Martedì, 22 Ottobre 2019 | 17 :00:17

Fiat, una sentenza generale

Dimensione carattere:

Ho ascoltato gli avvocati della Fiat in molte udienze nei vari procedimenti legali tesi a far cessare le discriminazioni, a impedire licenziamenti di nostri iscritti e delegati e a far riconoscere alla direzione aziendale la libertà delle lavoratrici e dei lavoratori. Potrei scrivere della rabbia che ti sale dentro mentre ascolti ricostruzioni false e tesi arroganti, ma ascoltare dinnanzi alla Corte Costituzionale i legali rappresentanti della Fiat dire: «quali diritti negati, i lavoratori hanno diritto di parola» e ancora «i diritti sindacali hanno un carattere premiale dell'impresa» mi ha chiarito ulteriormente a quale livello e quali prospettive apre o chiude lo scontro che il maggiore gruppo privato ha intrapreso coi lavoratori e con le istituzioni democratiche.

C'è ancora chi sostiene che Fiat sia un’eccezione, una anomalia, e quindi prova a ridimensionare la portata degli accadimenti. C'è chi lo riduce a uno scontro personalistico tra due uomini con la testa dura, chi a uno scontro tra passato e futuro, vecchio e nuovo, nonostante puntualmente i fatti abbiano la testa dura e ci dicono che si sta scrivendo la storia attuale e futura anche se non lo si vuol riconoscere, si vuol mettere la testa sotto la sabbia.

Chi ne ha consapevolezza sono i metalmeccanici, in particolare i delegati e gli iscritti della Fiom, i veri protagonisti di una vittoria che ora costringe la Fiat a misurarsi con la Costituzione, impone a tutti – Confindustria, Parlamento, partiti e sindacati – di confrontarsi con la questione democratica.

Senza la resistenza dei delegati e dei lavoratori non saremmo mai arrivati alla sentenza della suprema Corte che segna uno spartiacque: non si possono cancellare i diritti perché non si è concordi, complici dell'impresa. Le azioni legali erano e sono propedeutiche all'azione sindacale. Oggi il tema da discutere è il futuro occupazionale e produttivo di ogni singolo stabilimento a partire da Termini Imerese e dall'Irisbus, passando per Mirafiori e Cassino, che di fatto sono senza una missione produttiva. Tornare alla negoziazione e alla contrattazione è il punto. Sicurezza e salute, orario e salario non possono essere una concessione dell'impresa.

La direzione aziendale deve appcare le  sentenze a partire da quella sul reintegro al lavoro dei tre iscritti Fiom a Melfi, fino a quella contro le discriminazioni a Pomigliano. Lo scontro con la proprietà della Fiat è la metafora di una condizione del Paese che interroga tutti, in primis la politica. È interesse generale non cedere ai ricatti e impedire la cancellazione della democrazia, è interesse generale investire nella mobilità pubblica e privata compatibile con l'ambiente. Per questa ragione la Fiom-Cgil il 28 giugno ha scioperato e manifestato a Roma, ha promosso la «notte bianca» a Pomigliano, presidiato la Sevel. La Fiat ha provato in tutti i modi a negare l'esistenza della Fiom, ma la sentenza della Corte Costituzionale e la forza degli iscritti e dei delegati impone alla direzione aziendale di abbandonare l'unilateralismo e alle  organizzazioni sindacali firmatarie di fare un passo indietro per riconsegnare alle lavoratrici e ai lavoratori di tutto il gruppo Fiat il diritto di cui sono i primi titolari, quello di poter decidere sul proprio lavoro e sulla propria vita.

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