 22 giugno si replica: è «Notte bianca a Pomigliano». A partire dalla sera di venerdì, di fronte all’immenso stabilimento Gianbattista Vico, un angolo di strada si trasforma in palco su cui si alternano musicisti e lavoratori e delegati arrivati da altre parti del paese, perché «quello che succede a Pomigliano riguarda anche noi, i padroni vogliono metterci uno contro l’altro, ci vogliono a testa china, e questo non lo accettiamo» e poi «quando sono entrato in azienda mi hanno detto: iscriviti alla Fiom che vedrai l’alba….».

È notte fonda quando le vie buie che portano ai cinque ingressi della fabbrica vengono illuminate dai fari delle prime macchine dei lavoratori che alle 6 dovrebbero cominciare il turno. Non sono loro - che nei giorni precedenti hanno subìto il pressing e le minacce di capi e capetti – il «nemico», l’obiettivo dei presidii non è contrapporre lavoratori a lavoratori, semmai è il contrario.

Il senso della «notte bianca», e più in generale della lotta, è racchiuso in pochi istanti, drammatici e straordinari: sulla via che si conclude alla porta 1, tra le case diroccate che aveva fatto costruire Mussolini e il muro di cinta della fabbrica, un auto si ferma a pochi centimetri dal presidio. Alla guida c’è un operaio, lo sguardo fisso sul volante. Fuori, sulla strada, un altro operaio si avvicina al finestrino alzato, bussa piano sul vetro e inizia a parlare: «non ce l’ho con te, capisco la paura di perdere il lavoro, ma non entrare. Se accettiamo questa guerra tra noi, vincono loro e io e te abbiamo perso». Passano i minuti, nessuno si muove. Poi l’auto arretra di qualche metro, inverte la marcia e se ne va. Forse l’operaio chiamato al lavoro si è fermato dietro la curva, in attesa che si sciolga il presidio o forse ha scelto di non essere solo quel corpo che compone una macchina rappresentato nel grande cartellone pubblicitario che troneggia sul tetto del Vico.

Per Fiat «non è successo nulla, la produzione è semplicemente iniziata con un po’ di ritardo».

Sarà, ma il 28 giugno, mentre sfilavamo per le vie di Roma con le lavoratrici e i lavoratori del gruppo Fiat, Sergio Marchionne si è presentato «a sorpresa» a Pomigliano e si è complimentato con gli operai per «il senso di responsabilità e di appartenenza – si legge in una nota – dimostrato in occasione dei sabati di recupero produttivo del 15 e del 22 giugno». Forse non è vero che non è successo nulla.

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