Mercoledì, 26 Giugno 2019 | 12 :46:35

Carnielli. Rottamazione di un mito su due ruote

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Una sera dello scorso gennaio, 15 lavoratori infreddoliti si presentano nella sede della Fiom, con addosso lo sconforto per la situazione che gli è piovuta addosso e lo spaesamento di chi il sindacato non lo aveva mai frequentato. Un paio di giorni ed eccoci davanti ai cancelli della loro fabbrica per cercare di salvare il (poco) salvabile.

Eppure parliamo di una gloria nazionale, perché pur non essendo stata una grande fabbrica, la Carnielli ha un posto importante nella storia dell’industria italiana, come in quella sociale e del costume: per più di una generazione ha rappresentato un punto di riferimento nel ciclismo ed è entrata negli annali della società dei consumi, dopo il boom economico, con la mitica bici piegabile «Graziella», per poi riempire case e palestre – non solo italiane – con le sue cyclette. È questa la fabbrica che ora rischia di sparire, con tutti i suoi saperi e le sue potenzialità; in barba alle sempre troppo mitizzate leggi del mercato.

L’azienda è stata fondata nel 1908 da Teodoro Carnielli, un artigiano che la lanciò nel mondo del ciclismo professionista costruendo nel proprio garage/officina la bicicletta con cui Ottavio Bottecchia vinse il Tour de France nel ‘24. Una vittoria bissata sessant’anni dopo con il marchio Bottecchia – di proprietà della Carnielli – negli anni 80 con Greg Lemond. Ma il ciclismo non è stata la sola punta di diamante di questa azienda, arrivata a impiegare fra azienda e indotto più di 500 lavoratori: è della fine degli anni 40 il brevetto della prima bici da camera.

Dire «cyclette» è dire Carnielli perché quel nome è un suo brevetto esclusivo. Le cyclette che invasero il mondo erano studiate e fabbricate negli stabilimenti di Vittorio Veneto, per non parlare della Graziella che nelle officine della Carnielli nasce nel 1963 come prima bicicletta pieghevole prendendo il nome che la rese famosa dal primo periodico che la recensì («Graziella» la rivista della Mondadori).

È sul finire degli anni 90 che tutto cambia: l'azienda vende pezzi pregiati alla concorrenza – secondo quella lungimiranza che Gramsci definiva da «borghesia stracciona» – e inizia il proprio declino.

L’azienda abbandona i vecchi stabilimenti – lasciando un’eredità di bonifica da inquinamento al cromo a un passo dal principale fiume della città, tuttora da affrontare – e con una nuova proprietà si trasferisce nella zona industriale, specializzandosi nel fitness. Così ridimensionata una delle aziende storiche del vittoriese arriva fino al Natale del 2012 quando comunica ai propri dipendenti (quindici, ciò che rimane di una realtà lavorativa di alcune centinaia fino agli anni 90) che la storia finisce lì. Si chiudono i cancelli e chiude definitivamente ciò che rimane della fabbrica che fece pedalare anche Brigitte Bardot, immortalata negli anni 60 su una Carnielli.

La situazione debitoria è pesantissima, una serie di errori gestionali (assenza di una rete estera su
tutti) ci hanno lasciato pochissimi margini di manovra.

Oggi l’azienda è in concordato preventivo, ha pagato gli stipendi arretrati grazie a un accordo e ha evitato lo spettro del fallimento. Ma non si vedono ancora possibilità di ripresa. La Fiom è stata tra i pochi ad ascoltare i lavoratori Carnielli («troppo pochi e incapaci di fare massa critica» secondo la definizione di un dirigente sindale cislino locale) e insieme a loro abbiamo tentato la strada della mobilitazione pubblica: coinvolto il sindaco (un ex dipendente della Carnielli), giornali locali, Rai regionale, cercando di spiegare a tutti il paradosso di una azienda capace di prodotti ad alta competitività, proprietaria di un marchio spendibile sul mercato, con professionalità in azienda ancora importanti e con una serie di progetti rimasti nel cassetto per mancanza di liquidità (tra cui una bicicletta senza raggi) che se destinata alla chiusura vedrà disperdersi tutto questo per sempre.

Ci siamo spesi in un ruolo non nostro, al limite del confindustriale, ricevendo imprenditori nella nostra sede che avevano letto il nostro appello sui giornali nel tentativo di salvare i posti di lavoro e una storia sopravvissuta a due guerre mondiali e distrutta dalla prima grande guerra economica del mondo. Ma non avevamo fatto i conti con i «professionisti »: avvocati e commercialisti che con il concordato hanno blindato le trattative e che puntano a piazzare il marchio sul carniere di qualche multinazionale, accompagnati dalle loro salatissime parcelle e da quello sprezzante disinteresse verso i lavoratori e il sito produttivo. Il tutto mentre i pochi operai rimasti in azienda per accompagnarla sul «binario morto», continuano a ricevere ordini che non possono evadere perché il magazzino è pignorato e la produzione ferma.

Carnielli muore, mentre i suoi lavoratori in cerca di nuova occupazione subiscono la beffa di sentirsi dire che sono troppo professionalizzati per trovare un nuovo lavoro, paradigma triste di tante storie industriali italiani, capaci di lasciarsi dietro una scia di lavoratori disoccupati, capannoni dismessi, terreni inquinati e occasioni irrimediabilmente perdute.

*Fiom Treviso

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