Martedì, 25 Giugno 2019 | 22 :17:40

18 maggio. Una piazza di nuove culture

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Negli ultimi mesi i problemi sociali paiono essere scomparsi dal nostro paese, purtroppo non sono stati risolti ma semplicemente sono stati coperti dai balletti sulla formazione del nuovo governo e sull'elezione del Presidente della Repubblica.

Ogni mese il bollettino dell'Istat continua a ricordarci che la disoccupazione giovanile si avvicina  sempre più al 40%. La precarietà continua a essere la realtà quotidiana per chi – tra i giovani e le giovani – ha un lavoro.

 

Continuiamo ad assistere allo scoppio della bolla formativa e a scoprire che il nostro paese ha pochi laureati e poche laureate ma non riesce a trovare un’occupazione neanche per quei pochi e che risulta essere più difficile trovare lavoro per chi ha una laurea rispetto a chi non ce l’ha. Essere donna, inoltre, continua a costituire un «problema» nel nostro paese: una donna – anche giovane – trova più difficilmente un lavoro e più difficilmente riesce ad acquisire un lavoro stabile.

Anche la situazione delle scuole e delle università non è migliorata. Continua il processo d’espulsione dai luoghi della formazione che diventano ogni anno più cari, più poveri, più  privatizzati a causa dei tagli al diritto allo studio, dell'aumento dei costi e delle tasse, della proliferazione del numero chiuso, della diminuzione dei finanziamenti statali e dell'assenza di un vero welfare studentesco. Nello stesso modo prosegue la privatizzazione delle scuole e delle università: con la diminuzione dei fondi pubblici aumenta l'importanza di quelli privati, con pesanti ricadute anche sulla didattica e sulla ricerca.

Negli ultimi anni i movimenti studenteschi hanno posto fortemente la questione generazionale come questione sociale, identificando come cifra della nostra generazione la precarietà, intesa come impossibilità di programmare il proprio futuro, come incertezza sui propri diritti e sulla possibilità di farli valere.

Alle nostre richieste e domande non abbiamo mai ottenuto una reale risposta: nel migliore dei casi non siamo stati ascoltati, nel peggiore siamo stati usati come scusa per peggiorare le condizioni di altri e di altre.

Il 18 maggio saremo in piazza per dire che non abbiamo intenzione di assistere allo smantellamento del poco che ancora resta dello Stato sociale, che non vogliamo altre politiche di austerity, né che la crisi continui a essere usata come scusa per distruggere i diritti di tutti e di tutte. Non scendiamo in piazza per difendere la scuola e l'università attuali, né un sistema di welfare familista che ci esclude. Scendiamo in piazza perché vogliamo un paese in cui sia possibile restare. Vogliamo che i saperi, la scuola e l'università siano ripubblicizzati e liberati, perché non vogliamo più studiare le teorie economiche che ci hanno condotto alla crisi attuale come se fossero dogmi sacri.

Vogliamo un vero sistema di welfare studentesco e un reddito per i soggetti in formazione che garantisca il diritto allo studio, l’accesso ai consumi culturali, alla mobilità e la possibilità di essere autonomi rispetto alla nostra famiglia di origine, alle sue volontà, alla sua condizione economica.

Vogliamo che la disoccupazione giovanile e la precarietà siano reali priorità e non scusa per altri tagli o per la negazione di altri diritti. Vogliamo l'introduzione del reddito di cittadinanza che esca dall'ottica del sostegno alle famiglie bisognose, ma sia strumento di autodeterminazione.

Il 18 maggio è per noi una tappa di un percorso che necessariamente si interseca con le lotte che si stanno sviluppando nel resto d'Europa contro le politiche di austerity, consapevoli che la nostra condizione è uguale a quella dei giovani greci, spagnoli e portoghesi.

Sappiamo che c'è altro tempo da attendere per rispondere alle emergenze sociali che il nostro paese sta vivendo e che la risposta a esse non è proseguire sulla strada che ci ha portato sin qui, ma che è necessario pensare un nuovo modello economico e sociale.

Il percorso che passa per il 18 maggio, ma che è iniziato da anni, deve proprio portare a questo.
Una giornata che guarda al futuro

*Rete della conoscenza

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