Mercoledì, 26 Giugno 2019 | 12 :03:52

Un’altra energia per pulire il lavoro

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Fino al 2011, l'Europa è stato uno dei principali mercati delle FER (fonti energetiche rinnovabili) nel mondo. Dal 2012, si sta invece consolidando una nuova fase, con l'esplosione dei mercati internazionali, come Cina, Stati Uniti, Giappone e India e contemporaneamente, la riduzione degli investimenti nei paesi europei. In Italia il settore legato alle FER, anche a causa del taglio alle incentivazioni, sta registrando una forte battuta d'arresto con migliaia di posti di lavoro in pericolo. Nel 2012, il numero di addetti diretti nel settore fotovoltaico è sceso a 14mila (-22% sul 2011).

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A questi si aggiungono i tanti lavoratori dell'indotto, degli appalti e dei subappalti, che hanno perso o rischiano di perdere il posto di lavoro e i tantissimi precari spazzati via allo scadere dei contratti. Il problema non sono però soltanto gli ostacoli burocratici introdotti e la drastica riduzione degli incentivi del V conto energia. È innegabile che un quadro normativo e di incentivi che semplifichi le procedure e almeno non contrasti con lo sviluppo delle rinnovabili è auspicabile. Non ci si illuda però che sia di per sé esaustivo.

In primo luogo, perché bisogna evitare gli effetti impropri di una dissennata stagione di incentivi a pioggia, che in questi anni ha drogato il settore, con una scarsa ricaduta produttiva sull’economia italiana e, in alcuni casi, con un sottobosco di illeciti e «eco-corruzione», come la vicenda di Vito  icastri in Sicilia ha insegnato.

In secondo luogo, perché avere in mente un nuovo modello di sviluppo presuppone una visione più ampia di quella degli incentivi, a cominciare da una politica di investimento nell'innovazione e nella ricerca, privata ma soprattutto pubblica, a partire dal rilancio dell'ENEA, tutt'oggi senza un consiglio di amministrazione.

Se vogliamo che nel prossimo futuro le FER abbiano un ruolo di primo piano e non soltanto accessorio rispetto al primato delle fonti fossili, bisogna oggi investire risorse per ridisegnare il sistema di distribuzione e adeguarlo all'assorbimento di energia rinnovabile, che di per sé è discontinua e non programmabile, con attenzione quindi ai temi delle smart grid (gestione intelligente e più efficiente della rete di distribuzione elettrica, per evitare sprechi energetici, sovraccarichi e cadute di tensione elettrica), dei sistemi di storage (sistemi di stoccaggio dell'energia elettrica prodotta quando è più conveniente o  quando c'è abbondanza di FER, come il sole o il vento, per usarla quando serve), dell'efficienza energetica e dello sviluppo delle attività di operation & maintenance (servizi di gestione efficiente e di manutenzione degli impianti). Anche importante, è la promozione di iniziative per incrementare lo scambio sul posto, la vendita diretta tra privati, l'auto-produzione e l'auto-consumo e, non ultimo, le operazioni di bonifica ambientale, in particolare incentivando la sostituzione dei tetti di amianto con gli impianti fotovoltaici.

A monte di tutto ciò è necessaria una strategia complessiva di lungo periodo di ridefinizione generale del modello energetico del paese, non orientato, come è oggi, alla mera difesa della lobby dei grandi produttori energetici da fonti fossili. Su questo la Strategia Energetica Nazionale del governo Monti è la strada sbagliata. È una strategia vecchia, con un orizzonte temporale breve e che, aldilà di affermazioni di principio sull'importanza delle FER, riconferma in pieno il modello «insostenibileı » delle fonti fossili, con l'improbabile raddoppio della produzione nazionale di idrocarburi e la ripresa delle trivellazioni delle coste e con l'idea di fare dell'Italia uno snodo del gas per l'Europa, con uno sviluppo esagerato di gasdotti, depositi e rigassificatori (come a Gioia Tauro: quattro enormi cisterne da 12 miliardi di metri cubi di gas da costruire, peraltro, sopra quattro faglie sismiche attive!). Inoltre, si insiste sulla termo-valorizzazione dei rifiuti, non si affronta il tema dei trasporti e di un altro modello di mobilità e - in netta contraddizione con il referendum del 2011 - si riconsidera il nucleare.

Queste scelte sono sbagliate sia per l'ambiente che per l'economia. Fonti autorevoli (rapporto Irex Annual della Bocconi) dimostrano, infatti, che le FER hanno un impatto rilevante anche sull'efficienza economica. Il loro progressivo sviluppo farebbe guadagnare al sistema paese fino a 49 miliardi di euro entro il 2030, con importanti ricadute occupazionali (tra 45mila e 60mila nuovi posti di lavoro) e sul PIL (tra 28 e 33 miliardi), con un risparmio nell'importazione di fonti fossili (tra 8 e 10 miliardi) e nella riduzione delle emissioni di CO2 e - diversamente da quanto si è spesso voluto far credere - con un risparmio sui prezzi dell'elettricità per i cittadini (tra 41 e 47 miliardi). Già oggi il risparmio delle FER in bolletta è significativo, per il calo del prezzo dell'energia nelle ore diurne, cioè quando è massima la produzione di fotovoltaico: quasi 1,42 miliardi di euro nel 2012 (396 milioni del 2011), frenato tuttavia da un contemporaneo rialzo dei prezzi nelle ore serali, imposto proprio dai grandi produttori tradizionali che recuperano così i guadagni erosi di giorno dal fotovoltaico.

Insomma, un altro modello energetico è possibile. O meglio, sarebbe possibile. Ma serve una svolta
strategica a 360°. L'impegno della Fiom va in questa direzione. La transizione e la riconversione verso un nuovo modello energetico pulito, ambientalmente e socialmente sostenibile, fanno parte della nostra idea di difesa di un bene comune, che è certamente il futuro del pianeta e la qualità delle nostre vite, ma  anche una diversa uscita dalla crisi e il rilancio di uno dei pochi settori produttivi con potenzialità di crescita e di sviluppo di occupazione qualificata.

* Ufficio Ambiente e Sviluppo sostenibile Fiom nazionale [www.fiom.cgil.it/ambiente]

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